Cop23: al via vertice sul clima di Bonn, ma la Co2 aumenta

La “verde” Germania che ospita la Cop23 sul clima conta ben sei centrali a carbone tra le dieci più inquinanti della Ue. E nel primo semestre di quest’anno ha incrementato dell’1,2 per cento le emissioni di anidride carbonica

Prende il via a Bonn, in Germania, l’appuntamento annuale più importante per la lotta ai cambiamenti climatici: la ventitreesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 23) che si protrarrà fino al 17 novembre. Si tratta del primo vertice organizzato dopo l’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di voler uscire dall’Accordo di Parigi e dovrà fungere da ponte tra il lavoro fatto a Marrakech nel corso della Cop 22 e quello che sarà effettuato nel 2018 a Katowice, in Polonia quando verranno fissati i primi parametri di riferimento per l’applicazione concreta dell’intesa parigina.

Partenza in salita

Ma si parte subito in salita dopo gli ultimi dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) che ha lanciato l’allarme contro l’innalzamento “pericoloso” delle temperature. Le concentrazioni di diossido di carbonio nell’ambiente, responsabili dei cambiamenti climatici, hanno raggiunto infatti un nuovo record nel 2016: “L’ultima volta che la Terra ha conosciuto un livello di anidride carbonica simile fu tra i 3 e i 5 milioni di anni fa: la temperatura allora era tra i 2 e i 3 gradi superiore a quelli odierni e i livelli del mare da 10 a 20 volte al di sopra di quelli attuali”, riporta l’agenzia nel rapporto sullo stato dei gas serra presentato a Ginevra nei giorni scorsi. l livello della CO2 nell’aria è passato dai 400 ppm (parti per milione) del 2015 ai 403,3 ppm dell’anno successivo. Le cause, si legge nel bollettino, sono dovute a “una combinazione di attività umane e a una forte presenza di El Niño”. Nonostante la soglia di sicurezza da non superare sia stata fissata a 350 ppm, secondo gli esperti, anche se smettessimo di immettere anidride carbonica da oggi, ci vorrebbero decine di anni per scendere al di sotto del livello critico.

Gli studiosi lanciano l’allarme

Secondo la ong internazionale di scienziati del clima, Climate Central, le principali metropoli costiere del mondo, come Miami, Shanghai, Rio de Janeiro, Alessandria d’Egitto, Osaka, rimarranno sommerse dal mare se il clima farà salire le temperature di 3 gradi sopra il livello pre-industriale. Un simile aumento porterebbe, infatti, a un innalzamento del livello marino di 2 metri, per lo scioglimento dei ghiacci polari. Si tratta di un’ipotesi tutt’altro che peregrina secondo l’Onu, che potrebbe verificarsi nel 2100 se non si aggiorneranno gli obiettivi di decarbonizzazione presi a Parigi. Qualche giorno fa, infatti, l’Unep, l’agenzia dell’Onu per l’ambiente, ha reso noto che gli impegni presi nel 2015 permetteranno solo un terzo della riduzione dei gas serra giudicata necessaria per raggiungere gli obiettivi del contenimento del riscaldamento entro i 2 gradi.

Per il nostro paese, a fare i calcoli su cosa potrebbe significare non prendere le giuste decisioni, ha pensato Legambiente: “Dal 2010 a oggi sono 126 le città colpite in Italia da allagamenti, trombe d’aria, eventi estremi con impatti sulla vita e la salute dei cittadini”, sottolinea l’associazione nelle sue osservazioni al Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, diffuse in occasione del primo anniversario dell’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi. Mentre per quanto riguarda le ondate di calore un’analisi condotta su over 65 ha evidenziato che “i decessi attribuibili a tale fenomeno nel 2015 sono stati 2.754 nelle 21 città analizzate, pari al 13% di tutti i decessi registrati nel periodo estivo”.

Non solo. Il riscaldamento globale potrebbe creare 20 milioni di profughi climatici nell’Africa sub-sahariana nei prossimi vent’anni, che finirebbero per dirigersi verso l’Europa, secondo una ricerca della ong ambientalista britannica Environmental Justice Foundation (EJF), citata dal quotidiano britannico The Guardian.

I tedeschi “paladini dell’ambiente” hanno sei centrali a carbone tra le prime dieci più inquinanti d’Europa

È in questo quadro che i circa 25 mila rappresentanti, provenienti da 195 nazioni del mondo si incontreranno nella ex capitale tedesca che dista soli 60 chilometri dalla città tedesca di Neurath sede di una centrale elettrica da 4,4 gigawatt che brucia lignite per produrre energia elettrica, e distribuisce nell’aria 33 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno. Si tratta del secondo impianto più inquinante dell’Ue. Il primo per la cronaca, è la centrale di Belchatow in Polonia. Ma nelle prime dieci figurano ben sei di centrali tedesche: oltre a Neurath anche Niederaussem al terzo posto, Janschwalde al quarto e Boxberg al quinto. E ancora Weisweiler al settimo e Lippendorf al decimo.

Il caso tedesco dimostra come sia complicato portare avanti autentiche politiche verdi e piani ambiziosi: se anche uno dei paesi più ricchi del mondo, autoproclamatosi tra i più ecologici del pianeta grazie al futuro divieto di combustibili fossili e al nucleare in nome della “Energiewende”, la “transizione energetica” verso le rinnovabili conta ben sei centrali tra le dieci più inquinanti d’Europa, il segnale che si invia da Bonn rischia di essere errato.

Se guardiamo alle emissioni, ancora di più la Germania rischia di essere l’esempio del divario che esiste tra promesse e risultati:  le emissioni di anidride carbonica del paese sono aumentate dell’1,2 per cento nel primo semestre di quest’anno, con incrementi provenienti da lignite, gas e carburanti per i trasporti, in particolare diesel, secondo quanto segnalato da alcuni think tank tedeschi ad agosto. E ciò mette a rischio il traguardo autoimposto da Berlino di ridurre le emissioni del 40% entro il 2020, visto che nel 2016 il paese si è attestato al 27,6%. In sostanza, la più grande economia europea ha trovato il passaggio verso le rinnovabili più difficile e costoso per varie ragioni politiche e tecniche. Mancano, ad esempio, linee di trasmissione verso i centri industriali del sud per l’energia eolica prodotta per lo più a nord. L’approvvigionamento di energia eolica, solare e idroelettrica, inoltre, aumenta e diminuisce in funzione delle condizioni meteorologiche, e la tecnologia per immagazzinarla è ancora in fase iniziale. Il carbone, al contrario, è una fonte economica e abbondante per la produzione di energia elettrica di riserva, soprattutto in paesi con settori minerari forti come la Germania. Senza dimenticare che la decisione di Berlino di chiudere le centrali nucleari senza emissioni, che rappresentavano un quinto del fabbisogno energetico, sulla scia del disastro nucleare di Fukushima in Giappone nel 2011, ha aggravato ulteriormente il fabbisogno di carbone.

Per l’Ue si tratta di un motivo in più per impegnarsi visto che tra un paio di giorni, potrebbe arrivare l’accordo tra istituzioni europee sul nuovo assetto del mercato delle emissioni (Ets), con l’obiettivo di tagliarle del 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005, colpendo i principali settori industriali.

 

Fonte: http://energiaoltre.it/

Cerca