News & Eventi

L’ondata di caldo che ha colpito la Francia ha costretto la compagnia Edf a bloccare i reattori nucleari della centrale di Golfech, nella regione Occitania.

Il caldo estremo che si è abbattuto sulla Francia dapprima alla fine di giugno, quindi nella terza settimana di luglio, ha provocato gravi disagi su quasi tutto il territorio nazionale. E a patire non è stata soltanto la popolazione. Due reattori nucleari hanno dovuto infatti essere spenti a causa della canicola.

Impossibile riversare acqua a più di 28 gradi nel fiume Garonne

Il 22 luglio, la compagnia francese Edf ha deciso di sospendere la produzione di energia presso la centrale di Golfech (nel dipartimento di Tarn et Garonne, regione Occitania). I reattori hanno infatti bisogno di acqua fredda per potersi raffreddare e compensare l’energia termica che viene prodotta in eccesso rispetto a quella utilizzata per produrre elettricità.

Nel caso della centrale di Golfech, essa è situata sulle sponde del fiume Garonne: è proprio da quest’ultimo che proviene l’acqua utilizzata per il raffreddamento, prima di esservi rigettata. “Noi – ha spiegato un dirigente all’emittente Europe 1 – sorvegliamo continuamente il livello della temperatura”. Essa, nel caso specifico, non deve superare i 28 gradi: al di là di tale livello, si rischia di compromettere l’equilibrio ambientale del fiume, incentivare lo sviluppo di vegetali acquatici e nuocere al processo riproduttivo dei pesci.

Già nel 2018 furono bloccati i reattori nucleari di tre centrali

Tale soglia è stata superata nelle settimane scorse e per questo è stato deciso di bloccare l’impianto. Mentre alla centrale di Tricastin si è deciso di diminuire la potenza, secondo quanto riportato dal quotidiano Le Figaro. Non si tratta, tra l’altro, della prima volta che ciò accade. Nell’agosto del 2018, ad esempio, le temperature elevate imposero uno stop ai reattori delle centrali di Bugey, Saint Alban e Fessenheim. Proprio per via del surriscaldamento del Rodano e del Canale grande di Alsazia.

La radio France Info spiega inoltre – citando l’Istituto di radioprotezione e di sicurezza nucleare (Irsn) – che “nel cuore di una centrale, le temperature elevate possono, in caso di equipaggiamenti sotto-dimensionati, compromettere il funzionamento della ventilazione e la capacità di raffreddamento dei sistemi di sicurezza”. Nel 2003, ad esempio, “le temperature massime di riferimento, fissate negli anni Settanta, furono superate. Per questo furono rivisti e rafforzati i sistemi di raffreddamento. Ma ciò non è sempre sufficiente. Nel corso dei suoi test decennali di sicurezza, Edf è stata perciò costretta a rivedere i livelli termici di riferimento”.

I cambiamenti climatici renderanno il caldo estremo sempre più frequente

Da parte sua, l’Irsn chiede di aggiornarli alle previsioni climatiche dell’Ipcc, in particolare per i reattori più potenti. “Durante i periodi di canicola – aggiunge France Info – i gruppi elettrogeni di soccorso rappresentano dei materiali essenziali per la sicurezza in caso di incidente. Ma il loro funzionamento potrebbe risultare alterato dalle temperature esterne”.

La domanda che ci si pone in Francia è perciò: come potrà il parco nucleare adattarsi ai cambiamenti climatici, che renderanno queste ondate di caldo sempre più intense e sempre più frequenti? E, ammesso che ci sia modo di fronteggiarle, quanto costeranno questi interventi sulle centrali? Interrogativi che, per ora, non hanno risposte definitive.

Fonte: https://www.lifegate.it

Mentre il mondo sta ripensando sul futuro delle centrali nucleari, l’Egitto decide di aprire la sua prima centrale nucleare a al-Dabaa grazie alla partenership con la russa Rosatom.

Mentre le schermaglie sul nucleare iraniano tornano in prima pagina a causa della retromarcia di Washington dall’accordo internazionale, l’Egitto spalanca le sue porte a questa forma di energia estremamente pericolosa grazie alla “complicità” di Mosca. La prima centrale nucleare egiziana, infatti, sarà costruita a El-Dabaa dall’Autorità egiziana per le centrali nucleari (Nppa), in collaborazione con la società russa Rosatom. La centrale verrà realizzata sulla costa mediterranea, circa 170 chilometri a ovest di Alessandria d’Egitto, sul sito di un reattore di ricerca costruito dai sovietici negli anni Cinquanta. Se si escludono due reattori sudafricani Koeberg, la centrale egiziana è la prima a essere realizzata nel continente africano.

4 reattori e 22 miliardi di euro

Il progetto prevede la costruzione di quattro reattori entro il 2020 con il completamento dell’impianto entro il 2025. La prima fase del progetto dovrebbe costare 9 miliardi di euro, per arrivare alla fine a ben 22 miliardi di euro. L’85 per cento delle spese sarà coperto con un prestito russo con un interesse sul prestito dopo il regolamento stimato in 4,5 miliardi di euro, anche se potrebbe, ma questo potrebbe aumentare se la moneta egiziana dovesse scendere rispetto al dollaro. A costruire e gestire l’impianto da oltre 5 gigawatt per 60 anni sarà Rosatom.

Le scorie radioattive verranno processate in Russia

L’Egitto esporterà il combustibile nucleare esaurito in Russia per il trattamento e il processamento prima di riprenderli nuovamente per nasconderli nel sottosuolo.

Una scuola per formare i futuri lavoratori della centrale nucleare

Il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, ha sostenuto la creazione della El Dabaa Atomic Technical School, la prima del suo genere in Egitto. L’obiettivo della scuola è quello di formare una nuova generazione di tecnici specializzati nelle più recenti tecnologie per l’utilizzo e la gestione degli impianti nucleari. L’istituto ha ammesso 75 studenti per il suo primo anno, per prepararli ad unirsi al lavoro nella centrale nucleare di El Dabaa.

 

Fonte: https://www.lifegate.it

Le immagini satellitari mostrano i roghi che, nelle ultime settimane, stanno bruciando il Circolo polare artico e la foresta boreale con gravi conseguenze per gli habitat e il clima.

Erano almeno 10mila anni che le foreste del Circolo polare artico non ardevano a questa velocità. Le elevate e anomale temperature registrate nell’Artico nelle ultime settimane hanno provocato, tra giugno e luglio, lo scoppio di numerosi gravi incendi che stanno distruggendo foreste e torbiere, provocando una catastrofe ecologica e contribuendo all’immissione di enormi quantità di CO2 nell’atmosfera. La grande portata dei roghi è testimoniata dalle immagini satellitari pubblicate da Pierre Markuse, esperto tedesco di fotografia satellitare.

Apocalisse artica

Le immagini riprese dal satellite Sentinel mostrano i roghi scoppiati in Groenlandia, Siberia, Alaska e Canada, con ampi pennacchi di fumo che si sollevano dalla tundra, in vaste aree di terra disabitata e selvaggia.

Incendi nella tundra russa  incendi artico 1 1280x720

 

Una catastrofe climatica

Oltre a danneggiare gravemente gli ecosistemi artici e la fauna e la flora che li popolano, gli incendi stanno provocando l’emissione di molta CO2, esacerbando ulteriormente la crisi climatica globale. I roghi scoppiati tra il primo giugno e il 21 luglio, secondo quanto riferito da Mark Parrington, scienziato del Copernicus atmosphere monitoring service (Cams), hanno causato il rilascio di circa cento milioni di tonnellate di CO2, una quantità più o meno equivalente alle emissioni complessive del Belgio nel 2017.

Una situazione senza precedenti

In questo breve lasso di tempo, riferiscono gli scienziati, è stato rilasciato in atmosfera l’intero quantitativo di biossido di carbonio emesso tra il 2010 e il 2018 da tutti gli incendi scoppiati nell’Artico. “Penso che sia giusto dire che gli incendi che hanno colpito il Circolo polare artico a luglio hanno raggiunto livelli senza precedenti”, ha twittato Parrington. “Dall’inizio di giugno il Cams ha monitorato oltre cento incendi intensi e di lunga durata nel Circolo polare artico – si legge in un comunicato dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). – La parte settentrionale del mondo si sta riscaldando più velocemente del resto pianeta e questo calore sta seccando le foreste rendendole più vulnerabili agli incendi”.

Pericolo avvelenamento

Nonostante le fiamme siano divampate nelle selvagge e disabitate distese artiche, anche le persone sono minacciate dai loro effetti. “Gli incendi boschivi emettono diversi tipi di sostanze inquinanti – ha messo in guardia il Cams – molte delle quali possono influire sulla nostra salute. Il vento può trasportare l’inquinamento a migliaia di chilometri di distanza dalla sua fonte, influenzando la qualità dell’aria in tutto il mondo”.
Alaska tra le fiamme

I roghi in Alaska, favoriti dalle temperature straordinariamente elevate, sono ancora fuori controllo e stanno incenerendo ampie aree di foresta. I quasi 260 incendi, la maggior parte dei quali innescati dai fulmini, hanno bruciato circa 900mila ettari di territorio, soprattutto nel nord dello stato. “È insolito vedere fuochi di tale portata e durata a queste latitudini a giugno”, ha dichiarato Parrington. Le fiamme hanno raggiunto anche la penisola di Kenai, situata sulla costa meridionale dell’Alaska. L’incendio non sembra in espansione e viene monitorato dai vigili del fuoco per assicurarsi che non minacci le linee elettriche e altre infrastrutture.

Perché gli incendi durano così tanto

L’estensione e la durata degli incendi fanno supporre che stiano andando a fuoco non solo le foreste, ma anche le torbiere, ovvero i più grandi depositi naturali di carbonio sul pianeta. In questi ambienti si forma e si deposita la torba, combustibile fossile derivato dalla parziale carbonizzazione di detriti e depositi vegetali in acqua. In condizioni naturali la torba, composta in prevalenza da acqua, è in grado di impedire la propagazione degli incendi boschivi. Ma l’uomo ha saccheggiato le torbiere per i suoi scopi prosciugandole e poche cose in natura sono infiammabili come la torba asciutta. Gli incendi delle torbiere, a differenza di quelli boschivi che si esauriscono entro pochi giorni al massimo, possono ardere incessantemente per settimane e, addirittura, mesi. Gli incendi che bruciano le torbiere provocano inoltre il rilascio di grandi quantità di CO2. Spegnere gli incendi che stanno devastando ampie zone dell’Artico è pressoché impossibile, poiché scoppiati in aree remote e inaccessibili. L’unica speranza è riposta nella pioggia.

Permafrost a rischio

Gli incendi stanno inoltre accelerando lo scioglimento del permafrost, il grande strato di ghiaccio che copre buona parte dell’Artico, già provato dal riscaldamento globale. La fusione del permafrost avrebbe conseguenze catastrofiche: intrappolate al suo interno si trovano infatti miliardi di tonnellate di gas serra. Secondo uno studio pubblicato lo scorso aprile su Nature, nei terreni ghiacciati dell’emisfero settentrionale sono immagazzinati quasi 1.600 miliardi di tonnellate di carbonio, il doppio di quanto ne contiene l’atmosfera. È inoltre probabile che nei ghiacci artici si celino antichi virus che potrebbero tornare a minacciare uomini e animali.

Fonte: https://www.lifegate.it

I giganti del settore delle bevande hanno annunciato che lasceranno la Plastics Industry Associaton, che negli ultimi mesi si è opposta ai divieti sulla plastica monouso

Coca-Cola e Pepsi abbandoneranno la Plastics Industry Associaton, l’associazione di categoria più importante degli Stati Uniti che negli ultimi mesi si è opposta ai divieti sulla plastica monouso già introdotti in alcuni Stati americani. Ad annunciarlo è Greenpeace, che da anni sta portando avanti una campagna per chiedere alle grandi aziende di ridurre drasticamente il ricorso alla plastica usa e getta per confezionare i propri prodotti, adottando nuovi sistemi di consegna basati sullo sfuso e sul riutilizzo.

“Coca-Cola e PepsiCo si sono finalmente accorte di non poter affermare pubblicamente di voler porre fine all’inquinamento da plastica e al contempo sostenere economicamente una associazione che esercita pressioni per mantenere inalterata la nostra dipendenza dalla plastica usa e getta”, dichiara John Hocevar, direttore della campagna “Oceani” di Greenpeace USA. “La decisione di Coca-Cola e PepsiCo rappresenta una vittoria per circa tre milioni di persone che in tutto il mondo hanno sottoscritto la nostra petizione per chiedere alle multinazionali degli alimenti e delle bevande ogni sforzo per ridurre l’utilizzo di plastica monouso”.

Sebbene sia PepsiCo che Coca-Cola avessero espresso pubblicamente la volontà di ridurre gli impatti derivanti dall’utilizzo di plastica, nessuno dei due aveva ancora messo in atto una strategia di riduzione globale della plastica monouso. “Non sorprende quindi – scrive l’associazione ambientalista nel comunicato – che le operazioni di pulizia e catalogazione dei rifiuti in plastica condotte nelle spiagge di tutto il mondo nel 2018 abbiano identificato in Coca-Cola e PepsiCo i marchi a cui era possibile ricondurre gran parte dei rifiuti raccolti.

Risultati simili sono stati riscontrati da Plastic Radar, il servizio lanciato da Greenpeace Italia per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie di mari, laghi e fiumi italiani. Infatti, a circa un mese dal lancio dell’iniziativa, i risultati parziali indicano come gli imballaggi in plastica di Coca-Cola siano tra i rifiuti più segnalati in Italia, secondi solo a San Benedetto.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it

Col progetto europeo S2S4E è possibile conoscere la produzione da fonti rinnovabili grazie a modelli climatici e alle previsioni meteo. Sarà utile anche per prevedere eventi meteo estremi.

Si sa, le rinnovabili e la loro produzione energetica dipendono strettamente dalle condizioni meteorologiche e climatiche. Sole, vento e acqua non si possono considerare fonti energetiche costanti e di conseguenza non è semplice gestirne la produzione, i picchi di domanda e l’integrazione con le reti elettriche e il mix energetico. Per ovviare al problema è stato lanciato da poco il progetto europeo S2S4E, finanziato dal programma Horizon 2020 dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione. Guidato dal centro di supercalcolo di Barcellona, il progetto riunisce cinque centri di ricerca europei, tra cui anche l’Enea e operatori energetici come la francese Edf. Il progetto mette a disposizione una piattaforma software in grado di prevedere la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili fino a tre mesi.

Il servizio S2S4E è in grado di fornire le previsioni sulle precipitazioni, la portata dei fiumi, la velocità del vento e la radiazione solare da una settimana fino a tre mesi. Una piattaforma che potrà così essere impiegata dalle società elettriche, dai tecnici o dai progettisti, per valutare al meglio la produzione energetica e rendere il settore elettrico europeo più resistente alla variabilità climatica e agli eventi estremi.

“Con una forte crescita delle energie rinnovabili, l’influenza da parte degli eventi climatici sulla mercato energetico è in aumento”, dice Christoph Elsässer, analista di meteorologia energetica presso l’utility tedesca Enbw. “Le previsioni meteorologiche all’avanguardia sono già fondamentali per il successo nel settore dell’energia e la loro importanza continuerà sicuramente a crescere anche in futuro”.

Quanta energia possono produrre le rinnovabili? Ora ce lo dice un supercomputer

Il software, usufruibile gratuitamente fino al 2020, permette di creare un proprio profilo e di poter navigare con un’interfaccia grafica dedicata, su tutta la produzione energetica europea. È possibile selezionare una fonte rinnovabile – tra solare, eolica e idroelettrica -, e sapere se la produzione media sarà maggiore o minore, prevedere la velocità del vento, o la quantità di radiazione solare.

Questo progetto sarà fondamentale per sviluppare nuove ricerche e metodi capaci di comprendere in maniera più approfondita le condizioni climatiche prossime future. E per la prima volta progettare uno strumento capace di integrare le previsioni stagionali e sub-stagionali con la produzione energetica e la domanda di elettricità.

“Questo servizio rappresenta, a livello globale, il primo tentativo reale di mettere le attuali conoscenze scientifiche sul clima al servizio del mercato dell’energia, con l’obiettivo di aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e garantire la sicurezza delle reti elettriche da blackout e intermittenza di approvvigionamento dovuta alla variabilità delle rinnovabili”, spiega Irene Cionni del laboratorio Enea di Modellistica climatica e impatti in una nota.

Prevedere il cambiamento climatico e gli eventi estremi

Il software, sviluppato appositamente per il settore energetico, servirà per una previsione degli eventi meteorologici estremi in un clima che sta già cambiando. Utile per le amministrazioni pubbliche, gli enti e associazioni di soccorso per pianificare i possibili interventi. “Molte persone pensano spesso al cambiamento climatico come qualcosa che accadrà tra 20-30 anni, ma sta accadendo ora, con nuovi record di calore e precipitazioni che colpiscono costantemente”, dice il coordinatore del progetto Albert Soret del Barcelona Supercomputing Center. “Le attuali metodologie basate sui dati passati non tengono conto di questa variabilità climatica, abbiamo quindi bisogno di strumenti che ci aiutino ad adattarci a questi cambiamenti”. Nel nuovo clima sarà fondamentale conoscere come e dove accadrà un certo evento, non solo per sapere quanta energia si potrà produrre in un dato momento.

Fonte: https://www.lifegate.it

Cerca