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Ideato come tesi di laurea dallo studente inglese Bradley Brister e vincitore del secondo premio del James Dyson Award 2019

Progettato da Bradley Brister, studente inglese all’ultimo anno di Ingegneria del Design alla Brunel University di Londra, SunUp è uno “zaino solare” da 15 W in grado di caricare completamente una batteria da 4.000 mAh in circa 12 ore. L’idea nasce come progetto di tesi, ma le intenzioni di Brister sono quelle di sviluppare ulteriormente SunUp e di lanciarlo il prima possibile sul mercato.

“L’obiettivo del progetto era quello di affrontare i problemi relativi all’uso dell’energia solare mentre si è in viaggio con lo zaino in spalla“, ha spiegato Brister presentando il prototipo. “In linea generale, c’erano due opzioni disponibili: o i più comuni pannelli poli/monocristallini rigidi, decisamente più efficienti ma anche molto più fragili, oppure i pannelli in silicio amorfo completamente flessibili, più resistenti ma molto meno efficienti”.

Proprio perché nessuna delle due strade rispondeva alle esigenze di Brister, SunUp è stato realizzato sperimentando una terza opzione: una serie di piccoli pannelli policristallini di forma triangolare tra loro uniti da un flessibile sistema di cerniere conduttive. Rispettando i vincoli di leggerezza e flessibilità, tale soluzione non influisce sulla capacità dei singoli pannelli di catturare l’energia solare, aumentando di contro l’adattabilità dell’intera struttura.

In questo modo, SunUp può per esempio essere allacciato all’esterno dello zaino, oppure alla parte anteriore di un kayak. Inoltre, le singole sezioni possono essere facilmente sostituite in caso di rottura o danneggiamento. “Poiché i collegamenti tra ciascun modulo sono realizzati con cerniere conduttive interconnesse, non subentrano problemi come l’indurimento o la degradazione dei cavi. Creando un unico pannello da una serie di pannelli interconnessi e fra loro incernierati, si guadagna in flessibilità e, quindi, in liberà di movimento”.

Sviluppato in collaborazione con The North Face, azienda statunitense che produce abbigliamento, calzature e accessori per la montagna, lo zaino solare SunUp è stato annunciato come il secondo classificato al prestigioso James Dyson Award, preceduto dal progetto di Lucy Hughes MarinaTex. Brister ha in programma di sviluppare ulteriormente il prototipo, concentrandosi in particolare sulla progettazione di un sistema ancora più modulare e con una maggiore capacità di accumulo.

Fonte: http://www.rinnovabili.it

Forest Stewardship Council Italia, associazione per la gestione responsabile delle foreste, ha messo alla prova dei fatti le credenze più diffuse. Con qualche sorpresa

“I boschi italiani stanno sparendo”. “Dalle foreste si ricava solo carta e legno”. “I boschi sono di tutti”. Quante volte abbiamo letto affermazioni di questo tipo? In realtà, quanto sono vere e quanto ne sappiamo davvero, come cittadini, sulla situazione delle foreste italiane e quanto anche noi a volte siamo vittime di informazioni superficiali e imprecise che mistificano poi gli interventi necessari? FSC Italia, rappresentate per il nostro Paese della Ong internazionale che da 25 anni si occupa di promuovere la gestione forestale responsabile, ha messo alla prova le credenze più diffuse, sfatando dieci miti consolidati.

1.I boschi italiani stanno scomparendo
Falso: i boschi italiani sono in continua espansione. Dalla fine della prima guerra mondiale ad oggi, la superficie forestale italiana è triplicata. Se negli anni Venti erano censiti in Italia circa 4 milioni di ettari di boschi, oggi se ne contano più di 11 milioni. Solo nell’ultimo decennio la superficie forestale italiana è aumentata del 5,8%, pari a circa 77mila campi da calcio, (ri)prendendosi gli spazi abbandonati delle nostre colline e montagne (fonte: Crea).

2.Bosco significa solo legname
Falso: il legname è solo uno dei tanti servizi e prodotti forniti dai boschi. Alberi e piante ci offrono infatti protezione del suolo dall’erosione e dal dissesto idrogeologico, regolazione del ciclo dell’acqua, fissazione del carbonio, habitat per la biodiversità e infine spazi per attività sportive, educative, terapeutiche e ricreative. L’insieme di tutti questi prodotti e servizi prende il nome di servizi naturali o ecosistemici.

3.I boschi italiani sono tutti naturali
Falso: i boschi italiani sono il risultato dell’azione dell’uomo. L'88% di queste aree è al giorno d’oggi antropizzata e di origine semi-naturale. I paesaggi forestali italiani, infatti, sono stati modellati dall’uomo nel corso dei secoli e si ritrovano semplificati nella struttura e nella composizione di specie (fonte: Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio).

4.I boschi non vanno toccati
Falso: una buona gestione dei boschi permette di valorizzarne i prodotti e servizi senza comprometterne le funzionalità. Certo, i boschi non hanno bisogno dell’uomo, ma siamo invece noi ad avere bisogno dei boschi e la gestione attiva è l’unico strumento capace di mitigare gli effetti derivanti dai cambiamenti climatici, dall’instabilità idrogeologica, dagli incendi, dalla diffusione di patogeni e di specie invasive.

5.Chi pianta è buono, chi taglia è cattivo
Falso: tagliare un albero non è di per sé un crimine, se fatto secondo piani di gestione responsabile. Quando il taglio viene effettuato da operatori specializzati e secondo una pianificazione ben precisa, applichiamo un approccio di selvicoltura naturalistica, ossia un sistema dove gli alberi vengono tagliati in modo selettivo, mirando ad imitare le dinamiche naturali del bosco e favorendo la rinnovazione naturale delle specie.

6.Più legno e carta vuol dire meno boschi
Falso: il legno è il materiale di origine biologica, rinnovabile e riciclabile, più importante a disposizione dell’uomo sulla terra. Possiamo quindi usarlo in maniera sostenibile, ad esempio tagliando le piante, seguendo i ritmi naturali di rigenerazione del bosco. L’impiego del legno sostituisce poi l’uso di materiali derivanti da fonti fossili inquinanti come la plastica. Se certificato FSC®, garantisce infine la gestione responsabile della foresta di origine.

7.I boschi italiani sono di tutti
Falso: il 63% dei boschi italiani risulta di proprietà privata, individuale o familiare. Il restante 34% dei boschi è invece di proprietà pubblica, molto spesso di organi territoriali come i Comuni. Solo il 3% dei boschi italiani non ha proprietario o esso risulta sconosciuto (fonte: Agenzia europea per l’Ambiente).

8.Il fuoco è nemico dei boschi
Parzialmente falso: il fuoco è in realtà un elemento che ha un preciso ruolo negli ecosistemi forestali, in particolare quelli mediterranei. Tuttavia, gli incendi di origine naturale (ad esempio quelli causati dai fulmini) in Italia sono molto rari. Il vero nemico dei boschi è in realtà l’abbandono dei terreni e la negligenza dell’uomo che, sommati ai cambiamenti climatici, portano ad un aumento degli incendi e della loro capacità distruttiva.

9.Le nostre foreste non valgono nulla
Falso: il valore economico prodotto dalle foreste italiane è di 450 euro per ettaro all’anno, pari a 85 euro per cittadino. Dobbiamo tenere presente che il bosco protegge le nostre case dall’erosione del suolo e dalle alluvioni, ci assicura acqua pulita e produce l’ossigeno che respiriamo: tutto questo fa una bella differenza nel nostro portafoglio - e nella nostra vita (fonte: Rapporto The Economics of Ecosystems & Biodiversity).

Quindi va tutto bene?
Purtroppo no: la situazione italiana è lontana dal principio della gestione forestale sostenibile. I boschi ricoprono ormai circa il 40% del territorio italiano (Fonte: RAF Italia), ma ne utilizziamo solo una minima parte: questo abbandono è un’occasione mancata di sviluppo che ci porta ad essere tra i principali importatori di legname in Europa, oltre ad esporci a rischi sempre maggiori a causa del dissesto idrogeologico e degli incendi.

 

Fonte: http://www.e-gazette.it

A Matera l’incremento più elevato (+19,1%), a Trapani la diminuzione più consistente (-16,8%). I nuovi dati dell’Osservatorio Prezzi e Tariffe di Cittadinanzattiva

Ci sono oltre 230 euro di differenza tra quanto pagano i cittadini della regione più economica, il Trentino Alto Adige, (190€), e la più costosa, la Campania con 421 €. È quando delinea il quadro che emerge dalla rilevazione dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, disponibile online, gratuitamente dietro registrazione, sul sito www.cittadinanzattiva.it.

Catania è il capoluogo di provincia più costoso (504 € e un aumento del 15,9% rispetto al 2018), Potenza il più economico (121 € con un decremento del 13,7% rispetto al 2018). Analizzando le tariffe dei 112 capoluoghi di provincia esaminati, sono state riscontrate variazioni in aumento in circa la metà, 51 capoluoghi; tariffe stabili in 27 capoluoghi e in diminuzione in 34.

A Matera l’incremento più elevato (+19,1%), a Trapani la diminuzione più consistente (-16,8%). A livello di aree geografiche, i rifiuti costano meno al Nord (in media 258 euro), segue il Centro (299 euro), infine il Sud, più costoso (351 euro). Più di due famiglie su tre (precisamente il 68,2%) ritengono di pagare troppo per la raccolta dei rifiuti: la percentuale sale all’83,4% in Sicilia, segue l’Umbria con l’80,2%, la Puglia con il 79,1%, la Campania con il 78,4%.

Solo il 60% delle amministrazioni comunali o delle aziende che gestiscono il servizio ha elaborato e reso disponibile la Carta dei servizi. Solo due su tre indicano il tipo di raccolta effettuata, la metà esplicita la frequenza con cui è effettuata. E al cittadino è ancor meno dato a sapere con che frequenza vengono igienizzati i cassonetti (lo indica appena il 47% delle Carte), pulite le strade (37%) o svuotati i cestini per strada (25%).

L’indagine sui costi sostenuti dai cittadini per lo smaltimento dei rifiuti in tutti i capoluoghi di provincia prende come riferimento nel 2019 una famiglia tipo composta da 3 persone ed una casa di proprietà di 100 metri quadri. Tutti i dati su tariffe, agevolazioni, qualità e tutela, per singolo capoluogo di provincia, sono disponibili sulla piattaforma interattiva INFORMAP al link www.cittadinanzattiva.it/informap. Da oggi online le informazioni sul servizio di gestione dei rifiuti, a seguire sugli altri servizi pubblici locali: trasporti, acqua.

“In tema di smaltimento dei rifiuti continuano a registrarsi in molte aree del Paese ritardi ed inefficienze e la transizione verso un’economia circolare, prevista dalla strategia 2020, sembra essere ancora lontana”, dichiara Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva. “Continuiamo a registrare una modalità di calcolo dei costi che non tiene conto dei rifiuti realmente prodotti e quindi non incentiva il cittadino a cambiare i propri comportamenti, perdendo così un’occasione per costruire percorsi innovativi basati sul coinvolgimento di cittadini, aziende ed istituzioni in un circuito virtuoso. Molto marcate sono le differenze territoriali non solo in termini di costi del servizio ma anche di qualità e la rilevazione delle eventuali agevolazioni disponibili restituisce una fotografia molto variegata: vivere in una città anziché un’altra può voler dire disporre di un servizio gestione rifiuti costoso, insoddisfacente e con limitate agevolazioni a sostegno del pagamento della tariffa”.

 

Fonte: http://www.e-gazette.it

In un anno e mezzo la Cina ha aumentato di 43 GW la capacità delle centrali a carbone, quanto basta per dare energia a 31 milioni di case. 

Mentre l’Accordo di Parigi impone di volta le spalle al carbone, la Cina va controcorrente. Come rivela uno studio di Global Energy Monitor, tra l’inizio del 2018 e il mese di giugno del 2019 il gigante asiatico ha incrementato di 43 GW la capacità delle proprie centrali, quanto basta per dare energia a 31 milioni di case. Tutto questo mentre, nel resto del Pianeta, si assisteva a una sforbiciata di 8,1 GW.

Si moltiplicano le centrali a carbone in Cina

Questo revival, che va a infrangersi contro ogni principio di sostenibilità ambientale, è figlio di una manovra politica adottata tra il 2014 e il 2016. All’epoca il governo centrale aveva delegato il potere di autorizzare nuove centrali alle autorità provinciali, che erano fortemente incentivate a raggiungere determinati obiettivi economici fissati su scala locale.

In questo breve lasso di tempo è stato concesso il via libera a un’infinità di nuovi progetti per una capacità di 245 GW, che hanno alimentato artificiosamente un settore già ipertrofico. Le centrali esistenti, infatti, già oggi sono operative per circa la metà dell’orario giornaliero previsto. Dopodiché Pechino ha fatto marcia indietro, promettendo di svincolarsi dalla dipendenza dalla fonte più sporca e inquinante – e in parte riuscendoci, visto che è passata dal 68 al 59 per cento del totale dell’energia in appena sei anni, dal 2012 al 2018.

L’iter per l’apertura delle nuove centrali, però, ormai era avviato. Se si somma la capacità di quelle in costruzione e di quelle che potrebbero essere riaccese dopo un periodo di stop, si arriva addirittura a 147,7 GW. Per avere un termine di paragone, è di poco inferiore a quella di tutte le centrali dell’Unione europea messe insieme. Come sottolinea la Bbc, il gigante asiatico investe anche oltre confine: ogni quattro progetti all’estero (soprattutto tra Sudafrica, Pakistan e Bangladesh), uno è foraggiato da capitali cinesi.

Se vuole fare la sua parte per contenere l’aumento delle temperature medie globali entro i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, sottolineano i ricercatori, la Cina deve fare esattamente il contrario: mandare in pensione il 40 per cento della sua capacità a carbone, passando dai 1.027 GW di oggi a meno di 600 GW. Anche ragionando da un punto di vista prettamente economico, la transizione energetica sta già spingendo il carbone fuori mercato (tecnicamente si parla di stranded assets, o beni incagliati).

La produzione di combustibili fossili è ancora troppo alta

Il problema non è limitato all’Asia. Uno studio appena pubblicato dall’Unep (il programma per l’ambiente delle Nazioni Unite) insieme a una cordata di istituti di ricerca, infatti, sostiene che la produzione di combustibili fossili sia spropositata.

Per la precisione, prende in esame i piani per il 2030 di dieci paesi strategici: Cina, Usa, Russia, India, Australia, Indonesia, Canada, Germania, Norvegia, Regno Unito. Complessivamente essi prevedono una produzione di carbone, gas e petrolio che porterebbe a 39 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2. Il 53 per cento in più rispetto al livello che permetterebbe di contenere il global warming entro i 2 gradi centigradi. E cosa succede se si sposta l’asticella su un limite di 1,5 gradi, in grado di fare la differenza per la sopravvivenza di interi ecosistemi? In tal caso, la produzione sforerebbe del 120 per cento quella dovuta.

Ancora una volta, il cosiddetto gap produttivo è vertiginoso soprattutto per il carbone: entro il 2030 potrebbero esserne prodotti 5,2 miliardi di tonnellate di troppo rispetto al target dei 2 gradi, 6,4 miliardi di troppo rispetto al target di 1,5 gradi. Ma bisogna dare un taglio anche al petrolio, perché nel 2040 si produrranno 36 miliardi di barili al giorno in più rispetto al necessario per l’obiettivo dei 2 gradi centigradi. Stesso discorso per il gas naturale, la cui produzione in esubero è stimata in 1.800 miliardi di metri cubi, sempre entro il 2040.

 

Fonte: https://www.lifegate.it

Una fabbrica del consenso che spende milioni per pubblicità mirate a indebolire le campagne e le misure necessarie a contrastare i cambiamenti climatici.

17 milioni di dollari da maggio 2018. È quanto hanno speso le compagnie petrolifere e le lobby del petrolio per acquistare spazi pubblicitari su Facebook e creare una narrativa falsata sui cambiamenti climatici e sugli impatti che i combustibili fossili hanno sulla crisi climatica. Sia attraverso i profili ufficiali che gruppi locali di supporto, si tratta di un lavoro costante e ben ramificato che punta a influenzare le elezioni e l’opinione pubblica riguardo normative e leggi in discussione o in fase di approvazione orientate al contrasto del cambiamento del clima.

A renderlo noto è il gruppo di lavoro InfluenceMap che ha esamina 15 organizzazioni collegate al settore petrolifero e del gas statunitense, per la precisione 11 delle maggiori compagnie petrolifere e del gas attive negli Stati Uniti, insieme a 4 dei loro gruppi commerciali specifici del settore. InfluenceMap ha esaminato l’impiego di annunci a sfondo politico a pagamento pubblicati su Facebook da parte di queste organizzazioni negli Stati Uniti da maggio 2018, mese dal quale il social network – per questioni di trasparenza, vedasi il caso Cambridge Analytica – ha reso pubblici tutti i nomi di tutte le aziende che pagavano per la pubblicità sulla piattaforma.

Quali sono le compagnie petrolifere che spendono di più

Le compagnie petrolifere usano i social media come strumenti propagandistici, così come con la pubblicità e la stampa, narrando iniziative “verdi” volte al futuro energetico e allo sforzo di trasformare il proprio business-as usual in uno più sostenibile. Una narrativa ovviamente falsata perché gli investimenti in petrolio e gas superano ancora di molto quelli in tecnologie e fonti meno impattanti.

Secondo il rapporto la ExxonMobil è di gran lunga il profilo più attivo su Facebook, spendendo quasi 10 volte il budget di qualsiasi altra azienda. Secondo quanto riferisce InfluenceMap “La società ha utilizzato una serie di strategie di comunicazione per promuovere il supporto per una maggiore produzione di combustibili fossili”. Tra le altre ci sono poi i gruppi impegnati a fare pressione alla politica, come la BP, Phillips 66 e Marathon Petroleum che hanno principalmente utilizzato la pubblicità sui social media per finanziare la pubblicità nell’ambito della campagna “Vote No on 1631″, nel tentativo di opporsi a un’iniziativa che proponeva una tassa sul carbonio.

La fabbrica del consenso

I milioni spesi in comunicazione, in pubblicità sui social, come i costi elevati per la gestione del personale interno o di agenzie esterne per creare campagne dedicate, denota come l’astrosurfing sia una pratica comune. Ovvero si tenta di costruire il consenso a tavolino, creando una narrativa positiva riguardo ad un prodotto, investendo anche in pubblicità e marketing. Un po’ come sta avvenendo anche nel nostro paese, dove i social sono impiegati massivamente per fare propaganda e influenzare l’opinione pubblica, usando anche notizie false o negazioniste. Non solo per il clima.

Fonte: https://www.lifegate.it

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