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Nuovo record per le rinnovabili in Germania, che nei primi sei mesi del 2018 hanno soddisfatto il 36,3 per cento della domanda. Ma il carbone continuerà a bruciare fino al 2040.

Solare, eolico, idroelettrico e il biogas, insieme hanno soddisfatto il 36,3 per cento del fabbisogno elettrico della Germania, nei primi sei mesi del 2018, da gennaio a giugno. Il carbone si ferma al 35,1 per cento. Lo ha reso noto questa settimana la German association of energy and water industries (Bdew), sottolineando che è la prima volta che il carbone fa registrare valori inferiori per un periodo così prolungato. Quest’anno infatti, per periodi limitati e grazie a condizioni meteorologiche favorevoli, le energie rinnovabili hanno fatto registrare dei record assoluti, almeno in un paio di occasioni.

In Germania le rinnovabili crescono ancora

Secondo la Bdew la crescita nel mix energetico delle rinnovabili è cresciuta di 10 punti percentuali tra luglio 2017 e quest’anno, passando dal 32,5 per cento all’attuale 36,3. È l’eolico ad aver registrato la crescita maggiore, passando dal 12,5 per cento al 14,7 in un anno. Mentre a calare è proprio la produzione elettrica da carbone e lignite, con la prima che visto ridurre il proprio contributo di tre punti percentuali. Secondo quanto riporta il Clew energy wire, si tratta di cifre che dimostrerebbero che l’uscita dal carbone da parte della Germania è ormai “a pieno regime”.

In Germania si brucia ancora troppo carbone

Dopo la previsione di spegnere definitivamente l’ultima centrale nucleare nel 2022, il passaggio successivo per quella che viene chiamata come Energiewende (transizione energetica) tedesca dovrà per forza prevedere una drastica riduzione nell’impiego del carbone. A giugno il Governo tedesco ha dato il via ad una commissione che dovrebbe gestire l’uscita definitiva della fonte di energia storicamente più importante della Germania, senza causare gravi sconvolgimenti economici nelle regioni colpite.

Questo dovrebbe contribuire a raggiungere i target climatici del Paese, che prevedono di ridurre le emissioni di gas serra del 40 per cento entro il 2020, del 55 per cento nel 2030 e oltre il 95 per cento nel 2050, rispetto ai livelli del 1990. Nel 2017 la Germania aveva ridotto le emissioni del 27,7 per cento rispetto al 1990, registrando una leggera diminuzione negli ultimi anni. Ci si chiede quindi se l’obiettivo del 40 per cento sia ancora raggiungibile, o se a Berlino debbano spingere ulteriormente sull’acceleratore per rispettare gli impegni climatici.

Questo anche a fronte di una strenua difesa da parte dell’industria del carbone, che afferma di avere tutto il diritto di continuare a bruciare la fonte fossile almeno fino al 2040 e che una rapida uscita dal carbone minaccerebbe la stabilità economica nelle regioni e potrebbe portare a una minore sicurezza energetica in tutto il Paese.

Al Gore: “È un passo storico”

A fine giugno, proprio all’inizio dei lavori della commissione, l’ex presidente degli Stati Uniti e attivista climatico Al Gore, presente a Berlino, ha affermato che “per molti anni la Germania è stata un leader globale in materia di energia e politica climatica” ma che oggi “il Paese deve prendere le giuste decisioni per eliminare gradualmente il carbone o rischiare di rimanere indietro”.

 

Fonte: https://www.lifegate.it/

Pubblicati i risultati di una ricerca dell'Università Rutgers-New Brunswick: piccolissime nanoparticelle d'oro a forma di stella possono aiutare lo stoccaggio di energia e favorire un uso più ampio della luce solare e dei materiali avanzati per combattere il cambiamento climatico.

Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell'Università statunitense Rutgers-New Brunswick, minuscole nanoparticelle d'oro a forma di stella, rivestite da un semiconduttore, il biossido di titanio, possono produrre idrogeno dall'acqua in modo quattro volte più efficiente di altri metodi, aprendo la porta a un migliore stoccaggio dell'energia solare e ad altri progressi che potrebbero stimolare l'uso delle energie rinnovabili e combattere il cambiamento climatico.

Se esposte alla luce solare, le nanoparticelle d'oro a forma di stella rivestite con un semiconduttore consentono una produzione efficiente di idrogeno dall'acqua.

I ricercatori, il cui studio è stato pubblicato online sulla rivista Chem, si sono concentrati sulla fotocatalisi nella produzione di idrogeno, processo che in genere grazie alla luce del sole rende più veloci o più economiche le reazioni. Il biossido di titanio illuminato dalla luce ultravioletta è spesso utilizzato come catalizzatore, ma l'utilizzo di luce ultravioletta è inefficiente. I ricercatori hanno dunque utilizzato il nuovo materiale al posto della luce ultravioletta, sfruttando l'energia della luce visibile e infrarossa per eccitare gli elettroni delle nanoparticelle d'oro.

 I ricercatori hanno scoperto che gli elettroni, che innescano reazioni, hanno prodotto idrogeno dall'acqua in maniera 4 volte più efficiente rispetto ai precedenti sistemi. L'idrogeno può dunque essere usato per immagazzinare energia solare.

Si tratta solo del primo passo, dicono i ricercatori, in futuro sarà possibile progettare materiali per applicazioni in diversi campi, come i semiconduttori, l'industria solare o chimica o la conversione di anidride carbonica in qualcosa che si possa usare. "In futuro, potremmo ampliare notevolmente il modo in cui sfruttiamo la luce del sole".

 

Fonte: http://www.infobuildenergia.it/

Islanda, Costa Rica, Norvegia e Paraguay sono pressoché prossimi a centrare l’obiettivo 100% rinnovabili e ad azzerare le proprie emissioni di CO2.

Islanda, Costa Rica, Norvegia e Paraguay quattro paesi che stanno dimostrando al mondo intero come sia possibile utilizzare quasi esclusivamente energie rinnovabili per rifornire di energia elettrica famiglie e aziende.
Una scommessa che le ha portate a essere vicino al traguardo 100 per cento rinnovabili grazie a un mix energetico costruito su misura e legato alle caratteristiche specifiche del proprio territorio.

Islanda, la geotermia per il 90 per cento delle famiglie

In Islanda quasi tutta l’energia elettrica proviene da fonti energetiche rinnovabili. Il 73 per cento di quella utilizzata viene prodotta dalle centrali idroelettriche mentre il 27 per cento circa proviene dalla geotermia. È quest’ultima la fonte che più viene utilizzata dalle famiglie che, per il 90 per cento, riscaldano le proprie case attraverso l’acqua calda geotermica. Attraverso un sistema di condotte, l’acqua proveniente dal sottosuolo viene convogliata e portata dentro le case. Un sistema rodato che gli islandesi hanno attuato per primi nel mondo e che ha contribuito a trasformare una società povera e dipendente dal carbone in una che attualmente gode di standard di vita elevati.

Costa Rica, addio ai combustibili fossili per diventare carbon free

Gli abitanti in Costa Rica sono quasi 5 milioni e il loro fabbisogno energetico è stato calcolato essere circa 30 volte inferiore a quello italiano. Ma, sorprendentemente, proprio qui è iniziata una transizione energetica che oramai è concreta e che si rafforza anno dopo anno. Nel 2015 questo Paese ha funzionato per 300 giorni su 365 al 100 per cento con energia rinnovabile. Il 2016 si è chiuso invece con una produzione pari al 98 per cento di elettricità da fonti rinnovabili senza l’impiego di alcun combustibile fossile. Nel 2017, dal 1° maggio e per – ancora una volta – ben 300 giorni, la produzione di energia è avvenuta utilizzando esclusivamente un mix di fonti pulite come idroelettrico, eolico e geotermico. Ma non è finita. Il nuovo Presidente, Carlos Alvarado, insediatosi quest’anno, ha annunciato un piano per vietare i combustibili fossili. Un programma costruito a tappe e che sarà avviato a partire dal settore dei trasporti.

Norvegia, si punta su trasporti a zero emissioni

Nonostante sia il primo produttore di gas e petrolio in Europa, la Norvegia sta velocemente convertendosi alle rinnovabili convinta che il futuro sia legato proprio alle tecnologie pulite. Una transizione non certo facile visto che petrolio e gas sostengono la spesa pensionistica del Paese. Da dove cominciare a buttare le basi per la transizione green? Il fondo sovrano norvegese, che ha costruito le sue fortune sui combustibili fossili, ha deciso di azzerare tutti i suoi investimenti nel settore oil&gas, perché considerati economicamente troppo rischiosi. Il paese si è dato come obiettivo quello di voler arrivare al 2025 a una mobilità completamente elettrica o comunque a emissioni zero. Un traguardo che il Paese sta raggiungendo spedito: oggi la Norvegia registra il più alto tasso al mondo di veicoli elettrici per popolazione. Secondo la Norwegian EV Association, le automobili a batteria hanno superato le 100 mila unità in un Paese che conta 5,2 milioni di abitanti. Inoltre il Paese ha pianificato di raggiungere la “carbon neutrality” entro il 2030, venti anni prima rispetto a quanto previsto inizialmente.

Paraguay, trasformare i vincoli in opportunità con l’idroelettrico

Nel cuore del Sudamerica, nonostante la crisi stia colpendo diverse nazioni, il Paraguay registra un andamento economico in contro tendenza, con buone prospettive di sviluppo. Il Paese ha saputo trasformare i propri vincoli in opportunità. Il Paraguay non ha sbocchi al mare ma ha saputo trasformare i suoi fiumi in una rete di comunicazione pratica e ben organizzata. Il sistema idrico naturale è diventato un importante punto di forza anche sotto l’aspetto energetico, quasi il 100 per cento dell’energia elettrica del Paese viene prodotta grazie a due bacini idroelettrici. Di questi, la diga Itaipu, la più grande dei due, è stata indicata come una delle sette meraviglie del mondo moderno dall’American Society of Civil Engineers. Ogni anno Itaipu genera 75 terawattora di elettricità ed evita l’emissione nell’atmosfera di 67,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica che si creerebbero se la stessa elettricità fosse prodotta attraverso centrali a carbone. La diga è oggetto anche di enormi critiche a causa del suo impatto ambientale700 km quadrati di foresta pluviale e distrutte le cascate di Guaíra, che erano le più estese del mondo e interi villaggi degli Indios Guaranìrasi al suolo.

 

Fonte: https://www.lifegate.it/

L’auto solare utilizza una quantità di energia simile a quella necessaria per far funzionare un asciugacapelli

Emilia 4, l’auto solare progettata e costruita dall’Università di Bologna, ha trionfato nell’American Solar Challenge, la competizione riservata a veicoli solari sviluppati dalle università di tutto il mondo. Nata da un progetto di ricerca industriale finanziato dalla Regione Emilia-Romagna grazie ai Fondi europei – Por Fesr 2014-2020, Emilia 4 è stata sviluppata e costruita interamente in Emilia-Romagna dall’Università di Bologna e dal team di Onda Solare, con il coinvolgimento del CIRI Meccanica Avanzata e Materiali e il CIRI Aeronautica e il sostegno di diverse aziende e centri di ricerca, tra cui il Centro di super calcolo del Cineca e Scm Group. Il lavoro di progettazione, che ha coinvolto una sessantina di persone, è durato due anni, mentre la fase di costruzione è stata portata a termine in meno di un anno.

All’università di Bologna spiegano che «Dopo 2700 chilometri attraverso la regione delle Montagne Rocciose, dal Nebraska all’Oregon, il team Onda Solare – unica squadra europea in gara – chiude il percorso conquistando il primo posto. E sono arrivati anche due premi speciali: il premio per la miglior meccanica e uso dei compositi e il premio per il miglior progetto della batteria. Un successo che conferma il ruolo di primo piano dell’Università di Bologna nel settore dell’automotive a livello mondiale, e che apre la strada a possibili importanti ricadute in campo industriale. Il veicolo sviluppato dalla squadra di Onda Solare, ha un aspetto simile a quello di un’auto tradizionale ma con una grossa differenza nel campo dei consumi: per muoversi Emilia 4 utilizza una quantità di energia simile a quella necessaria per far funzionare un asciugacapelli. Con due motori elettrici posizionati dentro alle ruote, è alimentata da cinque metri quadrati di pannelli solari ad alto rendimento collegati a batterie al litio di ultima generazione.

L’avventura di Emilia 4 è iniziata il 6 luglio, con una serie di prove preliminari su circuito e con quasi 500 chilometri percorsi. Poi, il 14 luglio il via alla gara vera e propria. L’auto solare dell’università di Bolognsa ha gareggiato nella categoria Cruiser, riservata ai Multi Occupant Vehicle. «Da notare a questo proposito – dicono all’università di Bologna – che Emilia 4 è un’auto solare a quattro posti (la prima auto italiana di questo tipo), mentre gli altri veicoli arrivati al traguardo sono tutti a due posti. Non solo: l’auto dell’Alma Mater è arrivata al traguardo sfruttando esclusivamente l’energia solare, senza mai collegarsi alla rete elettrica per ricaricare le batterie, e percorrendo autonomamente l’intero percorso, mentre tutti gli altri veicoli in gara hanno dovuto essere trainati su carrello per almeno un tratto del tracciato.

Il percorso dell’American Solar Challenge ha portato le vetture in gara fino a 2500 metri di altezza, attraverso la regione delle Montagne Rocciose. Una sfida a colpi di chilometri macinati in dieci giorni, partendo da Omaha e proseguendo per Grand Island, Gering, Casper, Lander, Farson, Mountain Home, Burns, fino all’ultima tappa, la città di Bend in Oregon. I ragazzi del team Onda Solare hanno documentato la gara giorno dopo giorno, tra batterie da ricaricare, pit stop e problemi meccanici da risolvere lungo il percorso o durante di lunghe notti di lavoro. Ma anche acquazzoni e nebbia che hanno limitato la disponibilità di energia solare, creando non pochi problemi».

Ma alla fine Emilia 4 ha completato con successo il viaggio riportando, giorno dopo giorno, punteggi ottimi per efficienza, tempi di percorrenza, numero di persone a bordo, capacità della batteria. Risultati che, messi uno accanto all’altro, hanno portato alla conquista del primo posto in classifica.

 

Fonte: http://www.greenreport.it/

Anche sulle isole di Lampedusa e Linosa niente più sacchetti, piatti bicchieri e posate di plastica monouso. A partire dal 31 agosto scatta il divieto.

Stop a sacchetti, bicchieri, piatti e postate di plastica nelle isole Pelagie, l’arcipelago più a sud d’Italia. La decisione è stata presa da Salvatore Martello, sindaco di Lampedusa e Linosa, che ha annunciato: “Nelle isole sarà vietata la vendita e l’utilizzo di contenitori e stoviglie monouso non biodegradabili e degli shopper, i sacchetti per asporto merci in polietilene” in occasione di un convegno sulla pesca che si è recentemente tenuto a Palermo.

Decisione storica per Lampedusa e Linosa

La decisione presa dal primo cittadino, forte delle disposizioni comunitarie che vanno in questa direzione, deriva dalla necessità di facilitare la raccolta differenziata, lo smaltimento dei rifiuti e di limitare l’inquinamento da plastiche del nostro mare, che sta avendo pesanti ripercussioni anche sulla fauna marina e di conseguenza sulle attività legate alla pesca.

Dal 31 agosto plastica bandita

Il divieto scatta il 31 agosto 2018 secondo l’ordinanza sindacale del 2 luglio scorso, firmata dal sindaco Martello, che stabilisce il divieto di vendita e utilizzo di stoviglie, bicchieri e posate monouso non biodegradabili. Il divieto vale anche per i sacchetti di plastica che devono essere sostituiti da sacchetti in carta, tela o altro materiale idoneo. “Capisco che per cittadini, turisti, attività commerciali e artigianali sarà una ‘piccola rivoluzione’ – ha spiegato il sindaco – ma è un provvedimento necessario: tutti noi dobbiamo imparare ad adottare nuove abitudini quotidiane per rispettare l’ambiente e migliorare la qualità della vita”.

L’alleanza con i pescatori

Il sindaco ha anche annunciato che sono previste misure in collaborazione tra i pescatori che aderiscono al consorzio di pescatori Lampedusa e Linosa e i comuni per incentivare la raccolta di plastiche individuate in mare e il loro conferimento in appositi siti. Stesso discorso per chi raccoglie le lenze o le reti “fantasma”, cioè quelle che si rompono e finiscono nei fondali.

“I pescatori conoscono il mare. Per loro il mare è vita, lavoro, tradizione e futuro. Per questo motivo credo sia necessario lavorare ad un progetto che incentivi i pescatori ad essere anche (non me ne vogliate per il termine) i nuovi ‘spazzini del mare'”, ha detto Martello.

Forme di alleanza di questo tipo non sono nuove in Italia. I pescatori di Livorno già raccolgono ogni giorno tra i 200 e i 300 chili di plastica al giorno, intrappolata tra le maglie delle reti e la portano a terra per essere riciclata invece di gettarla nuovamente in mare.

 

Fonte: https://www.lifegate.it

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