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Aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili dal 20 al 32 per cento, ma anche sostegno in favore dell’autoconsumo da parte dei singoli cittadini e stop all’utilizzo dell’olio di palma nei biocarburanti.

L’Unione europea alza l’asticella della transizione energetica e si adegua alla rivoluzione in corso che vede eolico e fotovoltaico guadagnare quote di mercato rispetto agli idrocarburi. I nuovi obiettivi sono il frutto dell’intesa appena firmata da Parlamento, Commissione e Consiglio europeo in cui è stato dato il via libera a due delle otto proposte legislative del pacchetto Energia pulita per tutti che era stato adottato dalla Commissione europea il 30 novembre 2016. Un mese fa era stato adottato il primo elemento del pacchetto, la direttiva sul rendimento energetico nell'edilizia.

L’accordo non si limita a recepire quello che sta avvenendo nel mercato dell’energia, ma vuole anche andare incontro a un altro fenomeni: l’autoproduzione di energia fotovoltaica, grazie ai piccoli impianti domestici, sempre più connessi con i sistemi di accumulo e le reti locali. L'accordo prevede di migliorare non solo di migliorare i regimi di sostegno per le rinnovabili ma riduce le procedure amministrative, definisce un quadro stabile dei regole sull'autoconsumo, aumenta il livello di ambizione dei target per il settore dei trasporti e della refrigerazione.

Proprio perché le istituzioni europee hanno preso atto del quadro in rapido cambiamento hanno anche stabilito che i target potranno essere rivisti al rialzo. Il nuovo quadro normativo prevede come detto un obiettivo vincolante di energia rinnovabile per l'UE per il 2030 del 32%, con una clausola di revisione al rialzo entro il 2023.
 
Ciò, si legge in una nota della Commissione, "contribuirà notevolmente alla priorità politica della Commissione espressa dal Presidente Juncker nel 2014 affinché l'Unione europea diventi il numero uno mondiale in rinnovabili".  L'accordo "consentirà all'Europa di mantenere il suo ruolo di guida nella lotta contro il cambiamento climatico, nella transizione energetica pulita e nel raggiungimento degli obiettivi fissati dall'Accordo di Parigi", prosegue la nota.

In realtà, le dichiarazioni del presidente Juncker sono troppo ottimistiche. Dopo aver guidato la transizione verso le rinnovabili, l’Europa ora sta perdendo la sfida con i colossi dell’economia mondiale: oltre agli Usa, sono Cina e India a guidare gli investimenti verso le rinnovabili, spinte dalla “fame” di energia ma anche dalla necessità di limitare l’uso del carbone che sta causando pesanti danni all’ambiente e alla salute dei cittadini, in particolare nelle grandi aree metropolitane.

Guarda caso, nel documento appena firmato dalle istituzione europee non si fa cenno all’uscita anticipata dal carbone, combustibile ancora fondamentale in paesi come la Germania e la Polonia.

Critica anche la posizione di Greenpeace: "Questo accordo riconosce per la prima volta il diritto dei cittadini di partecipare alla rivoluzione energetica in Europa e abbatte alcune grandi barriere che frenano la lotta al cambiamento climatico. Tutto ciò garantisce alle persone e alle comunità un maggiore controllo sull'energia che utilizzano, mettendole in condizione di partecipare alla crescita delle rinnovabili e di sfidare i colossi del settore energetico in tutto il continente. L'obiettivo di crescita delle rinnovabili fissato al 32 per cento è però troppo basso e permette alle grandi compagnie energetiche di restare ancorate ai combustibili fossili o a tecnologie rivelatesi false soluzioni rispetto al cambiamento climatico". Lo ha dichiarato Sebastian Mang, consulente energia di Greenpeace Ue.

 

Fonte: http://www.repubblica.it/

Da 21 gennaio 2019 entra in vigore la zona a traffico limitato e a basse emissioni

Milano chiuderà le porte alle auto diesel più vecchie e inquinanti (Euro 0, 1, 2 e 3), che dal 21 gennaio del 2019 non potranno più entrare e circolare in città. Proprio quel giorno, infatti, entrerà in vigore, come già annunciato dall'amministrazione e confermato dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala, la Lez (Low emission zone), una zona a traffico limitato grande più o meno come tutto il suo centro abitato. Ma la data di gennaio rappresenta solo la prima tappa di un percorso che porterà Milano, nelle intenzioni dell'amministrazione, ad essere completamente libera dai diesel entro il 2025. Già dal primo ottobre del 2019 scatterà la seconda fase della Lez, con lo stop anche dei veicoli diesel euro 4, per arrivare "al 2025, quando i diesel non circoleranno più", ha spiegato Sala. emissioni-auto-inquinanti.jpg
 
Il blocco che scatterà da gennaio "è un passo che riteniamo di poter fare adesso - ha aggiunto -, si tratta di un percorso di quattro anni e queste buone pratiche è bene farle assorbire ai cittadini un po' alla volta. La nostra filosofia non è fatta di divieti, ma di accompagnamenti". A Milano c'è già una zona a traffico limitato, Area C, che corrisponde al centro città, in cui è vietato l'accesso ai diesel più inquinanti. Con la Lez il Comune farà un ulteriore passo avanti nella lotta allo smog, che durante l'inverno porta spesso a blocchi del traffico per il superamento dei livelli del Pm10. Con la Lez ci saranno 180 varchi di ingresso in città con altrettante telecamere per controllare gli accessi e sanzionare chi non rispetta i divieti. Il 21 gennaio "saranno circa 12 quelle accese - ha spiegato l'assessore alla Mobilità del Comune, Marco Granelli - mentre i varchi con la relativa segnaletica saranno già pronti" alla fine del 2018. Nelle settimane precedenti partirà anche la campagna di comunicazione per informare i cittadini sulle novità.

"Noi crediamo che questa scelta, fatta per la salute di tutti i cittadini, - ha proseguito l'assessore - vada spiegata, ma anche resa facile". Per andare incontro ai commercianti e a quelle categorie che non possono lavorare senza l'auto, il Comune ha già predisposto un bando da 6 milioni di euro per il cambio dei veicoli commerciali diesel.

 

Fonte: http://www.e-gazette.it/

Passati cinque anni dall’introduzione dei balzelli se ne riconosce il fallimento e il nostro Paese è rimasto un importatore netto di pannelli solari: dar vita a una filiera nazionale è ancora possibile, ma occorre aprirsi al fronte dell’avanzamento tecnologico

Dopo più di cinque anni dalla loro introduzione i dazi sui pannelli fotovoltaici importati dalla Cina tornano a rianimare in Europa il dibattito sullo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili. Contrariamente alle attese, a suo tempo espresse, sembra infatti che essi non siano serviti a far decollare la produzione europea di celle e moduli solari, mentre le installazioni di questi ultimi, anche con il venir meno degli incentivi che ne hanno sostenuto la diffusione, hanno subìto un po’ ovunque una drastica riduzione. Il timore, in sostanza, è che proseguendo le attuali tendenze la transizione energetica dalle fonti fossili a quelle rinnovabili subisca un arresto se non addirittura un arretramento.

Dal chiedere a gran voce l’introduzione dei dazi si è passati dunque a reclamarne l’abolizione immediata, come fa sapere l’associazione dei produttori europei di energia solare (Solar Power Europe), seguita da ben 37 associazioni delle rinnovabili e del solare, 400 compagnie europee, 5 organizzazioni non governative tra cui Wwf e Greenpeace e persino 22 membri del Parlamento. In questo modo, si sostiene, si potrebbero ricreare le condizioni per un rinnovato processo di diffusione del fotovoltaico riprendendo un importante percorso di sviluppo tecnologico del settore, che dovrebbe vedere l’Europa leader nell’innovazione di sistemi e componenti per migliorare sempre più le prestazioni e l’efficienza degli impianti.

La posizione di Solar Power Europe trova ampio riscontro anche in Italia, dove i soci di Italia Solare hanno sottoscritto la richiesta di abolizione dei dazi, e sottolineato come nel nostro Paese la sfida del fotovoltaico sia ancora aperta. Restano tuttavia i dubbi su come sia possibile contrastare la forte concorrenza cinese, tenuto conto dell’ulteriore impulso registrato dalla produzione di pannelli fotovoltaici e della straordinaria crescita del mercato asiatico, che a detta di molti operatori favorirebbe le industrie locali.

In che termini il fotovoltaico potrebbe fornire occasioni di rilancio per l’Europa?

Le dinamiche degli ultimi cinque anni sembrerebbero in prima battuta dar ragione allo scetticismo. L’ultimo rapporto Bloomberg sugli investimenti mondiali in sistemi per la produzione di energia da fonti rinnovabili fa infatti sapere che per il fotovoltaico il “sorpasso” dei Paesi in via di sviluppo e dell’Asia in particolare sui maggiori Paesi industrializzati non solo si è ampiamente confermato, ma anche consolidato. E tutto questo è accaduto mentre venivano abbandonati i classici meccanismi di sovvenzione e si iniziava a sperimentare (dal 2016) un nuovo sistema ad “aste”, che vede i Paesi europei tra i più attivi al fine di compensare le mancate risorse che precedentemente  provenivano dagli incentivi. Lo stallo europeo è di tutta evidenza e le difficoltà di tenuta sul mercato non hanno risparmiato nemmeno i più forti, come dimostra il fallimento di grandi aziende tedesche leader nel settore verificatosi proprio in questo periodo.

Ma la realtà è anche un’altra. Secondo le più recenti statistiche della Associazione tedesca di ingegneria meccanica e impiantistica, la Vdma, i produttori tedeschi di componenti per il fotovoltaico attualmente stanno soprattutto beneficiando degli straordinari investimenti che si sono messi in moto nell’area asiatica. La domanda si va infatti dirigendo verso le componenti a film sottile, che rispetto alla tecnologia più diffusa (silicio cristallino) presentano enormi vantaggi sia sotto il profilo dell’efficienza energetica sia sotto quello della eco-sostenibilità. E d’altra parte, esaminando più in generale l’evoluzione della composizione dell’export di fotovoltaico della Germania per paese di destinazione, risulta che nel 2016 la quota relativa ai paesi dell’Asia orientale arriva a sfiorare il 20%, di cui quasi la metà è dovuta al contributo di Cina, Hong Kong e Taiwan, che registra un raddoppio rispetto al 2015.

Se dunque è fuori di dubbio che l’aumento della produzione di fotovoltaico in Asia e l’espansionismo della Cina siano stati una fonte di destabilizzazione per i produttori europei, è allo stesso tempo vero che i margini di sviluppo tecnologico del settore sono ancora molto ampi e che in questa direzione si va delineando una nuova fase della competizione internazionale.

Fase in cui non può sfuggire il riposizionamento della Germania, mentre non altrettanto si può dire dell’Italia. L’Italia infatti risulta essere un importatore netto di pannelli solari, e l’introduzione dei dazi su quelli provenienti dalla Cina ha semplicemente modificato l’origine prevalente dei flussi, facendo diventare la Germania il maggior fornitore di questa tecnologia.

Pertanto, mentre con una maggiore apertura del mercato l’abolizione dei dazi potrebbe consentire una ripresa nella diffusione del fotovoltaico europeo, per l’Italia nulla cambierebbe se non la scelta della tipologia di componenti da importare e del paese da cui acquistarli. A meno che non si inizi finalmente a prendere in seria considerazione l’ipotesi di dar vita a una filiera nazionale nel settore, cominciando a ragionare proprio dei  nuovi spazi che si vanno aprendo sul fronte dell’avanzamento tecnologico.

 

Fonte: http://www.greenreport.it/

L'obiettivo è quello di ridurre la dipendenza dal petrolio di circa 2,5 milioni di tonnellate all’anno e le emissioni di anidride carbonica di 760.000 tonnellate all’anno.

La Banca mondiale ha annunciato di aver approvato un finanziamento supplementare di 125 milioni di dollari per lo sviluppo e la costruzione degli impianti solari di Noor-Midelt I e II in Marocco, un progetto combinato solare a concentrazione (CSP) e fotovoltaico con una capacità totale compresa tra 600 e 800 megawatt (MW).

Sostegno finanziario per adottare nuove tecnologie come il solare a concentrazione

Il sostegno finanziario è destinato a garantire l’adozione da parte del Marocco di tecnologie solari innovative quali la tecnologia dell’energia solare a concentrazione (CSP). Il Marocco ha già un progetto CSP in costruzione, il complesso Noor-Ouarzazate da 580 MW, che dovrebbe essere completato nell’ottobre di quest’anno e che sarà il più grande progetto CSP del mondo. I finanziamenti saranno destinati in particolare allo sviluppo e alla costruzione degli impianti Noor-Midelt I e II, fondamentali per raggiungere l’obiettivo del paese di produrre il 52% della sua elettricità da fonti di energia rinnovabili entro il 2030.

Marocco come pioniere della regione nel campo delle energie rinnovabili

“Questo è un altro passo verso un promettente futuro di energia pulita per il Marocco”, ha dichiarato Marie Francoise Marie-Nelly, Direttore della Banca Mondiale per il Maghreb, che ha aggiunto: “Il complesso di Noor-Midelt evidenzia la posizione del Marocco come pioniere della regione nel campo delle energie rinnovabili”.

Al suo completamento il progetto Noor-Ouarzazate dovrebbe ridurre la dipendenza del paese dal petrolio di circa 2,5 milioni di tonnellate all’anno e le emissioni di anidride carbonica di 760.000 tonnellate all’anno. “Il design di Noor-Midelt si basa su tecnologie collaudate che saranno utilizzate in modo pionieristico per sfruttare i vantaggi delle tecnologie CSP e FV in un unico sito. In particolare, anche se il progetto non avrà le stesse capacità di stoccaggio di un progetto unicamente CSP, sarà in grado di produrre di più grazie alla combinazione di CSP e FV”.

 

Fonte: http://energiaoltre.it/

Con una modernizzazione dei grandi impianti fotovoltaici italiani si potrebbero creare 20mila nuovi posti di lavoro secondo i dati dell’ultimo rapporto di Althesys

“Mettere mano al parco fotovoltaico italiano utility scale, che oggi assicura quasi la metà della potenza complessiva, significa garantire non solo il rispetto degli obiettivi europei e nazionali su energia e clima e quello della sicurezza del sistema energetico, ma anche creare valore per le imprese e per l’intero sistema Paese attraverso la creazione di migliaia di posti di lavoro”, sono le parole di Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys e coordinatore della ricerca presentata da Althesys che ha calcolato i dati sulla base del valore generato dalle ricadute economiche.

Il rilancio e lo sviluppo del fotovoltaico di grande taglia, dunque, potrebbero generare 11 miliardi di euro e 20mila nuovi posti di lavoro (tra diretti e indiretti), con una riduzione delle emissioni di 12,8 megaton (Mton) di gas serra, di CO2.

Il fotovoltaico italiano perde potenza

Il parco fotovoltaico italiano, nonostante abbia un’età media ancora bassa e compresa tra gli 8 e i 10 anni, con 5,5 anni l’età media degli impianti utility scale, mostra diverse criticità che ne limitano in parte l’efficienza con un decadimento della produzione stimabile nel 2,2 per cento annuo al 2016, ben superiore al valore fisiologico previsto al momento dell’installazione.

Con questo trend al 2030 la perdita totale ammonterebbe a 5mila megawatt, pari al 25 per cento della potenza esistente a fine 2017. Valori che non ci permetterebbero di raggiungere gli obiettivi della Strategia energetica nazionale secondo i quali la produzione energetica dovrebbe più che triplicare rispetto a quella attuale.

Sono ben il 40 per cento del totale gli impianti utility scale affetti da problematiche che determinano una riduzione dell’efficienza di produzione, con un costo complessivo per l’ammodernamento che, secondo le stime, si aggirerebbe tra 220-270 milioni di euro.

È necessario rendere i parchi fotovoltaici esistenti più moderni

Nel 2017 sono stati installati 409 nuovi megawatt, di cui il 16 per cento con potenza superiore a un megawatt, ma circa 19 megawatt usciranno dall’incentivazione tra il 2029 e il 2035. Questi ultimi potranno continuare a produrre se mantenuti efficienti, dato che la loro vita utile è stimabile in 25-30 anni.

Per raggiungere i target prefissati il nostro Paese dovrebbe dunque avviare un processo di ammodernamento del parco fotovoltaico italiano utility scale (che rappresenta lo 0,8 per cento del totale, ma da un punto di vista della potenza totale il 43,7 per cento) in modo da mantenerlo efficiente ed evitarne il degrado, attraverso revamping e contemporaneamente sviluppare nuova potenza anche in termini di repowering di impianti greenfield (impianti a terra). Dal revamping si potrebbe ottenere fino a quattromila megawatt di potenza incrementale al 2030, mentre il repowering porebbe fornire 1.550/1.700 megawatt di potenza incrementale al 2030.

Ci vogliono nuove politiche a sostegno del fotovoltaico

Per poter avviare l’ammodernamento del parco fotovoltaico italiano è opportuno valorizzare i gli asset produttivi con idonee misure di policy. Tra queste, secondo Althesys, è necessario fare chiarezza a una serie provvedimenti, come quello predisposto dal Gestore dei servizi energetici (Gse) per il revamping, e semplificare dei procedimenti autorizzativi con definizione di un contesto di regole stabili e certe  per il repowering, ma anche di definizione di strumenti di classificazione del territorio per consentire un nuova potenza di impianti a terra.

 

Fonte: https://www.lifegate.it/

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