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Le pratiche commerciali delle principali banche mondiali continuano ad essere allineate con il disastro climatico. Finanziamenti in aumento ogni anno

Il rapporto “Banking on Climate Change 2019” pubblicato da Rainforest Action Network, BankTrack, Indigenous Environmental Network, Oil Change International, Sierra Club, Honor the Earth, e approvato da oltre 160 organizzazioni di tutto il mondo, rivela che «Dall’adozione dell’Accordo di Parigi sul clima alla fine del 2015, 33 banche globali hanno fornito 1,9 trilioni di dollari alle compagnie dei combustibili fossili. L’importo del finanziamento è aumentato in ciascuno degli ultimi due anni». Di questi finanziamenti, 600 miliardi di dollari sono andati a 100 compagnie petrolifere che stanno espandendo più aggressivamente i combustibili fossili.

“Banking on Climate Change 2019” è il decimo rapporto annuale sui combustibili fossili e la prima analisi dei finanziamenti delle principali banche private mondiali all’industria dei combustibili fossili nel suo complesso. Ampliato nella sua portata, il rapporto tiene conto anche dei prestiti e delle sottoscrizioni a 1.800 compagnie nei settori del carbone, del petrolio e del gas a livello globale negli ultimi tre anni. Il rapporto tiene inoltre traccia dell’espansione dei combustibili fossili aggregando i dati su cui le banche finanziano le 100 aziende che stanno espandendo più aggressivamente i combustibili fossili.

Le associazioni che hanno redatto il rapporto evidenziano che «In modo allarmante, questi risultati rivelano che le pratiche commerciali delle principali banche mondiali continuano ad essere allineate con il disastro climatico e contrastano in modo netto con il recente Rapporto Speciale dell’Ipcc sul riscaldamento globale. Quel rapporto, Global Warming of 1.5 °C, ha chiaramente delineato la necessità essenziale di una rapida eliminazione dei combustibili fossili e stima che il fabbisogno di investimenti nel settore dell’energia pulita nel mondo sia di 2,4 trilioni di dollari all’anno fino al 2035».

Ma il rapporto denuncia che JPMorgan Chase è di gran lunga il peggiore banchiere di combustibili fossili e della loro espansione, e quindi il peggiore banchiere del cambiamento climatico del mondo: «Dall’accordo di Parigi, JPMorgan Chase ha fornito 196 miliardi di dollari in finanziamenti per i combustibili fossili, il 10% di tutti i finanziamenti sui combustibili fossili delle 33 maggiori banche globali. Il volume di finanziamenti di JPMorgan per i combustibili fossili per il periodo 2016-2018 è uno scioccante 29% in più rispetto alla seconda banca, Wells Fargo. La banca si distingue ancora di più dai suoi pari per il suo volume di finanziamenti per le principali società che espandono l’estrazione e le infrastrutture dei combustibili fossili: dall’Accordo sul clima di Parigi, i 67 miliardi di dollari di JPMorgan Chase per gli expander sono del 68% superiori a quelli di Citi, lontana al secondo posto. Con Morgan Stanley e Goldman Sachs rispettivamente all’11° e al 12° posto nella classifica dei finanziamenti per i combustibili fossili, tutti i 6 grandi colossi bancari statunitensi sono tra i primi banchieri “sporchi” del cambiamento climatico. Insieme, le banche Usa rappresentano il 37% di tutti i finanziamenti globali per i combustibili fossili. Collettivamente, le banche Usa sono la principale fonte di finanziamento per l’espansione dei combustibili fossili da quando è stato adottato l’Accordo di Parigi».

Il rapporto valuta anche le future politiche delle banche riguardo agli specifici settori di combustibili fossili e ai combustibili fossili in generale e sottolinea che «Nel valutare le restrizioni sul finanziamento per l’espansione dei combustibili fossili, nessuna banca ha ottenuto un punteggio superiore al grado C-range, e la maggior parte delle gradi banche erano nel D-range. Nessuna banca si è impegnata a eliminare gradualmente il finanziamento dei combustibili fossili in linea con una traiettoria conforme all’allineamento con gli all’1,5° C di Parigi, nonostante numerose banche e banchieri – tra cui il CEO di JPMorgan Chase Jamie Dimon – abbiano dichiarato il proprio sostegno all’Accordo di Parigi.

Il rapporto analizza anche l’inaccettabile scarsa performance delle banche sui diritti umani, in particolare per i diritti degli indigeni, per quanto riguarda l’impatto di specifici progetti sui combustibili fossili e il cambiamento climatico in generale. I casi studio dettagliati nel rapporto – dall’opposizione guidata dagli indigeni a ciascuno dei tre principali oleodotti di sabbie bituminose proposte nel Nord America, al fragile Arctic National Wildlife Refuge minacciato dalle trivellazioni, ai piani dell’utility tedesca RWE di espandere un open-pit della miniera di carbone di lignite distruggendo la foresta di Hambach che ha 12.000 anni – evidenziano tutti che le banche mancano di efficaci politiche energetiche e dei diritti umani che impediscano loro di finanziare questi progetti altamente problematici e le compagnie che ci stanno dietro».

 

Fonte: http://www.greenreport.it/

Il Centro agro alimentare di Bologna è un esempio di come le rinnovabili siano oggi in grado di alimentare grandi centri direzionali e di distribuzione, diventando allo stesso tempo una fonte di ricavo.

Il Centro agroalimentare di Bologna (Caab) è il più grande centro distributivo per il commercio all’ingrosso dei prodotti agroalimentari e biologici in Italia. Ed è alimentato a fonti rinnovabili grazie all’installazione di uno dei più grandi sistemi di accumulo per l’energia fotovoltaica del nostro Paese.

Nello specifico si tratta di un nuovo impianto fotovoltaico con una potenza di 450 kWp, che verrà installato sul tetto della nuova area mercatale del mercato ortofrutticolo e sarà abbinato ad un sistema di accumulo da 210 kWh, permettendo così alla struttura di produrre per autoconsumo circa l’80 per cento del fabbisogno annuo di elettricità. “Questa è la quarta fase di un progetto partito già nel 2011, quando installammo sulla copertura che oggi ospita Fico, il parco tematico dedicato al settore agroalimentare e alla gastronomia, con 80mila metri quadrati di fotovoltaico, con una potenza di oltre 8 megawatt”, racconta Alessandro Bonfiglioli amministratore delegato di Caab.

Fotovoltaico e sistema di accumulo per il mercato ortofrutticolo di Bologna

Negli anni successivi l’intera copertura dell’immobile è stata equipaggiata con il solare, facendo quello di Caab l’impianto a tetto più grande d’Europa, con oltre 40mila pannelli fotovoltaici. Come quattordici campi da calcio che producono energia rinnovabile.“Il passo successivo era passare all’accumulo, visto che l’obiettivo è proprio quello di utilizzare sul posto tutta l’energia che produciamo”, continua Bonfiglioli. Oggi l’intero sistema fornisce il 60 per cento dell’elettricità richiesta dalla struttura. La parte rimanente viene acquistata da una società elettrica che produce energia da fonti rinnovabili.

14 campi da calcio con sistema di accumulo

“Ci mancava tutta la fase notturna, ovvero quella dell’illuminazione, in un periodo durante il quale ovviamente il fotovoltaico non produce elettricità. Quindi la scelta più logica ci sembrava quella dell’accumulo insieme ad alcune colonnine di ricarica per i veicoli elettrici”, continua l’amministratore delegato di Caab. Ciò che spiega Bonfiglioli è che le rinnovabili sono state quasi una scelta obbligata, visto che il mercato ortofrutticolo è di per sé un’attività estremamente energivora, basti pensare alla refrigerazione o all’illuminazione. La spesa elettrica infatti prima del fotovoltaico era la prima voce di spesa. “Oggi invece è la seconda per quanto riguarda i ricavi”.

 

Fonte: https://www.lifegate.it/

Un gruppo di ricercatori della Penn State ha capito come raddoppiare la densità energetica delle batterie litio metallico rendendole più stabili

Possono le batterie a litio metallico divenire la prima scelta per l’alimentazione di veicoli elettrici, smartphone e computer portatili? Per la Penn State University, negli Stati Uniti, la risposta è sì. Qui un gruppo di ingegneri chimici ha trovato il modo per rendere questi dispositivi affidabili, efficienti e in grado di competere con le alternative commerciali.

Le batterie al litio metallico sono essenzialmente pile primarie, ossia monouso. Nonostante l’elevata densità di carica e le ottime tensioni, questa tecnologia ha difficoltà a prestarsi alla ricaricabilità. Il problema principale è proprio nell’elemento che le contraddistingue: l’anodo in litio metallico. Il materiale vanta una capacità circa 10 volte maggiore rispetto alla grafite ma, durante i cicli di carica e scarica, l’interfase elettrolitica solida (che normalmente si forma tra elettrolita ed elettrodi) tende a favorire la produzione di dendriti sulla superficie del litio; queste minuscole formazioni aghiformi possono perforare il separatore della batteria provocando cortocircuiti. “Questo è il motivo per cui le batterie al litio metallo non durano a lungo: l’interfase cresce e non è stabile”, spiega Donghai Wang, professore di ingegneria meccanica e chimica. “In questo progetto, abbiamo utilizzato un composito polimerico per creare un’interfaccia migliore“.

La nuova “solid-electrolyte interphase – SEI” potenziata è un composto polimerico reattivo costituito da sale polimerico al litio, nanoparticelle di fluoruro di litio e fogli di ossido di grafene. Questa ricetta rende l’interfaccia stabile evitando lo sviluppo dei piccoli aghi superficiali. “Il polimero progettato reagisce per creare un legame simile ad un artiglio alla superficie del litio metallico, fornendogli ciò che desidera in modo passivo, in modo che non reagisca con le molecole dell’elettrolita e costituendo una sorta di come barriera meccanica alla formazione dendritica”.

Non solo. “Con una SEI più stabile, è possibile raddoppiare la densità di energia delle batterie attuali, facendole durare più a lungo ed essere più sicure”, ha aggiunto Wang. Inoltre il nuovo polimero reattivo diminuisce anche il peso e il costo di produzione, migliorando ulteriormente le prestazioni delle batterie litio metallico. Lo studio è stato pubblicato su Nature Materials.

 

Fonte: http://www.rinnovabili.it/

Il complesso di infrastrutture che garantiscono l’uso di Internet consuma il 7% dell’energia elettrica mondiale

Qual è il costo ambientale di una ricerca tramite Google? Quanta CO2 produciamo quando guardiamo un film in streaming o acquistiamo un prodotto su un sito e-commerce? Qual è l’impatto sull’ecosistema di un messaggio via chat o di una email? Siamo abituati a pensare a Internet come qualcosa di totalmente scollegato dalla realtà, a costo e impatto zero, ma come ogni costrutto umano anche la Rete, che proprio oggi compie 30 anni, ha ripercussioni sull’ambiente.

Secondo Greenpeace, il settore dell’informazione globale e della tecnologia ad essa collegata consuma il 7% dell’energia elettrica mondiale: centri di elaborazione dati, cavi sotterranei, ripetitori di segnale, sono tutti apparati fisici alimentati, nella maggior parte dei casi, da energie fossili. Senza considerare la produzione di devices con cui entriamo quotidianamente in Rete. La sola visione di video in streaming assorbe il 60% del traffico energetico della Rete e si stima che toccherà quota 80% entro il 2020.

“Internet è un macchinario invisibile – ha affermato Mark Radka, direttore del reparto Energia e clima della sezione Ambiente alle Nazioni Unite – Non vediamo mai le grandi infrastrutture che alimentano la nostra attività online e, nella maggior parte dei casi, siamo molto lontani dall’essere consapevoli di questi processi. Questo significa che non connettiamo mentalmente il loro utilizzo all’impatto che hanno sull’ambiente”.

Qualcosa si sta muovendo

Le grandi compagnie informatiche stanno passando a sistemi di produzione più rispettose dell’ambiente. Google, ad esempio, ha annunciato che 14 dei propri centri elaborazione dati sparsi per il mondo hanno adottato sistemi di efficientamento energetico che consentono il risparmio del 50% di elettricità rispetto ai propri concorrenti garantendosi una capacità computazionale 7 volte maggiore rispetto a cinque anni fa mantenendo invariato il consumo di energia. Alibaba, la più grande piattaforma e-commerce al mondo, utilizza l’acqua di un lago invece dei condizionatori per raffreddare i server di un suo centro dati e sta sperimentando l’utilizzo dell’energia eolica per svolgere la stessa funzione in altri centri. Apple, Facebook e la stessa Google hanno avviato piani per il raggiungimento del 100% di alimentazione da fonte rinnovabile nei loro centri di produzione, spinti soprattutto dalla sempre maggiore attenzione alla sostenibilità dell’opinione pubblica. Il motore di ricerca Ecosia, invece, assicura di combattere le proprie emissioni piantumando un numero equivalente di alberi ogni anno.

“La consapevolezza che ciò che facciamo online ha un impatto nel mondo reale è già un buon inizio – ha spiegato Radka – Quando le aziende sono sotto pressione dai loro clienti, danno la priorità alla responsabilità ambientale e all’approvvigionamento sostenibile”. D’altra parte, la Rete ha avuto un innegabile impatto sulla divulgazione di tematiche connesse alla sostenibilità ambientale, contribuendo in qualche misura alla creazione di una comunità più consapevole e attenta a evitare gli sprechi.

La strada per la sostenibilità passa comunque per una riduzione dei consumi: ciò che ciascuno può concretamente fare per abbattere l’inquinamento prodotto da Internet consiste semplicemente nello scollegarsi quando non necessario e avere consapevolezza che ogni azione, anche quelle virtuali, comportano un costo ambientale.

 

Fonte: http://www.rinnovabili.it/

Si registrano tassi di morte più elevati in Europa, Italia compresa. Lo studio dell'Università di Mainz, in Germania

L'inquinamento uccide più del tabacco e fa il doppio delle vittime rispetto a quanto stimato finora (8,8 milioni nel mondo in un anno, pari a 120 morti ogni 100 mila persone; le sigarette uccidono 7,2 milioni di persone in un anno), principalmente contribuendo a causare malattie cardiovascolari. Sono 790.000 le morti stimate per l'intera Europa (133 ogni 120 mila persone) in un anno (dati 2015) e 659.000 decessi per l'Unione europea a 28 (129 ogni 100 mila). Lo dice un vasto studio pubblicato sull'European Heart Journal dal quale emerge che le morti da inquinamento sono nel 40-80% dei casi per malattie cardiovascolari (CVD), il doppio che per malattie respiratorie. Lo studio è stato condotto da Thomas Münzel, dell'Università di Mainz, in Germania: le morti da smog sono più di quelle da tabacco che, sottolinea lo scienziato, peraltro è un pericolo evitabile, diversamente dallo smog.

Guardando ai singoli paesi l'Italia si scopre tra quelli con più vittime in Europa occidentale, dopo la Germania che ha un tasso di morte per inquinamento di 154 per 100.000 (pari a una riduzione di aspettativa di vita per la popolazione di 2,4 anni in media), 136 vittime di smog per 100 mila in Italia (1,9 anni di vita persi in media), 150 in Polonia (2,8 anni di vita persi in media), 98 in Gran Bretagna (meno 1,5 anni), 105 in Francia (1,6 anni in meno di aspettativa di vita).

Condizioni peggiori si vedono in Europa dell'Est, ma non tanto perché sono più elevati i livelli di inquinamento, quanto perché le condizioni di salute in generale sono peggiori: così ad esempio Bulgaria, Croazia, Romania e Ucraina hanno un tasso di morte da smog di oltre 200 individui per 100.000 persone. Il problema sono soprattutto le particelle inquinanti, che in molti paesi Ue eccedono i limiti fissati dall'Organizzazione Mondiale per la Salute. Passando a forme di energia pulita, concludono gli autori del lavoro, le morti da smog si potrebbero più che dimezzare.

 

Fonte: https://www.repubblica.it/

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