La crescita del trasporto aereo appare inarrestabile, ma siamo sicuri sia anche sostenibile?

Dalla rivoluzione delle compagnie low cost ai vincoli tecnologici, fino alle politiche fiscali in campo ai comportamenti dei singoli turisti: cosa significa oggi volare responsabilmente?

Nei giorni scorsi Klm, la compagnia aerea “di bandiera” olandese, da tempo parte del gruppo Air France, ha avviato una campagna di comunicazione intitolata “Fly Responsibly” (Vola responsabilmente, ndr), che a prima vista potrebbe sembrare un ovvio ossequio, “politically correct” e non scevro di opportunismo, al crescente peso che la sensibilità ecologista sta assumendo nella società e nella politica europea. Quando il video della campagna si interroga e ci interroga se era proprio necessario prendere l’aereo per parlarsi o se non era meglio prendere il treno, è tutto un sistema che viene messo in discussione: quello che ha posto il trasporto aereo come perno dello sviluppo dell’industria turistica e dello sviluppo locale negli ultimi decenni.

Oggi, secondo le stime dell’Unwto riferite al 2017, il trasporto aereo vale il 57% del turismo internazionale, contro il 37% dei mezzi su strada ed il 2% della ferrovia. Ciò è dovuto anche ai grandi cambiamenti cui abbiamo assistito nel settore e in particolare all’emergere di nuovi modelli di business “low cost”. Ryanair, Easyjet e i loro imitatori hanno ribaltato schemi consolidati del trasporto aereo (come il sistema degli hub) e rivoluzionato sia la geografia degli scali che l’estensione del mercato, anche se spesso con modalità discutibili (scarsa trasparenza finanziaria, ampio ricorso ai sussidi pubblici, disinvolte relazioni industriali coi propri dipendenti).

Il loro successo è dovuto anche all’aver intercettato le strategie di sviluppo di innumerevoli luoghi d’Europa, che nel trasporto aereo hanno visto l’opportunità di una qualche connessione con l’economia globale. Il vantaggio dell’aereo e dei vettori “low cost” è consistito nell’assicurarsi flussi di visitatori in entrata in tempi brevi e a costi relativamente contenuti (qualche ricco sussidio e una veloce ristrutturazione di qualche pista), molto più brevi e molto meno costosi di altri tipi di interventi infrastrutturali a base di ferro o di asfalto.

In alcuni casi di estrema perifericità e di accessibilità drammaticamente inadeguata (in Italia si pensi al caso paradigmatico di Crotone) si tratta di valutazioni giustificate. Qualche dubbio lo meritano quei territori che affidano all’aeroporto locale discutibili ambizioni di rango urbano. Ad esempio, in Francia costava 700.000 euro all’anno (e un deficit di più di 2 milioni di euro) permettere a pochi voli Ryanair di tenere aperto l’aeroporto di St. Etienne, a poco più di un’ora di auto dall’aeroporto internazionale di Lione.

Nonostante i dubbi, la crescita del trasporto aereo è stata e appare ancora oggi a molti inarrestabile. Ma siamo sicuri che sia sostenibile? Lo scenario tecnologico non aiuta: un vero salto di qualità ambientale dei velivoli è affidato a scelte tecnologiche di nuova generazione, non di immediata realizzazione. Interventi fiscali (del tipo ecotassa, sul modello francese) possono servire a recuperare risorse per politiche pubbliche di investimento su modalità di trasporto alternativo, ma è impensabile che incidano su dinamiche della domanda che hanno ragioni più profonde e che non sono modificabili da pochi euro di tassa.

Le vere soluzioni stanno nella costruzione di alternative all’esigenza di mobilità che è così centrale – ed essa sì inarrestabile – nelle società contemporanee. Nel frattempo è auspicabile una nuova, più critica consapevolezza, che cominci col mettere (razionalmente, prima che ideologicamente) in discussione la smania di investimenti in nuove infrastrutture aeroportuali, secondo uno schema di valutazione costi-benefici che proprio in Francia ha trovato la più lucida e paradigmatica realizzazione nell’abbandono del progetto del nuovo aeroporto di Nantes. E, come suggerisce la storica compagnia olandese, “la prossima volta pensiamo a volare responsabilmente”.

Fonte: http://www.greenreport.it/

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