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Il Governo incassa la fiducia al Senato con l’approvazione del maxi emendamento. Modificata la disciplina normativa dei canoni delle concessioni a estrarre gas/petrolio e dello stoccaggio di CO2 in giacimenti di idrocarburi esauriti.

La conversione in legge del Decreto Semplificazioni a Palazzo Madama si è conclusa venerdì 4 settembre con il voto di fiducia sul maxi emendamento. 157 sì che hanno permesso al testo di passare in mano alla Camera dei Deputati, dove l’ultimo via libera dovrebbe arrivare in tempi strettissimi. Il passaggio in Senato ha apportato diverse modifiche, in alcuni casi arricchendo il testo di novità, in altri cassando aspettative e speranze.

DL Semplificazioni: cosa cambia per le rinnovabili?

A criticare l’impegno profuso, soprattutto sul fronte energia, è oggi il Coordinamento Free secondo cui il Dl Semplificazioni fa un buco nell’acqua in tema di fer. Il provvedimento, che con molta probabilità non verrà modificato alla Camera a causa del poco tempo rimasto, avrebbe dovuto rimuovere molti degli ostacoli che rallentano lo sviluppo delle rinnovabili italiane. Una mossa quasi obbligata in vista della partenza del Piano Nazionale Energia e clima (PNIEC) a gennaio 2021. E come sottolinea la stessa associazione, alcuni nodi sono stati realmente risolti, a partire dal tema dello spalma-incentivi volontario.

“Ora anche gli impianti che non avevano aderito a quella misura ‘perversa’ potranno partecipare alle aste e registri del DM FER 1 e di altri successivi DM”, spiega Coordinamento Free. “Sono ammessi agli incentivi impianti fotovoltaici da realizzarsi su cave o discariche dismesse a prescindere dalla destinazione d’uso”. Sempre in tema di fotovoltaico, sono state introdotte le semplificazioni richieste per il revamping/repowering, per le installazioni domestiche e per la sostituzione dell’amianto, e individuate procedure autorizzative adeguate per i sistemi di accumulo.

Per la precisazione i sistemi di accumulo elettrochimico sono autorizzati mediante:

1) autorizzazione unica rilasciata dalla regione o dalle province delegate o, per impianti con potenza termica installata superiore a 300 MW termici, dal Ministero dello sviluppo economico ove l’impianto di produzione di energia elettrica alimentato da fonti rinnovabili sia da realizzare;

2) procedura di modifica ove l’impianto di produzione di energia elettrica alimentato da fonti rinnovabili sia già realizzato e l’impianto di accumulo elettrochimico comporti l’occupazione di nuove aree rispetto all’impianto esistente;

3) procedura abilitativa semplificata comunale se l’impianto di produzione di energia elettrica alimentato da fonti rinnovabili è già esistente e l’impianto di accumulo elettrochimico non comporta occupazione di nuove aree.

Cosa manca? Cancellato l’iter autorizzativo semplificato per il ripotenziamento degli impianti eolici, le semplificazioni per la costruzione di nuovi impianti mini-idro e geotermici con ridotto impatto territoriale, e quelle per la conversione del biogas in biometano.

“Il bicchiere – scrive l’associazione – è dunque solo parzialmente pieno, e le semplificazioni mancanti rischiano d’impedire il rispetto di tutti obiettivi assunti in sede comunitaria che, oltre tutto, dovranno essere maggiorati dopo il prossimo innalzamento al 50-55% della riduzione delle emissioni climalteranti entro il 2030″.

Un’ancora alle energie fossili

Tra i passaggi interessanti ai fini della politica energetica, le disposizioni dedicate allo stoccaggio della CO2 e ai canoni annui per la coltivazione di idrocarburi.

Nel dettaglio on l’articolo 60-bis, il Dl Semplificazioni apre le porte a iniziative di cattura e stoccaggio geologico di biossido di carbonio e specifica “Nelle more dell’individuazione delle aree […], eventuali licenze di esplorazione ed autorizzazioni allo stoccaggio sono rilasciate, in via provvisoria, nel rispetto degli articoli 8, 11, 12 e 16 del presente decreto. Sono comunque considerati quali siti idonei i giacimenti di idrocarburi esauriti situati nel mare territoriale e nell’ambito della zona economica esclusiva e della piattaforma continentale, per i quali il Ministero dello sviluppo economico può autorizzare i titolari delle relative concessioni di coltivazione a svolgere programmi sperimentali di stoccaggio geologico di CO2, […], in quanto applicabili. I programmi sperimentali che interessano un volume complessivo di stoccaggio geologico di CO2 inferiore a 100.000 tonnellate non sono sottoposti a valutazione ambientale”.

Con l’articolo 62-ter, invece, introduce una soglia per i canoni annui per le concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi. Il testo stabilisce che “al fine di garantire la prosecuzione in condizioni di economicità della gestione delle concessioni di coltivazione di idrocarburi, l’ammontare annuo complessivo del canone di superficie dovuto per tutte le concessioni in titolo al singolo concessionario non può superare il 3 per cento della valorizzazione della produzione da esse ottenuta nell’anno precedente”.

Misure poco apprezzate dagli ambientalisti che oggi puntano il dito sulle modifiche. “Il Governo si mantiene fedele alla sua linea pro-fossili e peggiora il già di per sé pessimo impianto del DL Semplificazioni – dichiara Francesco Masi, Portavoce del Coordinamento Nazionale No Triv-. Con l’approvazione del maxi emendamento si regalano ogni anno 3 milioni di euro di minori canoni alle compagnie Oil&Gas e si consente loro di avviare progetti di stoccaggio della CO2 – in taluni casi anche senza Valutazione di Impatto Ambientale ed escludendo l’Intesa con le Regioni per i progetti che interessano gli stoccaggi in mare – in giacimenti di idrocarburi esauriti evitando così i costi di ripristino ambientale […] Lo stoccaggio può così avvenire anche in pozzi depleti situati sopra sorgenti sismiche naturali per i quali ad oggi è assente qualsiasi valutazione di rischio”.

Fonte: https://www.rinnovabili.it

I ricercatori dell’Università di Linköping, in Svezia, hanno progettato una nuova molecola in grado di assorbire energia dalla luce e immagazzinarla nei propri legami chimici

Quando si parla di immagazzinare l’energia solare, il primo pensiero va all’uso delle batterie in accoppiata con gli impianti fotovoltaici. Questi sistemi permettono di conservare l’elettricità prodotta dai pannelli e utilizzarla nel breve termine in risposta alle necessità più immediate. Tuttavia il settore è interessato anche a trovare un modo per catturare e accumulare l’energia del sole anche sul lungo termine, attraverso soluzioni economiche, efficienti e immediate.

In questo contesto, gli interruttori molecolari stanno emergendo come una delle opzioni più interessanti. Di cosa si tratta? Di molecole in grado di assumere strutture diverse (isomeria) e con esse diverse differenti proprietà fisiche e chimiche, pur mantenendo la stessa formula bruta. E in questo specifico caso, anche di passare da una forma “più energetica” ad una “meno energetica”.

L’ultimo progresso in tal senso è stato compiuto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Linköping, in Svezia. Il team, guidato dal professore di fisica computazionale Bo Durbeej, ha sintetizzato un nuovo foto-interruttore per immagazzinare l’energia solare. “La nostra molecola può assumere due diverse forme: una forma principale in grado di assorbire energia dalla luce e una forma alternativa in cui la struttura è modificata divenendo energicamente più ricca, pur rimanendo stabile. Questo lo rende possibile immagazzinare l’energia solare nella molecola in modo efficiente”, afferma Durbeej.

Le strutture chimiche di tutti i foto-interruttori molecolari (o fotoswitch) sono influenzate dalla presenza della luce. Ciò significa che la struttura, e quindi le proprietà, di questi composti possono essere modificate semplicemente illuminandoli. Durbeej e il suo gruppo lavorano in chimica teorica e conducono calcoli e simulazioni di reazioni chimiche. Ciò comporta complesse elaborazioni digitali, che vengono eseguite su supercomputer presso il National Supercomputer Center a Linköping. I calcoli hanno mostrato che la molecola progettata dal team avrebbe subito la reazione chimica richiesta e che sarebbe avvenuta in modo estremamente rapido, entro 200 femtosecondi. I colleghi del Centro di ricerca per le scienze naturali in Ungheria hanno quindi costruito questo speciale foto-interruttore mettendolo alla prova nel mondo reale.

Al fine di immagazzinare grandi quantità di energia solare, gli scienziati hanno tentato di rendere la differenza energetica tra i due isomeri il più grande possibile. La forma madre della loro molecola è estremamente stabile, grazie alla presenza di tre anelli aromatici. Quando assorbe la luce, tuttavia, perde l’aromaticità, diventando molto più ricca di energia. Lo studio, pubblicato sul Journal of the American Chemical Society, mostra che questo cambiamento possiede un grande potenziale nel campo dei fotoswitch molecolari.

“La maggior parte delle reazioni chimiche inizia in una condizione in cui una molecola ha un’energia elevata e successivamente passa a una con un’energia più bassa. Qui, facciamo il contrario: una molecola che ha energia bassa diventa una molecola con energia alta. Credevamo fosse difficile, ma abbiamo dimostrato che è possibile che una tale reazione avvenga in modo rapido ed efficiente”, ha aggiunto Durbeej.

I ricercatori studieranno ora come l’energia solare immagazzinata possa essere rilasciata nel modo migliore.

Fonte: https://www.rinnovabili.it

Gli scienziati dell’Università per la Scienza e la Tecnologia di Thuwal, in Arabia Saudita, spingono ancora avanti il solare a thin film grazie alla stampa a getto d’inchiostro

Celle fotovoltaiche super leggere, sottili e flessibili da poter persino “galleggiare” sulla superficie di una bolla di sapone. A scattare l’incredibile fotografia è un team dell’Università King Abdullah per la Scienza e la Tecnologia (KAUST) al lavoro sulla nuova generazione del solare organico thin film.

Il lavoro, guidato da Derya Baran, mira a creare una nuova fonte d’alimentazione per dispositivi elettronici dove l’uso delle tradizionali batterie è limitante, come ad esempio i biosensori medici e le nuove pelli robotiche. “Piuttosto che ingombranti batterie o una connessione a una rete elettrica, abbiamo pensato di utilizzare celle solari organiche leggere e ultrasottili per raccogliere energia dalla luce, sia all’interno che all’esterno”, spiega la ricercatrice Eloïse Bihar.

Fino a ieri, queste unità erano realizzate mediante spin-coating o evaporazione termica, tecnologie non scalabili, che limitano la geometria del dispositivo. Questa tecnologia prevede l’utilizzo di un materiale trasparente e conduttivo, ma fragile e inflessibile, chiamato ossido di indio e stagno (ITO) come elettrodo. Per superare queste limitazioni, il team ha impiegato la stampa a getto d’inchiostro. “Abbiamo formulato inchiostri funzionali per ogni strato dell’architettura della cella solare”, ha aggiunto il collega Daniel Corzo.

Una delle grandi novità aggiunte dal team del KAUST è la sostituzione dell’ITO. Per realizzare le nuove celle fotovoltaiche super leggere, il gruppo ha stampato un polimero trasparente, flessibile e conduttivo chiamato PEDOT: PSS, o polistirene solfonato di poli (3,4-etilendiossitiofene). E sempre tramite stampante ha inserito uno strato di materiale fotovoltaico organico (P3HT: O‐ IDTBR) che cattura la luce e uno di ossido di zinco, sigillando l’unità con parylene, un rivestimento protettivo flessibile, impermeabile e biocompatibile.

Come osserva Corzo, la vera sfida è stata sviluppare inchiostri funzionali. “La stampa a getto d’inchiostro è una scienza a sé stante”, afferma lo scienziato. “Le forze intermolecolari all’interno della cartuccia e dell’inchiostro devono essere superate per espellere goccioline molto sottili da un ugello estremamente piccolo. Anche i solventi svolgono un ruolo importante una volta che l’inchiostro si è depositato, perché il comportamento di essiccazione influisce sulla qualità del film”.

Dopo aver ottimizzato la composizione dell’inchiostro per ogni strato del dispositivo, le celle fotovoltaiche super leggere sono state stampate su vetro per testarne le prestazioni. Hanno raggiunto un’efficienza di conversione del 4,73 per cento, battendo il precedente record del 4,1 percento per una cella organica completamente stampata.

“I nostri risultati segnano un trampolino di lancio per una nuova generazione di celle solari stampate, versatili e ultraleggere, da utilizzare come fonte di alimentazione o da integrare in dispositivi medici impiantabili”, afferma Bihar. Il lavoro è stato pubblicato su Advanced Material Technologies.

Fonte: https://www.rinnovabili.it

Il sistema di accumulo di Gravitricity funziona sfruttando i surplus delle rinnovabili per sollevare pesi in un pozzo profondo e rilasciandoli quando la rete richiede energia

Sono iniziati i lavori della prima “batteria gravitazionale” firmata Gravitricity. L’azienda sta costruendo un dimostratore su scala reale presso il porto di Edimburgo, con l’obiettivo di iniziarla a testarlo nella primavera del 2021. Di cosa si tratta? Di un impianto che sfrutta la gravità per accumulare i surplus di energia in rete e renderli disponibili al momento del bisogno.

Il principio base non è una novità. Da oltre 100 anni l’idroelettrico a pompaggio fa esattamente questo: utilizza l’energia potenziale dell’acqua ricavata dalla differenza di altitudine tra due bacini per fornire uno stoccaggio elettrico economico e conveniente. Gravitricity ha ripreso il concept trasformandolo in qualcosa di nuovo. Nella batteria gravitazionale, l’acqua è sostituita da pesi e al posto dei dislivelli naturali sfruttati dall’idroelettrico, sono realizzati pozzi dove sollevare e rilasciare queste masse.
Come funzionale l’accumulo a gravità?

Il sistema è composto da pesi che possono raggiungere anche le 5.000 tonnellate, cavi d’acciaio e argani elettrici situati ai lati del pozzo. Durante i periodi di eccesso d’offerta sulla rete, l’impianto utilizza il surplus energetico per alimentare gli argani che sollevano il contrappeso verso la cima della struttura. Quando, invece, la domanda elettrica torna a crescere, i pesi vengono rilasciati facendo girare gli argani e producendo elettricità.

Le batterie gravitazionali, spiega la società, sono state progettate come unità modulari in grado di raggiungere potenze comprese tra 1 e 20 MW e sono capaci di funzionare fino a 50 anni senza perdita di prestazioni.

Ovviamente il prototipo in fase di realizzazione avrà una taglia molto più contenuta. “Il nostro dimostratore utilizzerà due pesi da 25 tonnellate“, spiega l’ingegnere capo di Gravitricity, Miles Franklin. “Durante i test lasceremo cadere i pesi assieme per generare la massima potenza (250 kW) e verificare la velocità di risposta […] Calcoliamo di poter passare da zero alla potenza massima in meno di un secondo, il che può essere estremamente prezioso nella risposta di frequenza e nei mercati dell’energia di riserva”. Nel complesso il sistema il sistema dovrebbe avere un’efficienza compresa tra l’80 e il 90 per cento ed essere in grado di immagazzinare energia a un costo inferiore rispetto ad altri sistemi di accumulo di energia su scala di rete.

“Questo programma di test confermerà la nostra modellazione e ci fornirà dati preziosi per il nostro primo progetto da 4MW che inizierà nel 2021“. Il progetto è supportato da una sovvenzione di 640.000 sterline dall’Innovate UK del governo britannico.

Fonte: https://www.rinnovabili.it

I risultati della ricerca annuale pubblicata da EuPD Research mostrano un significativo incremento delle vendite di auto elettriche negli otto mercati principali europei e in Australia. In Italia nel primo trimestre del 2020 le immatricolazioni di auto elettriche sono aumentate del 268%.

La transizione della mobilità verso le auto elettriche sta forse arrivando a una fase di svolta: le vendite di auto elettriche sono in aumento e i clienti finali sono sempre più consapevoli dei vantaggi offerti dall’integrazione di un impianto fotovoltaico sul tetto con un wall-box per ricaricare i propri veicoli elettrici. Inoltre, più della metà degli installatori in quattro dei principali mercati europei, offre già soluzioni di mobilità elettrica.

Questi i principali risultati emersi dalla ricerca annuale realizzata da EuPD Research che raccoglie le opinioni di circa 1.100 installatori fotovoltaici negli otto mercati principali europei e in Australia. Nonostante una penetrazione di mercato ancora bassa, le vendite di auto elettriche sono in forte aumento in tutti i paesi: in particolare il numero di auto elettriche immatricolate in Germania nel primo trimestre del 2020 è più che raddoppiato rispetto al primo trimestre del 2019. I dati di crescita sono ancora più impressionanti per Francia e Italia, dove il numero di macchine green immatricolate è aumentato rispettivamente del 144% e del 268%.

La scelta di acquistare un’auto elettrica si basa spesso sulla volontà di contribuire al passaggio verso una mobilità più sostenibile. Ciò non significa tuttavia che i proprietari di veicoli elettrici debbano sostenere da soli i costi della transizione energetica.

Dall’EndCustomer Monitor 9.0, l’indagine annuale condotta da EuPD Research tra i clienti finali tedeschi che possiedono un impianto fotovoltaico, il principale driver che motiva l’acquisto di un’auto elettrica è la possibilità di caricare la batteria tramite una wall-box utilizzando l’elettricità generata da un impianto fotovoltaico sul tetto. In questo modo si incrementa la quota di autoconsumo, rendendo molto vantaggioso da un punto di vista economico entrambi gli investimenti: impianto fotovoltaico e auto elettrica.

Gli installatori si dimostrano attenti e pronti: in quattro degli otto mercati europei più della metà degli intervistati offre già soluzioni legate alla mobilità elettrica; in Italia la percentuale tocca il 71%.

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

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