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Sentiamo parlare sempre più spesso di “generazione distribuita” dove le nostre case producono l’energia elettrica necessaria per auto alimentarsi e il surplus prodotto viene depositato nella rete elettrica.

In molti sostengono che le nostre case sono le centrali elettriche del domani, sarà proprio così? In futuro le nostre case riusciranno ad essere centri di indipendenza e distribuzione energetica? Considerando le nuove tecnologie e le migliorie dal punto di vista dell’efficienza dei sistemi già conosciuti, probabilmente si. Nel corso degli anni sempre più abitazioni hanno scelto di installare pannelli solari sui propri tetti, complice anche il prezzo sempre più basso dell’energia solare. Questa opzione ha reso molte famiglie indipendenti dal punto di vista energetico, ha permesso di abbattere i costi delle bollette elettriche immettendo nella rete tutto l’energia in più rispetto al loro fabbisogno, e ha garantito ai nuclei famigliari un riparo da eventuali aumenti del costo della materia prima. In questo modo ne guadagnano tutti ma soprattutto l’ambiente perché con questo “status” di indipendenza e distribuzione energetica si riducono drasticamente le emissione in atmosfera di gas serra.

Indipendenza e distribuzione energetica, un sogno che si realizza

Tutto sembrerebbe funzionare alla perfezione, i problemi relativi all’accumulo di energia sembrano diventare sempre più piccoli e l’efficienza delle nuove batterie al litio, necessarie per creare una scorta di energia a cui attingere di notte o nei giorni poco assolati, migliora sempre più. Inoltre i pannelli solari sono solo una delle tecnologie in grado di rendere le nostre case delle vere e proprie centrali elettriche. Insomma tutto sembra andare per il verso giusto, le nostre case potrebbero garantire indipendenza e distribuzione energetica, ma è ancora troppo presto.

Luci e ombre della generazione distribuita

La strada da percorrere è quella giusta, dobbiamo passare da poche e grandi centrali elettriche (ad oggi producono l’80% dell’energia necessaria a livello mondiale) ad una generazione in cui ogni singola casa deve diventare una centrale elettrica in miniatura. Le grosse centrali bruciano carbone, gas, petrolio per generare calore che, tramite una turbina meccanica ed un alternatore, producono elettricità. L’utilizzo di combustibili fossili  impatta sull’ambiente e influisce sui cambiamenti climatici con conseguenze che tutti conosciamo. Inoltre, considerando che l’energia prodotta deve essere trasportata per centinaia di km fin nelle case degli utenti finali, l’efficienza di questi grandi impianti si riduce ad un misero 35%. Ma hanno un unico e grande vantaggio: possono produrre energia in qualsiasi momento. In effetti uno dei limiti espressi dalla generazione distribuita è che la produzione di energia è limitata dalla stagionalità, ci sono luoghi al mondo dove il sole può mancare per settimane oppure dove la neve copre i pannelli per mesi e, alla stato attuale, anche i migliori sistemi di accumulo non garantiscono una copertura così prolungata nel tempo. Le case hanno ancora bisogno di prelevare energia dalla rete, indipendenza e distribuzione energetica su larga scala sono ancora molto difficili da raggiungere e le utility dell’energia lo sanno. Qualche gestore ha persino previsto, nel caso di appartamenti che auto-producono in loco, un costo di accesso aggiuntivo alla rete elettrica nel momento in cui si ha bisogno di prelevare energia.

Le case possono diventare piccole centrali elettriche?

Per parlare di indipendenza e distribuzione energetica occorre considerare un altro aspetto che non va sottovalutato: il calore. Le case, oltre che dell’energia elettrica, hanno bisogno di calore, di energia termica per riscaldare gli ambienti, l’acqua e il cibo. Attualmente le case sono in grado di produrre solo una parte dell’energia necessaria, quella elettrica, per completare l’indipendenza abbiamo bisogno di produrre anche energia termica. La soluzione potrebbe derivare dalla micro-cogenerazione (Micro-CHP), la tecnologia in grado di generare energia elettrica e calore su piccola scala, trasformando le case in centrali in miniatura.

Le caldaie tradizionali bruciano gas a circa 2mila gradi per generare il calore necessario a riscaldare gli ambienti e l’acqua (circa 50-60°); la differenza di calore viene letteralmente persa, inutilizzata. Su grande scala le centrali elettriche sono una fonte enorme di spreco visto che il calore di scarto, non potendo essere trasportabile fin dove è necessario, rimane inutilizzato. Nella Micro-CHP invece questa enorme differenza di temperatura viene utilizzata per produrre elettricità, garantendo a tutto il sistema un rendimento di circa il 90% (contro il 35% delle centrali). Sino a qualche tempo fa la micro-cogenerazione, utilizzava motori a combustione interna, motori Sterling, efficienti solo nel caso di grandi impianti, adatti quindi a strutture come centri commerciali o grossi complessi edilizi. Attualmente le tecnologie Micro-CHP fanno uso di celle a combustibile e convertitori termoionici, strumenti che permettono di raggiungere elevata efficienza anche su impianti di piccola scala come le case. Tra l’altro queste tecnologie non hanno parti in movimento e garantiscono una ridotta manutenzione.

In definitiva la micro-generazione può essere quel tassello mancante necessario a trasformare ogni singola casa in una piccola centrale in grado di produrre energia e calore; solo così potremo realmente parlare di indipendenza e distribuzione energetica su larga scala.

 

Fonte: http://www.green.it

Il progetto dell'artista Stephan Crawford sposa sensibilizzazione, creatività e big data. Insieme a compositori e scienziati crea lunghe suite dove a decidere i suoni sono i dati del clima nei secoli

Stephan Crawford ha pensato di trasformare i dati sul cambiamento climatico e sul riscaldamento globale in uno spartito per comporre musica. L'artista californiano lo ha fatto con il ClimateMusic Project, un progetto lanciato ormai tre anni fa e al quale collaborano personalità di diverso tipo (scienziati, musicisti, compositori) che in sostanza creano composizioni sulla base dei dati climatici. E ovviamente la eseguono in concerto per sensibilizzare il pubblico sulla gravissima questione.
 
Ne dà conto The Verge in una lunga intervista a Crawford nella quale viene disegnato il curioso esperimento a metà strada fra arte, impegno e sperimentazione. Spesso, infatti, si tratta di suite molto lunghe: l’ultima, realizzata da Erik Ian Walker, dura mezzora e dà corpo sonoro a mezzo millennio di dati disponibili, dal 1800 al 2300. Sì perché include anche una variazione sul tema, o meglio due possibili conclusioni basate sul futuro: una, drammatica, legata alla possibilità che la popolazione mondiale continui ad agire come sempre, avvelenando ancora di più l’atmosfera e viaggiando verso un esito catastrofico. L’altra più ottimistica, che immagina come gli obiettivi degli accordi di Parigi possano essere in qualche modo raggiunti.
 
Al netto dei dettagli, l’aspetto divertente è appunto questa sorta di mescolamento dei canali di sensibilizzazione, verso la creazione di una specie di intrigante “big data music”. Le performance dei brani, fra l’altro, sono accompagnate da grafici animati che illustrano, mentre i suoni danno concretezza della scalata senza sosta dei gas inquinanti, l’aumento dei livelli di CO2, delle temperature globali e in generale del bilancio energetico del pianeta Terra, che viaggia verso il tracollo. Alla fine dei concerti c’è anche un momento di scambio e dibattito per confrontarsi con esperti e organizzazioni.
 
Il percorso, iniziato appunto nel 2014 con una specie di hackathon creativo, è ormai cresciuto fino a coinvolgere due compositori e quattro scienziati che studiano il clima e ha all’attivo una dozzina di concerti in particolare nella Bay Area californiana. Ma l’obiettivo è fare il salto e proporsi come format internazionale che possa integrare altre tecnologie come la realtà virtuale. Dal prossimo anno compositori da tutto il mondo potranno partecipare online grazie a una piattaforma messa a punto insieme alla scuola di musica di San Francisco.

 

 

Fonte: http://www.repubblica.it/

Grazie al progetto Csmon-Life, cofinanziato dall'Unione europea, sono arrivate 25 mila segnalazioni di animali e piante invasivi. I dati sono stati verificati e catalogati in modo da capire la velocità di espansione dei nuovi arrivati

La rana toro americana, con il richiamo dei maschi che fa pensare al muggito di una mucca. La vorace testuggine dalle guance rosse. Il pesce gatto africano, che riesce a sopravvivere a improvvise siccità strisciando sulle pinne pettorali per spostarsi da una pozza all’altra. Il micidiale tarlo asiatico, che si accanisce contro gli agrumeti. Il gambero turco portatore di un morbo letale per i suoi cugini italiani. Sono alcune delle specie aliene avvistate dai 15 mila volontari che hanno partecipato alla più ampia e sistematica operazione di ctizen science, la nuova alleanza tra ricercatori e cittadini utilizzata anche per monitorare la presenza delle specie invasive che il cambiamento climatico e l'aumento dei viaggi stanno diffondendo a velocità preoccupante.

Il progetto e le scuole

"In tre anni abbiamo ricevuto 25 mila segnalazioni, si sono mobilitate 150 scuole e oltre 3 mila studenti: è stata una risposta straordinaria”, racconta Stefano Martellos, coordinatore del progetto Csmon-Life, cofinanziato dall’Unione europea. "Un successo che è andato al di là delle previsioni e che ci aiuterà a proteggere una biodiversità sempre più minacciata: in Europa il 35% degli animali e delle piante è a rischio".

Tutto è cominciato con una mobilitazione

E' una collaborazione nata nel mondo anglosassone. Negli anni Sessanta le cinciallegre in Inghilterra hanno imparato a bucare i tappi delle bottiglie del latte per berlo e gli scienziati hanno coinvolto la popolazione per vedere dove avevano imparato a farlo e dove no. Hanno diffuso un avviso su scala nazionale: "Il tuo cartone del latte è bucato? Segnalalo!" E sono riusciti a seguire il percorso di apprendimento delle cinciallegre. In Sudafrica invece il coinvolgimento della popolazione è stato mirato a ottenere in tempo reale la documentazione sulle tracce del passaggio dei bracconieri, per poterli individuare prima arrestando la strage.

Un'APP per gli avvistamenti

In Italia la campagna Csmon-Life si gioca sul fronte dell’innovazione tecnologica. Una app di facile consultazione, disponibile sia per dispositivi iOS che Android, permette di scattare la foto della specie presunta aliena e di inviarla a un gruppo di esperti in grado di validarla, costruendo così la mappa delle presenze e degli spostamenti, comprendendo dove sono oggi le specie invasive e quanto tempo ci hanno messo ad arrivarci. In questo modo è possibile giocare d’anticipo, prevedendo le successive aree di espansione.

Ecosistemi a rischio

"Anche a causa del cambiamento climatico, siamo di fronte al collasso sempre più frequente di ecosistemi importanti, alle volte unici: abbiamo bisogno di dati per poter affrontare questa situazione e limitare i danni", spiega Fabio Attorre, docente di biologia ambientale alla Sapienza. "Ma nello stesso tempo i fondi per la ricerca vengono continuamente tagliati. Per questo c’è bisogno di un’alleanza con le persone, per fortuna sono tante, che vogliono difendere la natura. Campagne come questa permettono di fidelizzare un gruppo ampio di cittadini e di valorizzarne in modo scientifico il lavoro per ottenere informazioni preziose”.

Specie aliene e alleati

Tra l'altro non tutte le specie aliene sono un nemico. Ad esempio proprio il progetto Csmon-Life ha permesso di identificare la presenza dello Zelus renardii, un insetto di origine americana che potrebbe essere utile nella lotta biologica contro la "sputacchina dei prati", vettore della Xylella fastidiosa, il micidiale batterio che distrugge gli olivi. Lo Zelus renardii la attacca, chissà se riuscirà a fermarla.

 

Fonte: http://www.repubblica.it/

A 25 anni dal primo appello c'è stato un solo miglioramento ambientale: la riduzione del buco dell'ozono

Non è bastato il primo appello lanciato 25 anni fa. I progressi fatti per limitare i danni provocati dall'uomo al pianeta con cambiamento climatico, deforestazione, mancanza di accesso all'acqua, sovrappopolazione e animali in estinzione, sono stati troppi pochi. Per questo un gruppo di scienziati ha lanciato sulla rivista Bioscience un secondo allarme, accompagnato dall'hashtag #ScientistsWarningtoHumanity, perché si agisca prima che i danni diventino irreversibili.

Il primo avviso, lanciato nel 1992, fu sottoscritto da 1.700 firmatari, tra cui molti premi Nobel. Quello lanciato oggi, a un quarto di secolo di distanza, dai due ricercatori William Ripple, dell'Oregon State University, e Thomas Newsome, dell'università di Sydney, ha avuto un'eco maggiore, grazie anche alla campagna che è diventata virale sui social, finendo per raccogliere finora le adesioni di ben 15.000 ricercatori di 184 Paesi.

Il quadro delineato dagli esperti è poco incoraggiante: delle 9 aree indicate nell'appello del 1992 su cui era necessario intervenire, l'unico miglioramento consistente registrato è nell'aver fermato la crescita del buco dell'ozono. Qualche progresso è stato fatto anche nell'aumento dell'energia prodotta da fonti rinnovabili, il calo della fertilità per gli investimenti nell'istruzione femminile, e nel rallentamento della deforestazione in alcune aree. Dati che, secondo i ricercatori, dimostrano che se ci si impegna davvero dei risultati si possono raggiungere.

L'elenco delle brutte notizie è, però, molto più lungo. Nei 25 anni trascorsi si è avuta una riduzione del 26% dell'acqua disponibile per persona, una crescita del 75% del numero di zone morte nell'oceano, la perdita di circa 121 milioni di ettari di zone boschive convertite principalmente all'agricoltura, e un calo del 29% del numero di mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e pesci, una crescita del 35% della popolazione umana e il continuo aumento delle emissioni di carbonio e delle temperature a livello globale.

Sono 13 le aree, secondo i ricercatori, su cui lavorare per ridurre i danni dell'uomo, rendendo più sostenibile la sua presenza per il pianeta, come promuovere una dieta con meno carne, il ricorso alle fonti di energia rinnovabile, la creazione di riserve marine e terrestri, l'adozione di leggi anti-bracconaggio, e limitando la crescita della popolazione con interventi di pianificazione familiare ed educativi per le donne. "Presto sarà troppo tardi per cambiare le cose e il tempo sta per finire - dicono gli esperti -. Ma possiamo fare grandi progressi per il bene dell'umanità e del pianeta da cui dipendiamo".

C'è ancora tempo per intervenire, avvertono gli scienziati, ma occorre muoversi e farlo davvero. Per il futuro della Terra e dell'umanità

 

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/

È successo lo scorso 28 Ottobre quando le turbine eoliche hanno generato 39.409 MW, tanto quanto 40 centrali nucleari.

Elettricità gratuita, almeno per un giorno. È accaduto in Germania lo scorso 28 ottobre, quando la produzione di elettricità da eolico è stata così abbondante da consentire agli operatori di rete di vendere l’energia con un prezzo negativo. Lo fa sapere Bloomberg, che già qualche giorno prima avvisava della possibilità, viste anche le previsioni meteo che annunciavano un fine settimana estremamente ventoso. Per merito delle condizioni favorevoli del vento in alto mare, l’eolico offshore (a parità di potenza installata) produce mediamente il 30% di energia in più rispetto a un analogo onshore.

L’eolico meglio del nucleare

Numeri importanti quelli registrati. Tanto da battere il record precedente, quello del Natale 2012, quando la produzione fu talmente elevata che gli utenti tedeschi poterono accendere le proprie luci di Natale gratuitamente. Il vento ha infatti prodotto 39.409 megawatt, tanto quanto la produzione elettrica di 40 centrali nucleari messe insieme. Avere prezzi negativi incoraggia i produttori o a spegnere le centrali termiche, o a pagare gli utenti per consumare l’energia prodotta in surplus.

L’eolico in Germania in crescita continua

Oggi la Germania è la seconda produttrice di energia eolica in Europa, con una produzione di 415 GWh l’anno, dopo la Danimarca. Le turbine eoliche coprono un terzo della capacità installata in Germania e le previsioni di crescita dicono che le installazioni cresceranno del 9 per cento solo quest’anno. L’energia eolica e l’industria del vento occupa circa 143mila addetti, generando un ritorno economico di 13 miliardi di euro.

Ennesimo record per l’eolico in Europa

Che l’energia rinnovabile prodotta dalle turbine sia una fonte matura lo si intuisce soprattutto dai continui record fatti registrare in particolare negli ultimi due anni. Ma lo scorso 28 ottobre è stato a suo modo speciale. Secondo l’associazione WindEurope, che ha sottolineato come le condizioni meteo fossero particolarmente favorevoli, l’eolico ha coperto il 24,6 per cento della domanda europea di elettricità, mentre quello precedente era del 19,9 per cento, registrato il 7 ottobre scorso. Oggi il vento copre il 109 per cento della domanda energetica della Danimarca, mentre il 61 per cento della Germania.

 

Fonte: https://www.lifegate.it/

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