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Il solare fotovoltaico è il settore che ha creato più posti di lavoro in tutte le rinnovabili: 2,8 milioni gli occupati nel 2015.

Nella storia del settore energetico, l’ascesa del solare è una delle storie più sorprendenti. Poco più di dieci anni fa il fotovoltaico era una tecnologia poco sviluppata, utilizzata da pochi pionieri e con un scarso ritorno in termini economici. Lo sforzo ha ripagato. Oggi il solare è una realtà economica solida, con un fatturato che è aumentato di trenta volte in un decennio. Un trend destinato a proseguire anche nei prossimi anni, come ha messo in luce GTM Research nella sua ultima pubblicazione dal titolo “Global Solar Demand Monitor”.

Quasi tre milioni di occupati per il solare

La crescita del solare porta con sé posti di lavoro. L’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia rinnovabile (Irena) riporta che le rinnovabili in tutto il mondo hanno dato lavoro, direttamente o indirettamente, a 8,1 milioni di persone nel 2015, il 5 per cento in più rispetto all’anno prima. Il settore che ha creato più posti di lavoro è il fotovoltaico con 2,8 milioni di occupati (+11 per cento rispetto al 2014). In questo comparto l’impiego è cresciuto soprattutto in Giappone e Stati Uniti, stabile in Cina, mentre decresce in Europa. Secondo la Fondazione Solar, l’industria solare americana ha occupato nel 2016 più di 260mila lavoratori a livello nazionale. Un numero di occupati che è ben al di sopra di quelli che si contano mettendo insieme la forza lavoro utilizzata da Apple, Google e Facebook. Negli Stati Uniti, i posti di lavoro nel solare sono cresciuti di circa un 20 per cento ogni anno negli ultimi quattro anni: ogni 50 nuovi impieghi, uno appartiene all’industria solare.

La domanda di solare cresce e i costi diminuiscono

Solo lo scorso anno, la domanda mondiale di fotovoltaico è cresciuta di oltre il 50 per cento: un salto guidato dal crollo dei costi della tecnologia solare. Un esempio è stato l’annuncio del ministro indiano per l’energia che, in un’asta, ha indicato il prezzo record per l’energia solare di 3,15 rupie (5 centesimi di euro) per chilowattora. Bloomberg New Energy Finance ha stimato che entro i prossimi 20 anni circa, i costi del solare scenderanno ulteriormente arrivando a una diminuzione del 60 per cento.

Il solare crescerà anche nel 2017

Nel prossimo futuro, la domanda globale di solare sarà più pronunciata di quanto è successo negli ultimi sette anni. Spinti in gran parte da una nuova ondata di impianti realizzati in Cina, dal raddoppio del mercato indiano in termini di dimensioni e dal calo dei prezzi, gli impianti solari fotovoltaici a livello mondiale cresceranno nel 2017 di oltre il 9 per cento, raggiungendo gli 85 gigawatt, più del doppio della capacità installata nel 2014.

 

Fonte: http://www.lifegate.it

Il segreto è nel poliuretano e nell'ossido di metallo che, combinati assieme, imprigionano solo il greggio e rilasciano l'acqua pulita.

Un colpo di spugna e l'inquinamento dei mari non è più un problema. Peccato che non sia ancora così. Ma è più o meno questo il concetto alla base dell'ultima ricerca finalizzata a risolvere una delle piaghe più insidiose per la salute dell'ecosistema marittimo: lo sversamento dei carburanti nelle acque aperte. Troppi gli episodi impressi nella nostra memoria: l'incidente della petroliera Exxon Valdez in Alaska nel 1989, l'affondamento della Heaven a largo della Liguria nel 1991, del Prestige nei mari della Galizia nel 2002, l'esplosione della piattaforma Deepwater Horizon in Lousiana nel 2010. Ogni volta migliaia di tonnellate di greggio disperse sulla superficie dell'acqua, fatali per l'ambiente. Una patina densa che, andando in profondità, cattura e contamina la flora e la fauna circostante, compromettendone il futuro.
 
Il poliuretano per salvare i mari dall'inquinamento.

Finora in tanti hanno studiato il problema. Le soluzioni, però, sono state tutte parziali. Capaci di circoscrivere il fenomeno ma non di debellarlo. Anche se la strada giusta è stata individuata. I materiali porosi l'arma per combattere gli effetti dell'inquinamento. Solo che, nessuno, era mai riuscito ad andare 'in profondità'. Nel vero senso della parola. Ce l'ha fatta un gruppo di scienziati dell'Argonne National Laboratory, tra i principali centri di ricerca governativi degli Stati Uniti. Qui, infatti, hanno messo a punto una spugna - chiamata Oleo Sponge - fatta principalmente di poliuretano (una schiuma molto usata, ad esempio, per produrre i materassi di ultima generazione o per isolare termicamente le pareti degli edifici) su cui viene applicato uno strato sottile di ossido metallico.

Una spugna trattiene il petrolio, anche in profondità.

Aggiungendo al metallo delle molecole cosiddette 'oleofiliche' (cioè in grado di riconoscere e catturare le particelle oleose) si è dotata la nano-struttura del poliuretano di proprietà davvero innovative. Durante i test effettuati nei laboratori dell'Illinois, infatti, si è scoperto che la combinazione tra i tre elementi – schiuma, ossido, molecole – riusciva a separare gli idrocarburi dall'acqua, mantenendo attaccate alla superficie spugnosa solo i primi. Fin qui niente di nuovo. Dalle nostre parti ne sappiamo qualcosa. Nel 2015 l'Istituto italiano di tecnologia (IIT) aveva creato un materiale simile che, sfruttando proprio i campi magnetici, attirava a sé il greggio; ma solamente quello intercettato sulla superficie delle acque inquinate. La vera novità introdotta da Oleo Sponge è, al contrario, la capacità di filtrare l'intera colonna d'acqua colpita dallo sversamento, andando in profondità, ben al di sotto delle onde. Una potenziale rivoluzione.

Oleo sponge, la spugna che salva i mari dal petrolio

La resistenza e la versatilità ne fanno un materiale potenzialmente rivoluzionario. Due, quindi, i grandi obiettivi che si possono raggiungere: da un lato ripulire il mare da una maggior quantità di petrolio e, aspetto da non sottovalutare, in tempi più rapidi, con meno 'trattamenti' (la spugna si può gonfiare fino a novanta volte di più delle sue dimensioni originali, quella italiana ad esempio arrivava a tredici); dall'altro riciclare il carburante (il greggio che uscirà strizzando il poliuretano sarà 'pulito', riutilizzabile). Lo hanno certificato i test, alcuni anche alle prese con grosse quantità d'acqua di mare. Centinaia di prove che hanno mostrato altre formidabili caratteristiche. Innanzitutto la resistenza: Oleo Sponge è stata usata più e più volte senza che si rompesse. E poi la versatilità: teoricamente la sua struttura si presta al recupero di molte altri liquidi; basterebbe trovare la molecola adatta ad attirare le singole sostanze. Potrebbe essere l'inizio di una nuova era per la decontaminazione delle nostre acque (e di ogni altra superficie) dopo un disastro ambientale o semplicemente per tamponare un'emergenza.

 

Fonte: http://www.repubblica.it/

Lo rivela uno studio dell'Enea: nonostante i cali dei prezzi negli ultimi anni Pmi e grandi industria scontano ancora un differenziale elevato rispetto ai concorrenti europei. Dal 2008 la spesa è salita del 14%.

Per le nostre imprese è un grande regalo ai concorrenti. Nonostante la spesa per la bolletta elettrica in questi ultimi anni sia diminuita, il nostro rimane il paese con la spesa più elevata per ogni kilowattora consumato all’interno dell’Unione europea. E questo vale per tutte le categorie: Pmi, media e grande impresa. Un vantaggio che concediamo ai principali concorrenti e, in particolare, alla Francia: grazie alle sue 54 centrali nucleari è l’unica nazione tra le più industrializzate a poter contare su prezzi dell’energia inferiori alle media dei 28 paesi Ue.

E’ il risultato di uno studio appena pubblicato dall’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile che ha elaborato i dati sui consumi del 2016 e li ha messi in confronto con quanto accaduto nelle ultime stagioni.

Il rapporto rivela come a partire dal 2012, anno di maggior spesa in assoluto per il sistema delle imprese,  il costo dell’energia abbia iniziato una costante discesa. La ragione va ricercata nel minor costo della materia prima, in particolare del gas, il cui mercato è sempre meno legato ai contratti di lungo periodo.

Ma se si considera il periodo compreso tra il 2008 e il 2016, si scopre che i maggiori costi non sono stati uguali per tutte le categorie di imprese, con le Pmi che sono state più colpite dal caro-bolletta delle ultime stagioni.

Entrando nel dettaglio delle differenze, l’Enea ha calcolato che le il prezzo al kilowattora pagato dalle Pmi nel 2016 rispetto al 2008 è maggiore del 14 per cento, mentre le medie imprese si aggira attorno all’8,8 per cento, fino a scendere al 4,5 per cento per le grani imprese. Questo significa che la liberalizzazione dei servizi energetici è stato un vantaggio soprattutto per chi può ricorrere al mercato all’ingrosso, dove sono più ampi i margini di contrattazione.

Anche nel 2016, come si legge nello studio dell’Enea, si “mantiene lo scostamento tra il prezzo medio annuo pagato dalle imprese italiane e quello pagato dalle imprese degli altri principali paesi della Ue”. Per quanto, la situazione tenda a migliorare a partire dal 2013, quando cominciano a farsi sentire gli influssi positivi del nuovo andamento del mercato del gas. Scrivono ancora gli esperti dell’Enea: “Nel 2012, la differenza di prezzo tra Italia e media Ue nelle tre fasce di consumo oscillava tra 5,6 r 5,8 centesimi di euro al kilowattora.

Mentre nel 2016 si è registrata una differenza di prezzo tra 3,7 e 3,8 centesimi”. Rimane ancora elevato il peso della fiscalità sulla bolletta delle imprese italiane: sul costo complessivo dell’energia tasse e imposte non recuperabili incidono per il 45 per cento del totale. Una percentuale che è andata aumentando a partire dal 2011. Anche se va detto che il dato è in linea con il restio d’Europa: l’Italia si piazza alle spalle della sola Germania, dopo il peso del fisco sfiora il 50 per cento.

Le buone notizie arrivano con i dati del primo trimestre del 2017. In questo caso, l’Enea ha calcolato per le Pmi un calo del 2,3 per cento del costo al kilowattora rispetto al trimestre precedente. Il calo è dovuto soprattutto ai minori costi delle voce “trasporto e gestione del contatore”, scesi del 9%, mentre la componente “energia”

 

Fonte: http://www.repubblica.it/

Potrebbe essere la chiave per produrre enzimi salva-ambiente

Un bruco comunemente usato come esca dai pescatori riesce a mangiare e a degradare il polietilene, ossia una delle plastiche più utilizzate e diffuse anche nelle buste shopper. E' la larva della tarma della cera, un parassita degli alveari, e la sua nuova identità di 'mangia-plastica' è descritta per la prima volta nella rivista Current Biology in una ricerca coordinata dall'università britannica di Cambridge e condotta in collaborazione con l'Istituto spagnolo di Biomedicina e Biotecnologia della Cantabria (Csic).

La scoperta è avvenuta per caso grazie a un'osservazione della biologa e apicultrice Federica Bertocchini, dello Csic. Mentre stava rimuovendo i parassiti dalle sue arnie, li aveva messi temporaneamente in una busta di plastica, che in poco tempo si è riempita di buchi. Così la ricercatrice si è messa in contatto con Paolo Bombelli e Christopher Howe, del dipartimento di Biochimica dell'università di Cambridge e insieme hanno programmato un esperimento.

Un centinaio di larve dono state poste vicino a una busta di plastica nella quale, già a distanza di 40 minuti, sono comparsi i primi buchi. Dopo 12 ore la massa della busta si era ridotta di 92 milligrammi: un tasso di degradazione che i ricercatori hanno giudicato estremamente rapido, rispetto a quello finora osservato in altri microrganismi capaci di digerire la plastica, come alcune specie di batteri che nell'arco di una giornata riescono a degradare 0,13 milligrammi.

"Se alla base di questo processo chimico ci fosse un unico enzima, la sua riproduzione su larga scala utilizzando le biotecnologie sarebbe possibile", ha osservato Bombelli. "La scoperta - ha aggiunto - potrebbe essere uno strumento importante per liberare acque e suoli dalla grandissima quantità di buste di plastica finora accumulata".

 

Fonte: http://www.ansa.it/

Il percorso, progettato dall’Istituto Tecnologie del Futuro, incamera energia durante il giorno per emettere fino a dieci ore di luce una volta al buio

Forse a percorrerla di giorno non sembrerà nulla di speciale. Ma appena il sole inizierà a calare, la nuova pista ciclabile della cittadina polacca Lidzbark Warminski, riuscirà a strappare sicuramente più di una nota di meraviglia. Nelle ore più buie infatti, lo speciale percorso – progettato e realizzato dall’Istituto Tecnologie del Futuro TPA Sp. z oo a Pruszkow – si accende di un blu brillante, permettendo la percorribilità a piedi e in bici senza nessuna aggiunta di luci artificiali.
 
Per dire addio ai lampioni, gli ingegneri polacchi hanno realizzato un nuovo materiale sintetico a base di fosforo adatto alla pavimentazione stradale e soprattutto cromaticamente in sintonia con il paesaggio. Il principio di funzionamento non è certo un mistero, dal momento che impiega la ben nota fosforescenza: alcuni cristalli sono in grado di emettere radiazioni luminose per un certo tempo dopo esser stati esposti alla radiazione luminosa. Una volta “caricato” dal Sole, il materiale sintetico dell’Istituto polacco è in grado di dare luce oltre dieci ore.
 
Se l’idea fa suonare qualche campanello nella memoria è perché il progetto, per stessa ammissione dei ricercatori, trae spunto direttamente dall’opera olandese dello Studio Roosegaarde. Ma mentre il Van Gogh-Roosegaarde path si affida anche all’uso di pannelli solari e LED, la pista ciclabile polacca non richiede alcuna fonte di alimentazione. I ricercatori si sono concentrati a lungo sull’impiego della giusta tonalità di colore e su come garantire la sostenibilità dei materiali sviluppati e l’ottimizzazione dei costi di produzione. Nel laboratorio di Pruszkowski si stanno anche sviluppando diverse fragranze, dagli agrumi alle rose, per questo asfalto a emissione luminosa, in maniera da regalare ai ciclisti un’esperienza unica. Di contro però, la tecnologia richiede ovviamente costi più elevati rispetto a quelli che caratterizzano una pista ciclabile tradizionale. E i test per valutare la durata dell’asfalto luminoso sono ancora in corso.

 

Fonte: http://www.rinnovabili.it/

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