Nanoplastica, non puoi nasconderti per sempre.

Il Biological Formulation Group scopre un metodo per rintracciare i frammenti di nanoplastica dispersi nell’ambiente

La plastica è uno dei materiali più resistenti e durevoli, al punto da essere diventata in assoluto il materiale organico più diffuso al mondo. Proprio quelle proprietà che la rendono così facile e utile da usare, però, sono anche quelle che la rendono pericolosa per l’ambiente e per l’uomo. La sua resistenza e la sua durevolezza, infatti, ne rallentano la degradazione, al punto che – anche se frammentata in pezzi sempre più piccoli – la plastica continua ad esistere. Anzi, più piccole sono le particelle di micro e nanoplastica, più sarà difficile rintracciarle e, quindi, liberarsene.

Se, fino ad ora, non esistevano tecniche in grado di farci capire cosa accadesse ai frammenti di micro e nanoplastica e soprattutto di renderci capaci di misurarne la quantità, adesso uno studio del Biological Formulation Group (presso il Drug Delivery Technology di Leida, Paesi Bassi) ha presentato un metodo in grado di risolvere questo enigma.

Dove sono le micro e le nanoplastiche? Quante sono? Sono pericolose? Possono danneggiare la nostra salute e l’ambiente?

La principale difficoltà nel rintracciare le micro e nanoplastiche non dipende dalla loro (piccolissima) dimensione, quanto dalla loro composizione chimica. Infatti, essendo un materiale organico a base di carbonio, la plastica si “mimetizza” con altri materiali che, specie se fisiologici, contengono anch’essi carbonio. Il trucco sta nel riuscire a determinare la massa di queste minuscole materie plastiche, cosa che il Biological Formulation Group è riuscito a fare utilizzando il metodo della dispersione multiangolo della luce, una speciale tecnica di separazione per determinare la distribuzione dimensionale delle particelle estratte.

Una volta individuate, è possibile capire quale sia il destino delle micro e nanoplastiche presenti nell’ambiente e nei corpi degli esseri umani o di altri organismi viventi. Ma non solo: anche nel cibo e in altri prodotti di consumo. Ancora più importante, però, è capire se e in che modo questi minuscoli materiali modifichino i corpi che li “ospitano” e che in modo entrino in relazione con le loro funzioni sistemiche.

Infatti, come sottolinea il professor Fazel Abdolahpur Monikh (docente di Nano-Scienza a Leida), più piccoli sono i frammenti e, potenzialmente, più pericolosi diventano. La nanoplastica, a differenza della microplastica, può attraversare facilmente le barriere biologiche, come quelle del sangue e del cervello, trasportando inoltre i contaminanti che ha assorbito lungo il suo percorso nell’ambiente circostante.

Il gruppo del professor Monikh sta ora cercando finanziamenti dal CERN e dal programma NWO Veni per continuare a sviluppare il metodo e rispondere alla questioni ancora irrisolte.

Fonte: http://www.rinnovabili.it

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