Iran, nuovo Eldorado delle energie rinnovabili nel dopo embargo

Il governo di Teheran punta sul fotovoltaico per attirare investimenti: il fondo italo-inglese Quercus realizzerà un impianto da 600 mw, il sesto più grande al mondo

Vuole diventare il nuovo Eldorado delle energie rinnovabili. Di sicuro, il paese guida di tutta l'area mediorientale. E lo fa entrando subito nella top ten mondiale degli impianti fotovoltaici: perché in Iran, nei prossimi tre anni, sarà realizzato un primo parco a energia solare con una potenza installata di 600 megawatt, sesto per grandezza a livello globale. Davanti avrà soltanto colossi cinesi e indiani, ma sarà davanti agli americani. Con la fine - quasi totale - dell'embargo, il governo di Teheran cerca investitori per il rilancio dell'economia. E le nuove energie sono state individuate come una opportunità. Da qui al 2020, l'Iran vuole coprire il 5% del fabbisogno nazionale grazie al fotovoltaico, approfittando delle 300 giornate di sole in media all'anno e della particolare irradiazione che rende più efficienti gli impianti.

Nel primo progetto che sarà realizzato a sud di Teheran, anche l'Italia è in qualche modo protagonista. A curarne la realizzazione, lo sviluppo e la gestione sarà il fondo Quercus, fondato nel 2010 da Diego Biasi, un ex manager di Banca Imi e Commerzbank a Londra che in questi anni ha investito in solare e eolico in Italia, Gran Bretagna e Romania. Ha una dotazione che arriverà a 630 milioni non appena sarà completata la raccolta dei tre nuovi fondi dedicati a nuovi investimenti, sempre nel campo delle rinnovabili: il che ne fa uno dei protagonisti del settore in Europa. Assieme a Biasi, una vecchia conoscenza dell'industria italiana, sia di Stato che privata: presidente di Quercus è dal 2014 Vito Gamberale, già alla guida di Telecom (quando era Stet), Autostrade spa e "inventore" del fondo infrastrutturale F2i.

Grazie ai contatti con l'associazione dei produttori fotovoltaici inglesi, Quercus - che di recente ha aperto un ufficio a Dubai, dopo quelli di Londra e Milano, proprio per lo sviluppo di progetti in Medioriente - è stato prima selezionato e poi scelto dal governo iraniano. Il progetto ha connotazioni industriali, ma anche economiche e geopolitiche. Teheran vuole differenziare il suo mix energetico, ora basato su idrocarburi (e nucleare) per abbassare la produzione di Co2. Ma vuole anche utilizzare meno gas e petrolio per la produzione di energia, per destinarlo alla vendita e finanziare così lo sviluppo del Paese post embargo.

Vuole poi diventare uno dei poli di attrazione economica dei paesi limitrofi, anche vendendo loro l'energia in eccesso. E vuole dimostrare di poter attirare investimenti. Per questo ha approvato una regolazione molto favorevole per le rinnovabili: incentivi superiori alla media europea (tramite tariffe certe pagate per ritirare l'energia prodotta per 20 anni , che possono salire di un ulteriore 30 per cento se si utilizzano maestranze e manufatti locali. Oltre a una serie di sgravi fiscali se si opera in aree del Paese che devono essere rilanciate economicamente.

L'accordo tra il governo iraniano e il fondo Quercus è stato firmato oggi a Londra: il governo inglese si è fatto promotore perché i suoi operatori delle rinnovabili sono molto interessati a investire in medioriente e perché la Gran Bretagna - a causa della Brexit - è costretta a cercare accordi commerciali con più partner possibili al di fuori dell'Unione europea. Ma non solo: con la fine dell'embargo, sono ripresi i contatti tra Teheran e la comunità finanziaria dei fuoriusciti all'indomani della rivoluzione islamica. Non per nulla, il progetto da 600 megawatt sarà finanziato per il 20 per cento da capitali locali iraniani, ma per la restante parte da capitali in arrivo da Londra da parte di investitori di origine persiana. In altre parole, capitali che possono rientrare. Per la realizzazione e la gestione dell'impianto, Quercus avrà una commissione tra l'1 e l'1,5 per cento sull'investimento. Oltre a dimostrare che l'Iran post embargo è un paese aperto economicamente. Alle rinnovabili di sicuro.

 

Fonte: http://www.repubblica.it

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