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Nuove frontiere dell’energia rinnovabile: in Finlandia si utilizza l‘anidride carbonica per produrre combustibili rinnovabili e prodotti chimici. L’impianto pilota è accoppiato alla centrale solare della  LUT di Lappeenranta.

I finlandesi spiegano che «Lo scopo del progetto è quello di dimostrare la performance tecnica del processo e di produrre 200 litri di combustibili e altri idrocarburi a fini di ricerca. Si tratta di un impianto dimostrativo unico nel suo genere nel quale l’intera catena del processo, dalla produzione di energia solare alla produzione di idrocarburi, avviene nello stesso luogo».

L’impianto pilota Soletair è composto da quattro unità separate: una centrale solare, attrezzature per separare anidride carbonica e acqua dall’aria, una sezione che utilizza l’elettrolisi per produrre idrogeno, attrezzature di sintesi per la produzione di un sostituto del petrolio prodotto dall’anidride carbonica e dall’idrogeno.

L’impianto è stato progetto in modo che consenta una produzione distribuita su piccola scala. La capacità di produzione può essere aumentata con l’aggiunta di più unità. Jero Ahola, della LUT, spiega che "Il concetto stiamo esplorando è un esempio di come l’industria chimica potrebbe essere elettrificata in futuro. L'utilizzo massivo di combustibili fossili deve finire entro il 2050, ma la gente continuerà ad avere bisogno di alcuni idrocarburi".

L’impianto dimostrativo Soletair verrà testato da maggio a settembre e, dopo la fase pilota, nei prossimi anni le unità di sintesi verranno utilizzate in una serie di progetti europei. I finlandesi dicono che Soletair "fornirà una piattaforma per condurre ricerche con compagnie internazionali. Le informazioni raccolte durante il progetto saranno utili per la commercializzazione delle tecnologie".

 

Fonte: http://www.greenreport.it

Trump annuncia l’uscita dagli accordi sul clima di Parigi. La risposta della California è l’approvazione di un disegno di per abbandonare i combustibili fossili e arrivare al 100 per cento di energia rinnovabile.

La California sarà cento per cento rinnovabile. Lo Stato governato da Jerry Brown ha approvato un disegno di legge che punta ad arrivare entro il 2045 a sostenere il proprio fabbisogno energetico utilizzando solo fonti rinnovabili.

Trump non può fermare i progressi delle rinnovabili in California

Il Senatore Kevin de León ha definito l’approvazione del disegno di legge in Senato, ottenuta con una maggioranza di 23 voti a 13, una giornata storica: “Abbiamo superato l’obiettivo più ambizioso al mondo per far crescere l’energia pulita e mettere i californiani al lavoro”. La proposta di legge ha avuto un’accelerazione proprio quando Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi: “Indipendentemente da ciò che fa Washington, la California mostrerà la strada da seguire, – ha detto de León –. Stiamo inviando un messaggio chiaro al resto del mondo: nessun presidente, non importa quanto disperatamente cerchi di ignorare la realtà, è in grado di fermare i nostri progressi”.

Entro il 2045 energia solo da fonti rinnovabili

L’impegno del Golden State per le rinnovabili è sempre stato un punto centrale delle politiche energetiche statali. Il traguardo del 100 per cento rinnovabili entro il 2045 ha di fatto incrementato gli obiettivi attualmente in vigore nel Paese che puntano a raggiungere il 50 per cento di energia pulita entro il 2030. Se il disegno di legge verrà approvato – manca ancora il passaggio definitivo all’Assemblea legislativa –, la California abbandonerà completamente l’elettricità prodotta con combustibili fossili in meno di tre decenni, accelerando il proprio percorso a tappe: entro il 2026, dovrebbe riuscire a raggiungere l’obiettivo del 50 per cento di energia ricavata da fonti rinnovabili, arrivando al 60 per cento nel 2030.

Il futuro è nelle nostre mani

Environment California, un gruppo ambientalista californiano, ha applaudito l’approvazione della proposta del senatore de León e la sua visione di assicurare un futuro pulito allo Stato del Sole. “Ora più che mai, – ha commentato Michelle Kinman, un avvocato dell’organizzazione – la California deve andare avanti sull’energia pulita e rinnovabile e diventare un forte esempio per gli altri Stati membri. Arrivare al 100 per cento di energia rinnovabile è possibile; e il 100 per cento è al 100 per cento necessario”. Anche Leonardo DiCaprio ha celebrato il voto californiano: “Ottimo per ricordare che il futuro è nelle nostre mani”, ha scritto su Twitter.

California, Danimarca e Hawaii gli Stati più ambiziosi in tema di rinnovabili

Ad oggi, la California è il secondo Paese al mondo ad aver adottato un approccio così radicale in tema di energia. L’altro è la Danimarca che entro i prossimi tre anni arriverà a produrre metà della sua elettricità da fonti rinnovabili. Un obiettivo ad un passo dalla sua realizzazione: il Paese, infatti, è il maggior produttore al mondo di energia eolica. Già lo scorso 22 febbraio, tutto il fabbisogno di energia del Paese è stato garantito dall’eolico. Notizia di pochi giorni fa, le Hawaii sono diventate il primo stato federale americano a “firmare” l’Accordo di Parigi. Anche nel loro caso, l’obiettivo è di arrivare al 2045 a utilizzare energia proveniente unicamente da fonti rinnovabili, dopo aver già detto no a carbone, petrolio e gas naturale e tagliando qualsiasi stanziamento per i combustibili fossili.

 

Fonte: http://www.lifegate.it

480 pannelli fotovoltaici e 288 batterie alimenteranno un ospedale in Siria, che potrà garantire le cure ai propri pazienti e salvare le loro vite.

Dopo sei anni di guerra civile che hanno messo in ginocchio la rete elettrica siriana, ora il primo ospedale civile potrà essere alimentato senza interruzioni di corrente elettrica. È il primo progetto del genere realizzato dalla Union of medical care and relief organizations (Uossm), un’associazione internazionale medica che fornisce supporto in Siria la quale, dopo mesi di test, ha messo in funzione un impianto fotovoltaico della capacità di 127 kWp.

Composto da 480 pannelli solari e da un sistema di accumulo di 288 batterie, l’impianto può sopperire ai continui blackout elettrici e ridurre la spesa di carburante per alimentare i generatori. “Crediamo che questo tipo di progetti possa portare speranza. L’energia solare è una forza democratica, che ha la capacità di potenziare le istituzioni e le comunità in modi molto positivi”, ha dichiarato Tarek Makdissi, direttore del progetto Siria Solar, in una nota. “La Siria si trova in una delle migliori regioni a livello mondiale per raccogliere l’energia solare e per questo deve essere sfruttata.

La sicurezza energetica in Siria, grazie alle rinnovabili

Con l’impianto in funzione l’organizzazione internazionale prevede che sarà possibile risparmiare in media oltre 7mila litri di gasolio al mese, che equivale a circa il 20-30 per cento dei costi energetici dell’intero ospedale. L’impianto potrà alimentare tutte le strutture di emergenza, le sale operatorie e le unità di terapia intensiva. La rete elettrica siriana è stata sottoposta ad intensi bombardamenti e questo ha minato la stabilità e la possibilità di accesso all’elettricità di molte strutture, ospedali compresi.

“Avere queste strutture operative è questione di vita o di morte per moltissime persone in tutto il Paese”, ha detto Makdissi alla Thomson Reuters Foundation. L’ospedale, del quale l’associazione non rilascia né il nome né la posizione per motivi di sicurezza, ospita anche 6 incubatrici le quali devono essere sempre alimentate per mantenere costanti la temperatura al loro interno. Basterebbe un’interruzione di mezz’ora per causare gravi danni ai neonati.

“L’obiettivo ora è quello di potenziare il sistema sanitario installando impianti simili in almeno altri cinque ospedali critici”, ha sottolineato Makdissi. “Il nostro sogno è vedere tutte le strutture mediche in Siria che operano con energia pulita e sostenibile”.

 

 

Fonte: http://www.lifegate.it

E' disponibile per il download la Newsletter AS Solar relativa al mese di Maggio 2017.

 

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Martedì scorso il governatore della California, tra gli Stati più attenti alle tecnologie pulite, ha annunciato un piano di cooperazione con Pechino. Che punta su questi temi per costruire un’egemonia globale. Ma il Paese, pur essendo il primo investitore in produzione di energia da rinnovabili, è ancora fortemente dipendente dal carbone ed è il principale importatore di petrolio

L’abbandono degli accordi sul clima di Parigi da parte degli Stati Uniti ha dato nuovo vigore alla strategia internazionale della Cina. È sulla lotta ai cambiamenti climatici e sulla transizione globale alla green economy che Pechino punta per costituire un’egemonia globale. E anche se non sono poche le contraddizioni – la Cina continua a essere il più grande inquinatore del mondo – l’offensiva ambientalista di Pechino arriva (quasi) sotto la Casa Bianca. Martedì scorso il governo della California, uno degli stati leader in America nella green economy, ha annunciato un piano di cooperazione con il ministero della Scienza e della Tecnologia della Repubblica popolare per lo sviluppo di tecnologie a energia pulita, sul commercio di slot di emissioni e altre opportunità di investimento a impatto “positivo per il clima”.

Le due parti hanno firmato una partnership sulle tecnologie pulite, puntando in particolare sul confinamento geologico dell’anidride carbonica e sullo sviluppo di sistemi informatici utili a monitorare le emissioni di inquinanti. Come spiega Reuters, l’accordo è stato firmato a Pechino dal governatore dello stato a stelle e strisce, il democratico Jerry Brown, e dal ministro cinese della scienza Wan Gang. “Abbiamo bisogno di una collaborazione molto stretta con la Cina, con le vostre imprese, le vostre province, le vostre università”, ha spiegato Brown rivolgendosi al pubblico cinese, poco prima di essere ricevuto dal presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping.

Poche ore prima, lo stesso governatore aveva definito “folle” la decisione del presidente Donald Trump di ritirare l’adesione agli accordi di Parigi sul clima, annunciata lo scorso primo giugno. Proprio in risposta a quella decisione, insieme ad altri due governatori democratici americani – Andrew Cuomo di New York e Jay Inslee di Washington – Brown ha fondato la U.S. Climate Alliance, un gruppo politico bipartisan che sostiene la difesa degli impegni presi da Washington e altri 194 paesi a Parigi nel dicembre 2015. L’accordo arriva meno di una settimana dopo il summit Cina-Unione europea di Bruxelles al termine del quale il premier cinese Li Keqiang aveva promesso di lavorare “con il massimo impegno” alla realizzazione degli obiettivi di Parigi. Un atteggiamento accolto con favore da questa parte dell’Atlantico e definito “responsabile” nei confronti del futuro del pianeta dallo stesso presidente del consiglio europeo Donald Tusk.

Il paradosso cinese

Che la Cina diventi capofila della lotta ai cambiamenti climatici è quasi paradossale. Il Paese di mezzo è infatti ancora oggi fortemente dipendente dal carbone ed è il primo importatore di petrolio al mondo. Pechino ha di recente sospeso le concessioni per nuove centrali a carbone, ma i risultati – in particolare in termini di inquinamento atmosferico in ampie zone del paese – stentano ad arrivare, anche perché il carbone, specifica il rapporto annuale del Centro Studi per le Imprese della Fondazione Italia Cina, costituisce il 60 per cento della struttura energetica cinese.

C’è poi un’altra contraddizione: chi loda la Cina è al tempo stesso chi impone politiche anti-dumping, soprattutto sui prodotti fotovoltaici. Gli investimenti pubblici e gli incentivi cinesi al settore hanno portato a un aumento vertiginoso della produzione e alla messa sul mercato mondiale a prezzi competitivi di prodotti cinesi. Questo ha condannato alla chiusura molte piccole medie aziende europee e americane. Di qui la decisione del 2015 di alzare barriere commerciali. Ma, forse più in funzione anti-Trump che pro-Cina, oggi l’Europa riconosce l’impegno di Pechino nella lotta ai cambiamenti climatici. E questo, nonostante i problemi cronici di inquinamento della Cina, non è un caso.

La politica energetica cinese

Nell’ultimo decennio la sensibilità dell’opinione pubblica oltre Muraglia nei confronti dell’inquinamento atmosferico e dei possibili rischi sulla salute degli individui è sensibilmente aumentata. Dal 2012, si sono moltiplicate, ad esempio, le proteste a carattere ambientalista contro impianti industriali inquinanti e a favore di più solide politiche anti-smog. La leadership del paese, rinnovatasi proprio nel 2012 sotto la guida di Xi Jinping, ha così preso l’iniziativa. A novembre 2014 il governo ha fatto suo l’impegno di riduzione delle emissioni entro il 2030, di ridurre le emissioni del 60-65 per cento rispetto ai livelli del 2005 e di provvedere al riforestamento di 4,5 miliardi di metri cubi ancora sopra il valore del 2005. Obiettivi ambiziosi ma che oggi, sempre secondo il rapporto annuale della Fondazione Italia Cina sembrano “alla portata”.

Con un investimento annuo di 89,5 miliardi di dollari nel solo 2014, la Repubblica popolare è il più grande investitore al mondo in sviluppo di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Idroelettrico, eolico e fotovoltaico trainano il settore: l’idroelettrico è già oggi la seconda fonte di approvvigionamento energetico del grande Paese di mezzo; oltre due terzi dei pannelli fotovoltaici del mondo; e oltre la metà delle pale eoliche del mondo sono prodotte qui. Tra il 2006 e il 2009 la capacità produttiva dell’eolico cinese è raddoppiata su base annua rispetto ai dodici mesi precedenti, arrivando nel 2012 a superare il nucleare.

Il solare è infine il terzo pilastro della svolta verde di Pechino. Nel 2015 l’ex Impero celeste è diventato il primo paese al mondo per capacità solare, con 43,2 gigawatt installati. A Liulong, nella provincia del Guangdong, Cina meridionale, ad esempio, Sungrow, azienda leader nel mercato delle celle fotovoltaiche, ha messo a punto un impianto fotovoltaico galleggiante installato in un bacino artificiale ricavato in una miniera dismessa. Secondo quanto scrive il New York Times, il sistema avrebbe già attirato l’attenzione dei vicini asiatici come Giappone, Vietnam e Singapore, paesi con un grande fabbisogno energetico ma scarse risorse territoriali per l’installazione di campi solari. “Questa tecnologia”, ha affermato uno dei responsabili del progetto al quotidiano newyorchese, “dimostra che la Cina mantiene il suo ruolo di primo livello nel settore fotovoltaico”.

 

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/

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