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Il Dipartimento americano per l’energia investirà 82 milioni di dollari nel solare, soprattutto a concentrazione. Oggi l’energia solare fornisce circa l’1,5 per cento dell’elettricità statunitense.

Il solare non appassiona Donald Trump che notoriamente si è schierato a fianco dell’industria del petrolio e carbone piuttosto che a supporto di quella legata alle rinnovabili e proprio oggi sta firmando la proposta di legge per abrogare il Clean Power Plan. Ma le settimane scorse, il suo Dipartimento dell’Energia (Doe) ha annunciato un enorme investimento per sostenere la ricerca nel settore solare. E nella stessa occasione, il Dipartimento ha reso noto che il prezzo medio dell’energia prodotta dagli impianti solari su larga scala ha toccato i 6 centesimi di dollaro per chilowattora, raggiungendo quindi l’obiettivo dichiarato per il 2020 nella SunShot Initiative, la strategia di collaborazione tra istituzioni, istituti di ricerca, imprese e organizzazioni non profit promossa dallo stesso Dipartimento per far sì che il solare diventi una tecnologia sempre più conveniente ed efficiente a vantaggio dei cittadini americani.

Ottantadue milioni di dollari per la ricerca sul solare

“Con l’impressionante calo dei prezzi solari, è tempo di affrontare ulteriori sfide emergenti”, ha detto Daniel Simmons, dell’Office of Energy Efficiency and Renewable Energy (Eere). Una sfida su cui il Dipartimento americano dell’Energia ha annunciato investirà ben 82 milioni di dollari. Di questi, 62 milioni saranno investiti sul solare a concentrazione, detto anche termodinamico, tecnologia pulita che sfrutta la radiazione del sole, accumulandola sotto forma di calore, per convertirla tramite una turbina a vapore in energia elettrica. Altri 20 milioni di dollari saranno invece dedicati a sostenere progetti, sempre nell’ambito del solare, ancora in fase iniziale per migliorare l’elettronica di potenza, ossia tutte quelle tecnologie che garantiscono una maggiore affidabilità, resilienza e immagazzinamento dell’energia solare.

Lo stoccaggio dell’energia rinnovabile è la sfida del prossimo futuro

Oggi la sfida è lo stoccaggio dell’energia prodotta con fonti solari. Un aspetto ancora problematico per il fotovoltaico, mentre per il solare a concentrazione le soluzioni sono quasi a portata di mano, cosa che nel prossimo futuro potrebbe far diventare questa tecnologia molto competitiva. Il solare a concentrazione, al momento, è più costoso e tecnicamente più impegnativo da realizzare rispetto al fotovoltaico. Allo stesso tempo, un impianto termodinamico permette di conservare l’energia e continuare a fornirla sotto forma di elettricità anche quando il sole non brilla. Sfide quindi ancora aperte su cui i ricercatori americani potranno misurarsi, grazie agli investimenti messi a disposizione dal Doe.

La marcia pulita del solare americano

L’energia solare fornisce attualmente circa l’1,5 per cento dell’elettricità statunitense. Grazie anche alle misure adottate dal Doe, l’industria solare americana è riuscita a ridurre drasticamente i costi, consentendo a trainare attraverso l’innovazione tecnologica la crescita del mercato. Negli ultimi 10 anni, la quantità di energia solare installata negli Stati Uniti è aumentata dagli 1,1 gigawatt del 2007 ai circa 47,1 del 2017, abbastanza per alimentare l’equivalente di 9,1 milioni di case americane. La crescita del settore ha portato anche nuovo lavoro. Lo stesso dipartimento ha calcolato che tutto il solare americano, fotovoltaico e solare a concentrazione, ha dato lavoro nel 2016 a quasi 374mila persone, pari al 43 per cento di tutta la forza lavoro impiegata nel settore della produzione elettrica. Un dato che supera largamente il risultato dell’industria dei combustibili fossili che si ferma al 22 per cento. Secondo la Fondazione Solar i posti di lavoro nel solare sono cresciuti del 20 per cento ogni anno negli ultimi quattro anni: ogni 50 nuovi impieghi, uno appartiene all’industria solare. Un numero di occupati che è ben al di sopra di quelli che si ottengono mettendo insieme la forza lavoro utilizzata da Apple, Google e Facebook.

 

Fonte: http://www.lifegate.it/

La Regione lamentava il fatto che non vi fosse stata alcuna trattativa per una soluzione condivisa. Il governatore Emiliano: "Un giorno triste per la Puglia. La prepotenza è sotto gli occhi di tutti"

Sul gasdotto della discordia, il Tap, che in Puglia, ha provocato tante proteste dei cittadini, arriva anche il via libera della Consulta. I giudici della Corte costituzionale hanno ritenuto inammissibile il conflitto sollevato contro lo Stato dalla Regione Puglia, che riteneva lese le proprie prerogative nel procedimento di autorizzazione. La decisione ha l'effetto di confermare la validità del provvedimento che ha dato l'ok alla costruzione dell'opera.

Dura la reazione del governatore Michele Emiliano, che da una parte rispetta la sentenza e chiede a tutti di fare altrettanto in quello che "è un giorno triste per la Puglia", ma dall'altra punta il dito contro le "omissioni del governo" su "un'opera priva dell'intesa Stato-Regione fin dal progetto": "La prepotenza di questa scelta è sotto gli occhi di tutti". Per il presidente Emiliano è stata calpestata "la volontà delle popolazioni che non accettano, giustamente, l'approdo del gasdotto" vicino a "una delle spiagge più belle del Salento". E ancora: "Era un diritto dei pugliesi localizzare l'opera nel punto ritenuto più adatto alla vocazione dei territori".

Partendo dall'Azerbaijan e passando per la Turchia, dove si collegherà al Trans Anatolian Pipeline, il Tap - acronimo che sta per Trans Adriatic Pipeline - attraverserà Grecia, Albania e Adriatico per portare gas in Italia. Considerato infrastruttura strategica per la competitività e l'approvvigionamento energetico, la sua costruzione è cominciata 16 mesi fa. Il consorzio che la segue è formato da colossi dell'energia come Bp, Socar, Snam, Fluxys, Enags e Axpo.

Al centro della controversia che di fronte ai giudici costituzionali ha contrapposto la Puglia al governo c'era il procedimento con cui il ministero dello Sviluppo economico (Mise) ha autorizzato la costruzione dell'opera: la contestazione nasceva dal fatto che secondo la Regione non è stata intrapresa alcuna trattativa per trovare una soluzione condivisa, in particolare sul punto di approdo della pipeline a San Foca, nel leccese. La Consulta ha ritenuto non ammissibili i motivi del ricorso: le motivazioni si conosceranno nelle prossime settimane, quando sarà depositata la sentenza.

Ma il contenuto della decisione era in parte prevedibile a seguito delle decisioni assunte nei mesi scorsi da altri organi giurisdizionali. Il 27 marzo scorso, in particolare, il Consiglio di Stato, confermando il Tar, aveva respinto i ricorsi della Puglia e del Comune di Melendugno, ritenendo che in sede di valutazione di impatto ambientale fossero state vagliate tutte le problematiche naturalistiche, compresa la scelta dell'approdo nella porzione di costa compresa tra San Foca e Torre Specchia Ruggeri.

Nella scorsa primavera tutta l'area del cantiere era stata al centro delle manifestazioni degli attivisti e anche teatro di scontri e blitz delle forze di polizia. I no Tap hanno tentato di fermare anche l'espianto e il trasferimento degli ulivi, ma senza spuntarla. Più del 50 per cento dell'opera, è stato annunciato a settembre, è già realizzato.

 

Fonte: http://www.repubblica.it/

Il capo dell'Epa firmerà nelle prossime ore il ritiro del 'Clean Power Plan' del 2015. Secondo il 'New York Times' il mancato rispetto delle limitazioni sulle emissioni consentirebbe agli Usa di risparmiare 33 miliardi di dollari.

Nuova offensiva dell'amministrazione Trump contro l'eredità di Barack Obama. Durante un incontro ad Hazard, nel Kentucky il capo dell'agenzia federale dell'ambiente (Epa), Scott Pruitt, ha annunciato che tutto è pronto per rovesciare le politiche messe in campo dall'ex presidente sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici, rottamando il 'Clean Power Plan' che taglia le emissioni degli impianti a carbone.

"La guerra contro il carbone è finita", ha detto Pruitt riecheggiando le parole pronunciate tempo fa dal presidente Trump. Il capo dell'Epa domani martedì 10 ottobre, firmerà il ritiro dal piano varato da Obama e di cui il tycoon aveva ordinato la revisione alla fine di marzo. La motivazione è che il provvedimento è frutto di un eccesso di potere da parte dell'ex presidente.

"Ecco il messaggio del presidente: la guerra al carbone è finita" ha detto Pruitt alla folla radunata ad Hazard, "domani a Washington, D.C., firmerò l'atto che ritirerà la legge", ha aggiunto.

I sostenitori del 'Clean Power Plan' giudicano questo pezzo di legislazione fondamentale nell'ambito degli sforzi contro il riscaldamento globale, mentre i critici hanno sempre accusato Obama di aver ucciso con tali norme migliaia di posti di lavoro nel settore del carbone.

Il 'Clean Power Plan' era stato introdotto dall'amministrazione Obama in uno sforzo per ridurre il livello di emissioni inquinanti delle centrali elettriche del 32 per cento entro il 2030. Gli impianti sono i maggiori produttori dei gas serra, principali responsabili secondo gli esperti del cambiamento climatico. Il tentativo di smantellare il programma rientra nel più ampio disegno dell'amministrazione Trump di rilanciare l'industria dei combustibili fossili negli Usa. Per il capo dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente, il regolamento introdotto da Obama nel 2015 era "illegale" e "definiva vincitori e perdenti" nella competizione per produrre energia elettrica negli Usa. "Il potere regolatorio non dovrebbe mai essere usato per definire vincitori e perdenti", ha attaccato Pruitt.

Secondo il New York Times l'abolizione delle misure del 'Clean Power Plan' renderebbe più difficile per gli Stati Uniti rispettare gli impegni dell'accordo di Parigi per il contrasto ai cambiamenti climatici. Stando alle anticipazioni del quotidiano, nel testo preparato dall'Epa si calcola che il mancato rispetto delle limitazioni sulle emissioni consentirebbe agli Usa di risparmiare 33 miliardi di dollari. Di certo, il ritiro di Washington dall'accordo è stato uno dei cavalli di battaglia elettorali di Trump.

 

Fonte: http://www.repubblica.it/

Dopo le multinazionali del tabacco, ora tocca alle compagnie petrolifere. Boom di cause legali per danni provocati all'ambiente

A metà degli anni ’90 era toccato alle industrie del tabacco, ora è la volta delle grandi aziende di combustibili fossili. Le accuse e le rivendicazioni sono le stesse: aver danneggiato con consapevolezza. Se qualche decennio fa i produttori di sigarette erano finiti nelle aule dei tribunali con l’accusa di aver sviluppato il proprio business nonostante fossero a conoscenza dei danni effettivi e potenziali provocati dal tabacco, nascondendoli ai consumatori, adesso la storia si ripete. E sul banco degli imputati si stanno sedendo le compagnie petrolifere, ritenute colpevoli di aver contribuito all’aggravamento dei cambiamenti climatici, in piena coscienza. Se la storia insegna, le industrie del petrolio dovrebbero tremare. La Guerra del Tabacco si è infatti conclusa con risarcimenti da capogiro e la lotta delle città ed emissioni fossili, che è appena iniziata, potrebbe avere lo stesso esito.

Città ed emissioni fossili: 884 cause legali sul cambiamento climatico

I numeri delle cause legali stanno aumentando di anno in anno. Secondo un sondaggio realizzato dal Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University, in tutto il mondo ci sono attualmente 884 cause aperte su questioni climatiche.

“Più di 170 Paesi del mondo riconoscono il diritto dei cittadini a un ambiente pulito – spiega Michael Burger, direttore esecutivo del Sabin Center – e la giurisprudenza sta cercando di tenere il passo”.
Le cause intentate che hanno come focus le città ed emissioni fossili portano avanti una serie di battaglie inerenti la mancanza di leggi stringenti sulle emissioni nocive, la poca incisività nella ricerca e negli investimenti in fonti energetiche alternative, oltre ovviamente alla responsabilità delle aziende di aver immesso nell’atmosfera per decenni particelle inquinanti.

Gli Usa in prima linea nella battaglia

Sebbene si tratti di un fenomeno mondiale, anche in questo caso la parte del leone la fanno gli Stati Uniti d’America, con il 68% di cause legali presentate nei tribunali che hanno come oggetto il cambiamento climatico. L’ultima è stata presentata dalle città californiane di San Francisco e Oakland, che sembrano intenzionate a battersi seriamente per il riconoscimento di quello che reputano un diritto: il pagamento dei danni e delle soluzioni per arginare i disastri naturali provocati dai cambiamenti climatici spetta alle industrie del petrolio.

5 colossi petroliferi sul banco degli accusati

E’ questa la differenza con altre azioni legali intentate altrove. La California ha individuato i colpevoli (cinque colossi petroliferi: Chevron, ConocoPhillips, Exxon Mobil, Shell e BP), ha supportato le accuse con alcuni dati scientifici (secondo uno studio del 2016 della Union of Concerned Scientists le sopracitate aziende sono responsabili del 15% delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’epoca della Rivoluzione Industriale ai giorni d’oggi, sta cercando di dimostrare l’omissione volontaria dei rischi legati al cambiamento climatico. E ha individuato il risarcimento, che dovrebbe coprire qualsiasi investimento che i paesi della baia sono costretti a coprire per tutelare il territorio dalle inondazioni sempre più frequenti.

Città ed emissioni fossili: è solo l’inizio

La battaglia di San Francisco e Oakland segue quella iniziata un paio di anni fa, sempre in California, da parte di Marin County e San Mateo e Imperial Beach che hanno portato il colosso petrolifero texano Exxon in tribunale con l’accusa di aver ingannato per decenni gli investitori sui possibili rischi dei cambiamenti climatici. E molto probabilmente, specie i paesi che sono costretti, e lo saranno nei prossimi anni, ad affrontare i danni e le situazioni emergenziali provocati da alluvioni, tempeste e tornadi causati da un clima sempre più instabile, seguiranno il loro esempio.

 

Fonte: http://www.green.it/

È stato dato il via alla quarta fase del Parco solare di Dubai con la costruzione di un parco solare termico

Siede tutt’oggi su migliaia di barili potenziali petrolio, eppure sta investendo milioni di dollari nelle rinnovabili, puntando ad un futuro sempre più sostenibile dal punto di vista energetico. Parliamo ovviamente di Dubai, che con il suo piano Clean Energy 2050 conta di generare il 7% di energia elettrica entro il 2020, il 25% entro il 2030 e il 75% entro la metà del secolo. A garantire questa progressiva crescita dell’energia rinnovabile sarebbe in primo luogo l’enorme Parco solare di Dubai, ovvero quel Parco denominato Mohammed bin Rashid al Maktoum Solar Park che è già famoso per essere il più grande parco solare su sito singolo a livello mondiale.

La quarta fase del Mohammed bin Rashid Al Maktoum Solar Park

Nel 2020, il Parco solare di Dubai dovrebbe raggiungere la capacità di circa 1.000 megawatt, cifra che verrà quintuplicata entro il 2030. Quando tutte le strutture saranno terminate e messe in funzione, questo sito produrrà sufficiente energia elettrica sostenibile da evitare l’emissione di 6,5 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica all’anno. I lavori nell’area sono del resto in pieno fermento: alcuni giorni fa la Dubai Electricity and Water Authority (DEWA) ha infatti annunciato di aver raggiunto un accordo per la costruzione del più grande impianto solare termico del Paese, il quale andrà a costituire la quarta fase del Mohammed bin Rashid Al Maktoum Solar Park.

Come sarà il nuovo Parco solare di Dubai

Ad assicurarsi la costruzione del nuovo Parco solare di Dubai è stato un consorzio tra la saudita ACWA Power e la cinese Shangai Electric. Impossibile del resto fare un’offerta migliore rispetto a quella portata dalle due società: si parla infatti di una proposta imbattibile che si ferma a 7,3 centesimi di dollaro per ogni kilowattora, ovvero il prezzo più basso mai fatto registrare per la costruzione di un impianto solare termodinamico. Il fulcro del Parco solare di Dubai sarà la torre centrale, che con i suoi 260 metri diverrà la più alta del mondo. Da lassù raccoglierà tutto il calore garantito dagli eliostati allineati nell’area circostante, e riuscirà così a generare 700 megawatt di energia. Il costo complessivo della nuovo sezione del parco solare di Dubai sarà di circa 4 miliardi di dollari.

L’orgoglio dello sceicco

Come ha dichiarato l’emiro di Dubai nonché attuale primo ministro degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Mohammed bin Rashid, «la realizzazione dell’impianto di energia solare termica più grande del mondo sottolinea il fatto che gli Emirati Arabi Uniti hanno una posizione di leadership della produzione di energia rinnovabile e pulita». E di certo il sovrano di Dubai non può fare diversamente, in quanto solo un concreto dispiego di investimenti in avanzate tecnologie verdi può permettere di raggiungere gli ambiziosi obiettivi energetici previsti per i prossimi decenni. È particolarmente orgoglioso dell’operato della propria squadra Saeed Mohammed Al-Tayer, amministratore delegato di DEWA, che ha spiegato come «i nostri sforzi nell’ambito delle generazione di energia rinnovabile hanno portato ad una diminuzione dei prezzi a livello mondiale, soprattutto del Medio Oriente e in Europa per quanto riguarda il solare».

Record mondiale

Prima della progettazione dell’impianto solare termico a concentrazione di Dubai, il più potente era – ed è tuttora fino alla fine dei lavori negli Emirati Arabi Uniti – quello di Inanpah, in California, in funzione dal 2014 con 395 MW di potenza. Il primo modulo del Parco solare di Dubai entrerà in funzione entro il 2021, producendo dapprima 200 MW di potenza – 50 MW in più rispetto all’impianto solare termodinamico che sta per essere ultimato in Marocco – per poi arrivare, nel 2030, ad 1 Gigawatt.

 

Fonte: http://www.green.it/

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