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Con il “passaporto della batteria” Bruxelles prepara la stretta verde anche sulle importazioni. E per chi non si adegua pronta una carbon border tax

Entro l’autunno la Commissione europea presenterà la sua proposta di un nuovo regolamento UE sulle batterie. Un testo molto ambizioso, dice senza mezzi termini in un’intervista al portale Euractiv Maroš Šefčovič, vice-presidente dell’esecutivo europeo. Perché introdurrà “requisiti obbligatori per le batterie più ecologiche, sicure e sostenibili su questo pianeta”.

Le nuove norme riguarderanno sia le batterie prodotte in Europa che quelle d’importazione. Evitando in questo modo i problemi già riscontrati con altre politiche, su tutti la minaccia della delocalizzazione degli impianti europei in zone con meno restrizioni. Il nuovo regolamento UE sulle batterie cercherà inoltre di garantire che quelle prodotte in Europa utilizzino materie prime tracciabili. E seguano norme rigorose sia per gli standard ambientali sia per quelli delle condizioni lavorative all’interno del segmento produttivo.

La tempistica è piuttosto stretta. Si parla di un iter che si dovrebbe concludere nel 2023. Accelerato dalla presidenza tedesca di turno, che ha preso in carico il dossier e vuole sfruttare questo semestre per metterlo sui binari giusti. Urgenza che è tutta legata alle prospettive di crescita più che rosee della mobilità elettrica.

Un recente rapporto di Transport & Environment metteva in luce come nel 2020 le auto elettriche (ibride plug-in e full electric) siano destinate a triplicare la loro quota di mercato nell’Unione Europe. Trainate dagli effetti delle norme comunitarie che hanno introdotto standard emissivi per i produttori. Nel 2021 le auto elettriche vendute saranno il 15% del totale, +50% rispetto a quest’anno.

E così anche il nuovo regolamento UE sulle batterie diventa uno strumento di pressione. Che Bruxelles usa con i partner internazionali per spingere verso politiche climatiche più uniformi. La normativa infatti introdurrà un “passaporto della batteria” con il tracciamento integrale dei materiali impiegati nella fase produttiva. E i paesi extra UE che non si adegueranno agli standard del vecchio continente? Per loro si pensa all’imposizione di una carbon border tax ad hoc.

Fonte: https://www.rinnovabili.it

L'ultimo report dell’Agenzia internazionale dell’energia ha definito il solare "il nuovo re dei mercati mondiali dell’elettricità": fornirà il maggior contributo alla crescita delle rinnovabili, seguito dall’eolico.

Nella maggior parte dei Paesi l’energia prodotta da pannelli fotovoltaici è ormai più conveniente di quella che arriva dalle centrali a carbone o a gas. E se la pandemia l’anno prossimo sarà sotto controllo e la crescita mondiale tornerà ai livelli pre Covid, il futuro dell’energia vedrà le rinnovabili soddisfare l’80% della domanda aggiuntiva destinata a emergere di qui al 2030, mentre il carbone entro il 2040 coprirà meno del 20% dell’offerta per la prima volta dalla Rivoluzione industriale. La Cina nei prossimi 10 anni installerà una capacità di produzione elettrica da rinnovabili pari alla produzione totale di Francia, Germania e Italia nel 2019. Sono le stime contenute nell’ultimo report dell’Agenzia internazionale dell’energia.

Il direttore esecutivo, Faith Birol, ha definito il solare “il nuovo re dei mercati mondiali dell’elettricità“: fornirà il maggior contributo alla crescita delle fonti rinnovabili, seguito dall’eolico, mentre l’idroelettrico continuerà ad aver il maggior peso in termini produttivi. Tutto questo però non basterà per raggiungere la neutralità climatica nel 2050. Per farlo servono “forti azioni aggiuntive”: per tagliare le emissioni di circa il 40% entro il 2030 è necessario che le fonti pulite forniscano quasi il 75% della produzione globale di elettricità nel 2030, rispetto a meno del 40% nel 2019, e che oltre il 50% delle autovetture vendute in tutto il mondo nel 2030 siano elettriche, in aumento rispetto al 2,5% del 2019.

Il 2020 “è stato un anno tumultuoso per il sistema energetico globale e la crisi del Covid-19 ha causato più sconvolgimenti di qualsiasi altro evento nella storia recente, lasciando cicatrici che dureranno negli anni a venire”, spiega l’agenzia nel World Energy Outlook 2020. “Ma se questo sconvolgimento alla fine aiuterà o ostacolerà gli sforzi per accelerare la transizione verso l’energia pulita e per raggiungere gli obiettivi energetici e climatici internazionali dipenderà dal modo in cui i governi rispondono alle sfide odierne”. Stando alle proiezioni, nel 2020 la domanda globale di energia dovrebbe diminuire del 5%, le emissioni di Co2 legate alle fonti energetiche del 7% e gli investimenti del 18%. Nello scenario base la domanda globale tornerà ai livelli pre-crisi solo all’inizio del 2023, ma nel caso di una recessione più profonda e di una prolungata emergenza sanitaria bisognerà aspettare fino al 2025.

Questo il quadro complessivo. L’Aie, però, fornisce una serie di trend anche per ogni singola fonte energetica. Petrolio e gas pagheranno il rallentamento della domanda e andranno incontro, per colpa del taglio degli investimenti, a una forte volatilità. Al contrario le energie rinnovabili assumeranno sempre di più “un ruolo da protagonista“, con il solare “al centro della scena” grazie al sostegno politico e agli sviluppi tecnologici che hanno spinto il fotovoltaico a essere più economico delle centrali a carbone o gas. Cruciale però che ci siano “solidi investimenti nelle reti elettriche“, altrimenti le infrastrutture rischiano di diventare un anello debole nella transizione energetica.

Per i combustibili fossili il destino è ormai segnato con il gas a sostituire il carbone. L’Aie non prevede per la domanda di carbone un ritorno ai livelli pre-crisi e stima un calo del peso sul mix energetico al di sotto del 20% nel 2040. Al contrario crescerà “in modo significativo” il ricorso al gas naturale, principalmente in Asia, mentre il petrolio rimarrà “vulnerabile alle maggiori incertezze economiche derivanti dalla pandemia”.”L’era della crescita della domanda mondiale di petrolio finirà nel prossimo decennio”, avverte Birol. “Tuttavia senza un grande cambiamento nelle politiche del governo, non c’è segno di un rapido declino. Sulla base delle impostazioni politiche odierne, un rimbalzo economico globale spingerebbe presto la domanda di petrolio ai livelli pre-crisi”.

L’Aie lancia un avvertimento anche sul fronte delle emissioni. “Nonostante un calo record quest’anno, il mondo è lontano dal fare abbastanza per spingerle verso un trend di declino decisivo”. E la bassa crescita economica può rappresentare un rischio per le politiche ambientali. Per il direttore esecutivo dell’agenzia, solo “i governi hanno la capacità e la responsabilità di intraprendere azioni decisive per accelerare la transizione verso l’energia pulita e mettere il mondo sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi climatici, comprese le emissioni nette zero”. In caso contrario gli obiettivi climatici internazionali saranno fuori portata. Secondo l’Aie, per esempio, il traguardo delle emissioni nette pari a zero per il 2050 potrebbe essere raggiunto solo se nei prossimi 10 anni saranno implementate “drammatiche iniziative” aggiuntive rispetto a quanto già si sta facendo. Senza ulteriori azioni bisognerà, invece, spostare l’asticella a ben venti anni dopo.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it

Con il Recovery fund incentivare l’utilizzo dei mezzi pubblici, potenziare la rete dello sharing mobility e raddoppiare le piste ciclopedonali

L’inverno sta arrivando, e come sempre accade da molti anni a questa parte in Italia si attendono emergenze legate all’inquinamento atmosferico: il mix tra riscaldamento, traffico e l’inversione termica che intrappola le emissioni a livello del suolo porta a un picco di sforamenti nelle concentrazioni di inquinanti che respiriamo, con gravi impatti sulla salute.

Per avere un’idea delle dimensioni del problema, secondo gli ultimi dati raccolti dall’Agenzia europea dell’ambiente l’Italia è il primo Paese in Europa per morti premature da biossido di azoto (NO2) con circa 14.600 vittime all’anno, ha il numero più alto di decessi per ozono (3.000) e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600). Da soli questi tre inquinanti mietono 76.200 vite all’anno.

Osservando più da vicino la performance di singole città, non stupisce trovare un quadro della situazione desolante. È quello che tratteggia oggi Legambiente nell’edizione speciale di Mal’aria, stilando una “pagella” sulla qualità dell’aria di 97 città italiane sulla base degli ultimi 5 anni – dal 2014 al 2018 – confrontando le concentrazioni medie annue delle polveri sottili (Pm10, Pm2,5) e del biossido di azoto (NO2) con i rispettivi limiti medi annui suggeriti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms): 20µg/mc per il Pm10; 10 µg/mc per il Pm2,5; 40 µg/mc per il NO2. Limiti, quelli della Oms, che comunque sono di gran lunga più stringenti rispetto a quelli della legislazione europea (limite medio annuo 50 µg/mc per il Pm10, 25 µg/mc per il Pm2,5 e 40 µg/mc per il NO2).

Delle 97 città di cui si hanno dati su tutto il quinquennio analizzato (2014 – 2018) solo il 15% circa (ossia 15) raggiungono un voto superiore alla sufficienza: Sassari (voto 9), Macerata (8), Enna, Campobasso, Catanzaro, Grosseto, Nuoro, Verbania e Viterbo (7), L’Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani (6).

Questo significa che la maggior parte delle città – l’85% del totale – sono sotto la sufficienza e scontano il mancato rispetto negli anni soprattutto del limite suggerito per il Pm2,5 e in molti casi anche per il Pm10. Fanalini di coda le città di Torino, Roma, Palermo, Milano e Como (voto 0) perché nei cinque anni considerati non hanno mai rispettato nemmeno per uno solo dei parametri il limite di tutela della salute previsto dall’Oms.

«L’inquinamento atmosferico nelle città – dichiara Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – è un fenomeno complesso poiché dipende da diversi fattori: dalle concentrazioni degli inquinanti analizzati alle condizioni meteo climatiche, passando per le caratteristiche urbane, industriali e agricole che caratterizzano ogni singola città e il suo hinterland. Nonostante le procedure di infrazione a carico del nostro Paese, nonostante gli accordi che negli anni sono stati stipulati tra le Regioni e il Ministero dell’Ambiente per ridurre l’inquinamento atmosferico a cominciare dall’area padana, in Italia manca ancora la convinzione di trasformare concretamente il problema in una opportunità. Opportunità che prevede inevitabilmente dei sacrifici e dei cambi di abitudini da parte dei cittadini, ma che potrebbero restituire città più vivibili, efficienti, salutari e a misura di uomo».

Una mancanza di coraggio che emerge chiaramente (anche) dalla cronaca: Legambiente lancia oggi l’allarme alla vigilia del 1 ottobre, data in cui prenderanno il via le misure e le limitazioni antismog previste dall’Accordo di bacino padano per cercare di ridurre l’inquinamento atmosferico, ma quattro regioni dell’area padana (Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto) hanno preferito rimandare all’anno nuovo il blocco alla circolazione dei mezzi più vecchi e inquinanti Euro4, che sarebbe dovuto scattare domani nelle città sopra i 30 mila abitanti.

Resta il fatto che per aggredire davvero l’inquinamento atmosferico e affrontare in maniera concreta il tema della sfida climatica, servono misure preventive, efficaci, strutturate e durature.

«Servono interventi infrastrutturali da mettere in campo per aumentare la qualità della vita di milioni di pendolari e migliorare la qualità dell’aria, puntando sempre di più – conclude Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – su una mobilità sostenibile e dando un’alternativa al trasporto privato. Inoltre serve una politica diversa che non pensi solo ai blocchi del traffico e alle deboli e sporadiche misure anti-smog che sono solo interventi palliativi. Il governo italiano, grazie al Recovery fund, ha un’occasione irripetibile per modernizzare davvero il Paese: riparta dalle città incentivando l’utilizzo dei mezzi pubblici, potenziando la rete dello sharing mobility e raddoppiando le piste ciclopedonali»

Fonte: https://www.greenreport.it

Standard emissivi più severi e la rinnovata ondata di incentivi per la mobilità sostenibile stanno alimentando le vendite di auto a batteria in Europa

Il 2020 sarà ricordato come l’anno della crisi, sanitaria ed economica. Eppure, per il comparto europeo delle auto elettriche, il bilancio annuale appare positivo. Malgrado la pandemia di coronavirus e gli effetti devastanti anche sul mercato auto, le e-car sono riuscite a ritagliarsi un maggiore spazio. A confermarlo sono oggi i dati di T&E che, attraverso una nuova analisi, dipinge una panoramica del settore. E spiega come nel 2020 le auto elettriche (ibride plug-in e full electric) siano destinate a triplicare la loro quota di mercato nell’Unione Europea.

Come è possibile? In parte il merito va alle norme comunitarie che hanno introdotto standard emissivi per i produttori. Alcune case automobilistiche stanno già rispettando il nuovo obiettivo europeo 2020 sulle emissioni medie della flotta; altre sono ormai prossime a raggiungerlo. A ciò si sommano anche una serie di leve economiche, promosse a livello nazionale, che hanno dato una scossa al mercato. “Grazie agli standard di emissione, le vendite di auto elettriche stanno esplodendo in Europa, mentre le emissioni di CO2 del nuovo immatricolato hanno registrato il più sostanzioso calo da quando la norma è entrata in vigore nel 2008″, spiega Veronica Aneris, Direttrice per l’Italia di T&E. “I criteri EU, insieme agli incentivi per l’acquisto, stanno trainando anche il mercato italiano, così contribuendo all’obiettivo dei 6 milioni di elettriche al 2030 previsto nel piano nazionale energia e clima del Governo”.

Nel 2020 il segmento elettrico puro in Italia è cresciuto a livelli record sotto la spinta del sussidio all’acquisto, ma la quota di mercato è ancora una delle più basse d’Europa (circa 1,7 per cento). Peggio di noi fanno solo Spagna e Grecia. Anche le ultime mosse a favore del comparto auto nel DL Rilancio potrebbero non aver avuto l’effetto verde sperato. Da una prima valutazione sembrerebbe infatti che il nuovo bonus mobilità abbia premia soprattutto le auto inquinanti (leggi anche L’effetto degli incentivi auto: a settembre +9,5% per il mercato).

Belpaese a parte, secondo il report di T&E, le vendite di auto elettriche passeranno da una quota di mercato del 3 per cento (2019) ad una del 10 per cento nel 2020 e a un 15 per cento nel 2021. Tuttavia il buon dato non deve ingannare, spiega l’ONG. Gli obiettivi UE per il 2025 e il 2030, non sono abbastanza ambiziosi per mantenere lo stesso slancio anche nel futuro. Di questo passo, a metà del decennio non verrà ancora superato il 20 per cento.

Non solo. È preoccupante anche il dato sulle vendite dei SUV, che non accenna a diminuire; al contrario questi mezzi hanno aumentato la quota di mercato fino al 39% a causa della flessibilità negli standard emissivi, prevista nel Regolamento UE per le auto pesanti. “Ora – aggiunge Aneris – bisogna supportare una revisione ambiziosa della norma, per assicurare che il trend positivo continui anche dopo il 2021 e non sia vanificato dai target troppo deboli per il 2025 e il 2030″.
I progressi dei produttori auto verso gli obiettivi emissivi 2020

Dai livelli del 2019 di oltre 122g/km, le emissioni di CO2 delle nuove auto sono scese a 111 g/km (nella prima metà dell’anno in corso). Il rapporto afferma che il Gruppo PSA, Volvo, il pool FCA-Tesla e il gruppo BMW stanno già rispettando lo standard europeo 2020, mentre Renault, Nissan, il pool Toyota-Mazda e Ford mostrano ancora un gap di 2g di CO2/km. Gap che sarà sicuramente recuperato dalla Renalt entro la fine dell’anno grazie alle vendite 2020 dell’elettrica Zoe. Il divario è più consiste nel caso del Gruppo Volkswagen (5g dall’obiettivo), Hyundai-Kia (7g-3g), Daimler (9g) e Jaguar-Land Rover (13g).

Fonte: https://www.rinnovabili.it

Una nuova modalità di progettazione della superficie dei moduli fotovoltaici potrebbe regalare al settore un aumento del 125% della loro capacità di assorbire l’energia solare.

A studiarle e valutare questa nuova soluzione è stato un gruppo di ricercatori internazionali provenienti dall’Università di York, in Gran Bretagna, e dall’Università NOVA di Lisbona, in Portogallo. Il lavoro del gruppo ha esaminato diversi modelli superficiali per capire quali avessero un impatto maggiore sulla cattura dei fotoni.

“Le celle solari – scrivono nell’articolo pubblicato su Optica – possono trarre grande vantaggio da strategie ottiche in grado di fornire il desiderato assorbimento a banda larga della luce solare e una conseguente elevata efficienza di conversione. Sebbene molte strutture diffrattive di cattura della luce forniscano miglioramenti nell’assorbimento (luminoso), la loro applicazione industriale dipende quasi unicamente dalla semplicità d’integrazione nella cella e dal processo tecnologico”. La sfida è dunque trovare un sistema efficace ma che sia al contempo semplice ed economico.

In questo contesto, gli scienziati hanno scoperto come un reticolo superficiale a scacchiera migliori la diffrazione della luce, aumentando la probabilità che di cattura dei fotoni e dunque l’efficienza di celle e moduli fv. Spiega il Dr. Christian Schuster del Dipartimento di Fisica presso l’ateneo britannico “Abbiamo trovato un semplice trucco per aumentare l’assorbimento in celle solari sottili. Le nostre ricerche mostrano che quest’idea in realtà rivaleggia con il miglioramento dell’assorbimento di progetti più sofisticati, catturando una quantità maggiore di luce in profondità nel piano”. “Il modello progettuale – ha aggiunto Schuster – soddisfa tutti gli aspetti rilevanti dell’intrappolamento luminoso, aprendo la strada a strutture diffrattive semplici, pratiche e tuttavia eccezionali, con un potenziale impatto oltre le applicazioni fotoniche”.

I campi applicativi, assicura il team, sono molteplici: dai LED agli schermi acustici, dai pannelli frangivento alle superfici antiscivolo passando per i nuovi biosensori. E nel settore specifico dei moduli fv, il design a scacchiera può portare a pannelli più sottili, leggeri e flessibili. Il dottor Schuster ha aggiunto: “In linea di principio, distribuiremmo dieci volte più energia solare con la stessa quantità di materiale assorbente. Celle solari dieci volte più sottili potrebbero consentire una rapida espansione del fotovoltaico, aumentare la produzione di elettricità solare e ridurre notevolmente la nostra impronta di carbonio”.

Fonte: https://www.rinnovabili.it

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