Nucleare, più della metà delle centrali degli Stati Uniti è in rosso

Il nucleare americano è in crisi: 34 su 61 centrali nucleari non reggono più la competizione con il gas naturale e le fonti rinnovabili.

Oltre il cinquanta per cento delle centrali nucleari americane è in perdita. È quanto emerge da un’analisi di Bloomberg New Energy Finance (Bnef) sullo stato di salute del nucleare in America. Le perdite totali del nucleare targato Usa ammontano a circa 2,9 miliardi di dollari all’anno. Una cifra che Nicholas Steckler, analista di Bnef, ha quantificato analizzando i costi di 61 impianti nucleari presenti negli Stati Uniti.

34 impianti su 61 sono fuori mercato

Steckler ha calcolato che ogni megawattora di elettricità prodotta con il nucleare viene pagato tra i 20 ed i 30 dollari ma, mediamente, lo stesso megawattora costa alla centrale circa 35 dollari. Un equilibrio precario per i bilanci delle società che gestiscono gli impianti, per la maggior parte di proprietà di Exelon, Entergy e FirstEnergy, in particolare per le 34 centrali che sono ormai considerate fuori mercato.

Gas naturale e rinnovabili mettono in difficoltà il nucleare

Negli ultimi anni, in America e non solo, quello che doveva essere il futuro dell’energia pulita, il nucleare, sta diventando una promessa mancata. La crescita del gas naturale e delle fonti rinnovabili sono le prime cause della perdita di competitività dell’energia dell’atomo. Eolico, solare e le altre fonti pulite sono cresciute grazie soprattutto alla diminuzione dei costi delle tecnologie impiegate, dimostrando di essere capaci di sostenere la crescita delle economie mondiali e di riuscire a stare nel mercato senza l’aiuto di incentivi. Non a caso, le rinnovabili stanno attirando l’attenzione degli investitori che quest’anno potrebbero immettere nel mercato dell’energia pulita quasi 250 miliardi di dollari.

Le società del nucleare sono in difficoltà

La crescente pressione che le centrali nucleari si ritrovano a dover affrontare è confermata, in modo più o meno esplicito, dalle società proprietarie. Se Exelon non ha voluto rilasciare alcun commento, FirstEnergy ha detto di aver già dichiarato pubblicamente la mancanza di redditività dei propri impianti, rifiutando di rivelare i dettagli finanziari di ogni singola unità di produzione. Anche Entergy ha rifiutato di commentare la redditività dei suoi impianti aggiungendo però come attualmente i generatori nucleari che vendono nei mercati all’ingrosso si trovino ad affrontare sfide finanziarie causate dal calo dei prezzi e da altre condizioni di mercato sfavorevoli.

La sponda pubblica: i finanziamenti per sostenere un nucleare morente

Di fronte alla crisi sempre più soffocante del settore, molte società del nucleare stanno lavorando per trovare sovvenzioni pubbliche per sostenere le proprie attività. Oltre allo spettro della perdita di posti di lavoro che si otterrebbe con la chiusura degli impianti, per ottenere il sostegno statale le società del nucleare fanno leva sull’eventuale aumento delle emissioni di carbonio. Paul Adams, un portavoce Exelon, ha sottolineato come le misure che Stati come quello di New York e dell’Illinois stanno promuovendo sono – secondo lui –perfettamente in linea con le misure adottate per promuovere l’eolico, il solare e le altre forme di energia pulita. Insomma, il nucleare come garanzia per avere energia a zero emissioni di carbonio. Una indicazione smentita dalle analisi di Bnef: se si volesse “vincere facile” sulle emissioni, negli Stati Uniti basterebbe venissero chiusi tutti i reattori nucleari non più convenienti.

 

Fonte: http://www.lifegate.it

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