Plastica, tra Elba e Corsica un’isola di rifiuti lunga decine di km

Il fenomeno, ormai noto da tempo, è determinato dalle correnti. E gli effetti sui fondali, che sono nell'area del santuario dei cetacei, sono devastanti

Una nuova isola di rifiuti di plastica, lunga qualche decina di chilometri, sta andando alla deriva nel Mediterraneo, portata dalle correnti nelle acque tra l’Elba e la Corsica. Lo ha confermato a France Bleu RCFM François Galgani, biologo e responsabile dell’Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer (Ifremer) di Bastia, sottolineando che si tratta di un fenomeno ormai noto, causato all’accumulo di plastica e da una certa disposizione delle correnti, che porta a un’alta concentrazione di rifiuti nell’area in questione. Si tratta di “una striscia di rifiuti che periodicamente si forma, quasi sempre quando si verificano forti piogge e che arriva dalle coste e dai fiumi, in modo particolare l’Arno, a Nord dell’Elba”. Il resto lo fanno le correnti, come descritto da Galgani: “Quelle del nord-ovest del Mediterraneo sono direzionate in maniera tale che l’acqua risalga lungo la costa italiana” ma, arrivata all’altezza dell’isola di Elba, non potendo più passare, si accumula nel canale della Corsica. Una situazione che preoccupa. Tant’è che anche la sezione Mare dell’Arpat, Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, i cui monitoraggi riguardano aree più vicine alla costa, ha riferito a ilfattoquotidiano.it l’intenzione di monitorare comunque l’evolversi della situazione.

Effetti devastanti

Alcuni effetti sono evidenti, altri sono sul fondo del mare, dato che in superficie resta solo il 15 per cento dei rifiuti di plastica. L’equipaggio franco-italiano di Expedition MED ha realizzato le ricerche scientifiche del progetto Pelagos Plastic Free per ridurre l’inquinamento marino da plastica e proteggere le diverse specie di cetacei che vivono nel Santuario Pelagos, conosciuto anche come “santuario dei cetacei”. Anche perché le biopsie effettuate su balenottere comuni del Mar Mediterraneo indicano concentrazioni di composti chimici e additivi della plastica, tossici e persistenti, più elevate rispetto a quelle effettuate su esemplari della stessa specie che vivono in aree meno inquinate.

Il problema del recupero

A France Bleu RCFM lo scienziato francese Galgani ha evidenziato un problema legato alle difficoltà di ripulire il mare da oggetti e materiali che non sempre conviene economicamente recuperare. “Se stai cercando reti da pesca sul fondo – ha sottolineato – si tratta di oggetti che sono molto costosi, possono essere riparati, riutilizzati e quindi riciclati. Si possono ripulire anche le spiagge perché danno un valore patrimoniale al luogo a attraggono più turisti. In mare, al contrario, il problema è che i rifiuti galleggianti non possono essere riciclati. Sono molto degradati, ci sono materiali molto eterogenei. Ci sono diversi tipi di plastica” e quindi il riciclo costerebbe molto di più”.

Oltre la metà dei rifiuti è plastica monouso

Oltre la metà dei rifiuti è rappresentato da plastica monouso “quindi la nuova direttiva europea appena approvata dal Consiglio dell’Unione Europea darà un aiuto notevole. Da questo punto i vista all’Elba i tempi sono stati anticipati. Dopo Marciana Marina, Campo nell’Elba e Porto Azzurro anche il Comune di Capoliveri, all’inizio del 2019 ha detto no alla vendita di prodotti di plastica monouso tra campeggi, alberghi e negozi, aderendo così alla campagna Palagos Plastic Free lanciata da Legambiente e Parco Nazionale Arcipelago Toscano. Il resto l’hanno fatto i pescatori di Livorno e il progetto sperimentale ‘Arcipelago Pulito’ lanciato a marzo 2018 dalla Regione Toscana. Un’idea sposata dall’Europa nella direttiva sugli impianti portuali di raccolta per il conferimento dei rifiuti delle navi, approvata a marzo scorso dal Parlamento di Strasburgo.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/

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