News & Eventi

Il nuovo progetto di ricerca C2CC svilupperà innovativi materiali compositi in fibra di basalto e resina per il settore automobilistico, che siano riciclabili, leggeri e a basso costo

Come rendere anche l’industria automobilistica protagonista attiva dell’economia circolare? Partendo dalla progettazione dei veicoli. È all’insegna di un futuro d’auto riciclabili ed ecologiche al 100%, la nuova collaborazione fra Enea e il Centro Ricerche Fiat (CRF) per lo sviluppo di materiali capaci di rendere il riciclo più semplice ed economico. L’intesa si è concretizzata in “C2CC:Cradle-to-Cradle Composites”, progetto dedicato allo sviluppo di innovativi materiali compositi per il settore automobilistico.

L’iniziativa di ricerca si è data tre anni di tempo per creare e impiegare nuove fibre minerali basaltiche che siano completamente riciclabili. Queste saranno associate a resine termoindurenti derivate da biomassa per realizzare prodotti leggeri, a basso costo e soprattutto facilmente processabili.

“Le attuali normative sulle emissioni di CO2 – si legge sul sito del consorzio EIT Raw Materials , che ha finanziato C2CC con 1,3 milioni di euro – costringono i produttori di automobili a puntare su una significativa riduzione del peso, che sembra possibile solo attraverso la sostituzione di metalli con compositi a matrice polimerica (Polymer-Matrix Composite – PMC). Questi PMC, tuttavia, dovrebbero anche essere riciclabili, per poter essere conformi alle normative sui veicoli fuori uso (ELV, ed economici, in modo da essere prodotti in serie”.

Allo stato dell’arte, però, la realtà è ben differente. Come spiega Claudio Mingazzini, ricercatore ENEA e responsabile del progetto “Attualmente uno dei materiali compositi più diffuso è quello in fibra di carbonio e resina epossidica che viene utilizzato per la produzione dei cofani di automobili di lusso. Ma dal loro riciclo non è possibile recuperare materiale utile per produrre di nuovo quegli stessi componenti”.

I partner di C2CC sostituiranno la fibra di carbonio con una derivata dal basalto associandovi a una resina innovativa a sua volta completamente recuperabile nel processo di riciclo. “In questo modo – continua Mingazzini – dimostreremo come sia possibile riprocessare la fibra di rinforzo, che rappresenta il 60% della massa del cofano, per produrre di nuovo il componente originario”.

Il progetto porterà questa soluzione il più vicino possibile alla produzione in serie, valutandone i benefici ambientali in particolare sotto il profilo del consumo di energia e delle emissioni di CO2. “Il principale dimostratore di progetto – conclude lo scienziato – sarà la realizzazione di un cofano in composito totalmente riciclabile per un modello di automobile già in produzione, ossia una FIAT 500 Abarth. Ma il business plan di progetto prende in considerazione un potenziale volume di produzione di 100mila veicoli all’anno da riciclare secondo il modello cradle-to-cradle, vale a dire dalla culla alla culla, ovvero un processo a rifuto-zero che ricicla il materiale per la sua funzione originaria”.

Oltre ad ENEA e CRF, il progetto vede la partecipazione del consorzio spagnolo di ricerca e sviluppo materiali per i trasporti GAIKER, di AM Composites, dell’Università di Bordeaux e delle aziende GS4C e R*Concept.

Fonte: http://www.rinnovabili.it

La previsione in uno studio dell’International Food Policy Research Institute: entro il 2050, gli effetti del cambiamento climatico produrranno un calo medio del 3% dei nutrienti in alcune delle principali colture mondiali.

Pubblicata sulla rivista Lancet Planetary Health la più estesa ricerca sugli effetti del cambiamento climatico rispetto alla disponibilità globali di alimenti e nutrienti: entro i prossimi 30 anni, l’aumento di concentrazione di diossido di carbonio dovrebbe portare alla riduzione di nutrienti fondamentali in colture come grano, riso, mais, orzo, patate e soia mettendo a rischio la salute alimentare di grande fasce di popolazione, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

Il team internazionale di ricerca ha sfruttato il modello agricolo IMPACT, i dati del Global Expanded Nutrient Supply (GENuS) e quelli provenienti da due serie di ricerche sugli effetti della CO2 sul contenuto di nutrienti nelle colture: mentre l’aumento di anidride carbonica può accelerare la crescita di alcune piante, diversi studi hanno dimostrato che al contempo può ridurre la concentrazione di micronutrienti. Secondo i risultati dello studio, i livelli stimati di CO2 di qui al 2050 porteranno a una perdita di nutrienti media del 3% in colture come grano, riso, mais, orzo, patate e soia.

Proteine, ferro e zinco dovrebbero calare rispettivamente del 19,5%, del 14,4% e del 14,% in tutte le regioni del Pianeta. A soffrire particolarmente il crollo della disponibilità di proteine saranno le popolazioni la cui dieta più si basa sul grano e sui suoi derivati come quelle dell’ex Unione Sovietica, del Medio Oriente, del Nord Africa e dell’Europa dell’est.

Nel Sud dell’Asia, saranno invece le carenze di ferro a produrre gli effetti più preoccupanti sulla salute delle persone: considerando che l’India già attualmente rappresenta il Paese con il maggior tasso di anemia al mondo, la situazione in futuro non potrà che divenire più difficile.

Come già suggerito da altri report delle Nazioni Unite, gli effetti del cambiamento climatico e il conseguente calo nella disponibilità di nutrienti nelle colture colpiranno soprattutto le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo: i ricercatori prevedono che il fenomeno sarà particolarmente grave in Asia meridionale, Medio Oriente, Africa sub sahariana, Maghreb e nei Paesi dell’ex URSS. Regioni già al momento con i più alti tassi di denutrizione al mondo e nelle quali è prevista buona arte della crescita demografica globale. “In generale, le persone che vivono in nazioni in via di sviluppo tendono a ricevere buona arte dei loro nutrienti da alimenti di origine vegetale, che a loro volta contengono biodisponibilità inferiori rispetto agli alimenti di origine animale”, spiega il professor Robert Beach, dell’International Food Policy Research Institute (IFPRI) e tra i principali autori dello studio.

Gli effetti del cambiamento climatico, soprattutto l’innalzamento delle temperature e le ondate di siccità, rischiano di compromettere i miglioramenti tecnici che permettono colture sempre più nutrienti e diffuse. Gli autori dello studio, inoltre, avvertono che estendendo la ricerca alla seconda metà del secolo, quando l’impatto del climate change dovrebbe manifestarsi con maggiore incisività, è molto probabile che la riduzione dei nutrienti risulti ancora più marcata.

“L’alimentazione e la salute degli esseri umani sono argomenti estremamente complessi da prevedere – ha concluso Timothy Sulser, ricercatore dell’IFPRI – Riducendo la disponibilità di nutrienti essenziali, il cambiamento climatico complicherà ulteriormente gli sforzi per eliminare la malnutrizione in tutto il mondo “.

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

Sono più di due milioni gli italiani in condizioni di energy poverty. Un problema che può essere arginato mediante l’efficienza energetica in edilizia

Un grave problema colpisce 2,2 milioni di italiani. Si chiama povertà energetica ed è un fenomeno in aumento, anche se non è conosciuto molto. Cresce però la consapevolezza in tutta Europa e la Commissione europea ha sostenuto la nascita di una rete specializzata di soggetti esperti che possano lavorare a comprenderlo, monitorandolo costantemente. Per questo ha finanziato la creazione dell’EU Energy Poverty Observatory con cui collabora il Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica (OIPE). L’organismo, nato quest’anno, ha pubblicato da pochi giorni il primo rapporto sulla povertà energetica in Italia.

Povertà energetica, cos’è

Ma cos’è esattamente l’energy poverty? A livello europeo si è cercato di definirla attraverso due concetti alternativi. Nel primo caso indica la difficoltà di una famiglia ad acquistare un paniere minimo di beni e servizi energetici; nel secondo “l’acquisto dei servizi energetici cui necessita, implica una distrazione di risorse (in termini di spesa o di reddito) superiore a un valore socialmente accettabile”.

L’energia, tanto quanto lo sono la casa, il cibo e le bevande, è un merit good, ovvero “un bene il cui consumo determina esternalità positive così rilevanti da farne considerare opportuno l’accesso indipendentemente dalla capacità di pagare dell’individuo”. In pratica, riscaldamento, raffreddamento, illuminazione ed energia per gli elettrodomestici sono ritenuti servizi essenziali per garantire un tenore di vita dignitoso e la salute dei cittadini. D’altronde, chi di noi potrebbe farne a meno? Ci sono poi almeno due ragioni per cui la povertà energetica merita un’attenzione particolare, ragioni collegate ai cambiamenti climatici e alla transizione energetica.

Per tutte queste ragioni il problema è da valutare e da affrontare, specie in Italia, dove si stima che nel nostro Paese nel 2017 vi erano 2,2 milioni di famiglie in povertà energetica. Significa che ne soffrono quasi nove famiglie su cento, più precisamente l’8,7% del totale. Ed è una quota in crescita dello 0,1% rispetto al 2016. La situazione è particolarmente sensibile nelle regioni del Sud e nei piccoli centri.

Il nostro, rispetto agli altri Paesi UE considerati dall’analisi ha un fattore in più da considerare: rispetto agli altri, dove all’aumento dei prezzi ha fatto seguito una riduzione dei consumi fisici, in Italia essi sono rimasti più o meno stabili. Il report segnala, infatti, che: “tra il 2006 e il 2016 i consumi delle famiglie nel Regno Unito sono diminuiti del 12%, in Germania del 10% e in Francia dell’8% e i consumi per il riscaldamento di abitazioni a uso residenziale si sono ridotti di quasi il 20% in Spagna, del 16% in Germania e dell’11% in Francia, nel caso del nostro Paese, l’aumento dei prezzi, a fronte di consumi sostanzialmente stabili, ha determinato un aumento della spesa energetica, la cui incidenza sul totale è passata dal 4,7% nel 2007 al 5,1% nel 2017”.

L’efficienza energetica in edilizia può ridurre la povertà

Posta questa situazione e definito il problema, occorre cercare di risolverlo. E qui gli interventi pensati nei vari Paesi europei si sono concentrati su tre categorie:

- azioni per l’efficienza energetica delle abitazioni;
- azioni per la riduzione dei prezzi finali;
- azioni per il sostegno al reddito.

Focalizziamo l’attenzione sugli interventi di efficientamento energetico delle abitazioni. Essi sono particolarmente importanti, specie per chi versa in energy poverty in aree dalle condizioni climatiche particolarmente avverse per buona parte dell’anno, ma molto può esser fatto nella direzione del risparmio energetico anche nelle altre aree.

Tra gli strumenti adottati per elevare l’efficienza energetica delle abitazioni sono segnalati regolamenti che rendono obbligatori standard costruttivi nelle abitazioni nuove e sussidi per i miglioramenti nell’efficienza energetica dell’abitazione. Altrettanto importanti possono rivelarsi meccanismi che prevedono l’installazione di sistemi di riscaldamento/impianti elettrici efficienti da parte dei fornitori del servizio ed i cui costi sono ripagati dai consumatori nel tempo attraverso il contratto di fornitura.

Nel report sono segnalate anche le azioni suggerite ai proprietari di case, anche quelle volte a ridurre i costi dell’investimento – come le detrazioni fiscali per riqualificazione energetica e per ristrutturazioni – oppure a qualificare l’investimento effettuato: in questo caso un esempio potrebbe essere il rilascio di certificati di efficienza energetica a seguito dell’intervento, utili per l’affitto della proprietà.

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

Il Politecnico di Zurigo ha pubblicato uno studio che sostiene che piantando alberi su 0,9 miliardi di ettari di terra in tutto il mondo, si potrebbero risolvere i problemi legati al surriscaldamento climatico.

La riforestazione per combattere in modo naturale il cambiamento climatico. Il Crowther Lab del Politecnico di Zurigo in un recente studio pubblicato nelle rivista Science sostiene che se venissero piantati in tutto il mondo 1000 miliardi di alberi in più su circa 0,9 miliardi di ettari di terra, ovvero un'area un'area delle dimensioni degli Stati Uniti d'America, sarebbe possibile catturare due terzi delle emissioni di carbonio prodotte dall'uomo.

Jean-François Bastin, autore principale dello studio spiega che un aspetto tenuto in considerazione dai ricercatori è stato quello di escludere le città o le aree agricole dalle zone in cui piantare gli alberi, in quanto queste aree sono necessarie per la vita umana.

In pratica se si riforestasse un'area delle dimensioni degli Stati Uniti d'America, i nuovi boschi potrebbero immagazzinare 205 miliardi di tonnellate di carbonio: circa due terzi dei 300 miliardi di tonnellate di carbonio che sono state rilasciate nell'atmosfera dall'attività antropica a partire dalla Rivoluzione Industriale.

Secondo il Prof. Thomas Crowther, coautore dello studio e fondatore del Crowther Lab dell'ETH di Zurigo: "Sapevamo tutti che il ripristino delle foreste avrebbe potuto avere un ruolo nella lotta ai cambiamenti climatici, ma non sapevamo quanto sarebbe stato grande l'impatto. Il nostro studio dimostra chiaramente che la riforestazione è la migliore soluzione per il cambiamento climatico oggi disponibile. Ma dobbiamo agire rapidamente, perché le nuove foreste impiegheranno decenni per maturare e raggiungere il loro pieno potenziale come fonte di stoccaggio naturale del carbonio".

Questa ricerca segue il rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) che suggeriva la necessità di aumentare di 1 miliardo di ettari le foreste per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C entro il 2050.
Le parti del pianeta più adatte alla riforestazione

Lo studio mostra anche quali parti del mondo sono più adatte al ripristino delle foreste. Il potenziale maggiore si trova in soli sei paesi, ovvero Russia, Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile e Cina.

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

La stagione estiva porta a vedere aumentati i consumi di frigoriferi, lavatrici e climatizzatori: quali sono gli elettrodomestici che consumano di più?

Gli elettrodomestici sono fonte di consumi sensibili durante tutto l’anno. Secondo un’indagine di ABenergie su mille famiglie tipo italiane di quattro persone, e considerando dei valori di utilizzo per elettrodomestico su classi energetiche medie, si registra un valore medio annuo totale di circa 2700 kWh per famiglia. +

A pesare in particolare è il frigorifero, che incide con 566 kWh, rappresentando quasi un quinto consumo totale, seguito da lavastoviglie, che pesa per il 15% sul totale, con 400 kWh e illuminazione, per il 10% del totale e 277 kWh.

Tuttavia, alcuni prodotti si rivelano più energivori in inverno, quali il forno e lo scaldabagno, altri d'estate. Uno di questi è proprio il frigorifero: tra giugno e settembre si registra un aumento del 40-50% dei consumi, perché lavora sulla differenza di temperatura interna del frigo e quella dell'abitazione.

Altro elettrodomestico che pesa particolarmente nella stagione più calda è il condizionatore: in questo caso l’aumento medio è pari al 10% sul consumo totale della casa, considerando l’accensione per circa 50 minuti al giorno pari a 712 Wh che equivalgono a circa 5 euro al mese.

Il caldo estivo aumenta la richiesta di fresco dai condizionatori. Com’è possibile conciliare comfort e risparmio energetico? A questo proposito risponde ENEA offrendo alcuni consigli pratici che consentono di ottenere benefici ambientali e risparmi fino al 7% sul totale della bolletta elettrica.

La prima e più importante raccomandazione è fare attenzione, al momento dell’acquisto, alla classe energetica del prodotto, privilegiando la classe A o superiore, che comportano un risparmio sulla bolletta elettrica e una riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera. Un nuovo condizionatore di classe A consuma all’anno circa il 30% in meno rispetto a un vecchio modello di classe C, con una riduzione equivalente di emissioni di CO2. Meglio ancora sarebbe puntare alla classe A+++: rispetto a un pari prodotto acquistato 10 anni fa, permette un risparmio energetico del 50%. Nel caso dei frigoriferi invece, un prodotto in classe A+++ consuma il 60% in meno rispetto all'alternativa in classe A. Per le lavatrici invece ogni classe guadagnata assicura una riduzione dei consumi di circa il 12% all’anno, l'11% per le lavastoviglie.

Sempre riguardo ai climatizzatori, secondo l’Agenzia nazionale per l’Efficienza energetica, andrebbe privilegiata la tecnologia inverter, in quanto garantisce un minore consumo. Soluzioni di questo tipo costano di più, ma calcolando che si può contare su incentivi in termini di detrazioni fiscali, al 50% per le ristrutturazioni o al 65% per la riqualificazione energetica (ecobonus), oppure mediante Conto termico, diventa interessante l’acquisto.

Altri consigli utili riguardano, per esempio, la collocazione ideale del “clima”, sulla parte alta della parete, e la raccomandazione di non raffreddare eccessivamente, oltre a evitare dispersioni, lasciando aperte porte e finestre. Inolte è bene prevedere la manutenzione fatta da tecnici specializzati, per evitare problemi di funzionamento e inutili sprechi.

Elettrodomestici, come usarli risparmiando

In generale, è possibile ottenere buoni risultati in termini di efficienza energetica anche sugli altri elettrodomestici.  La collocazione di tutti gli elettrodomestici è un fattore molto importante: è sempre bene disporli in modo che ci sia una certa distanza dai muri, per evitare surriscaldamenti. Se per il frigorifero è opportuno intervenire, sbrinandolo periodicamente e, prima delle vacanze, svuotarlo e staccarlo, lasciando lo sportello aperto, anche per tutti gli elettrodomestici è consigliabile una periodica manutenzione.

Infine, un consiglio per lavatrice e lavastoviglie: specie nel periodo estivo, è importante fare attenzione al consumo di acqua. Meglio avviarle quando sono a pieno carico e tendenzialmente con lavaggi a basse temperature per i panni o scegliendo la modalità “eco” nel caso delle stoviglie.

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

Cerca