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Dopo il 2025 aumenteranno in maniera molto forte le vendite dei veicoli elettrici, in particolare quelli a batteria a causa del miglioramento della tecnologia e della diminuzione dei prezzi.

Lo Studio "Electric Car Tipping Point" realizzato dalla società di consulenza The Boston Consulting Group, conferma che l'industria automobilistica è pronta a un reale cambiamento verso la mobilità elettrica. Secondo il report tra il 2020 e il 2025 i veicoli elettrici vivranno una tale crescita che le case auto automobilistiche dovranno rispettare standard sempre più rigidi in termini di efficienza ed emissioni.

La transizione verso la mobilità sostenibile, soprattutto quella elettrica, sarà sostenuta dal miglioramento della tecnologia e dalla diminuzione dei prezzi delle batterie. BCG stima che il costo delle batterie per kilowattora scenderà nella fascia tra 80 e 105 dollari entro il 2025 e tra 70 e 90 dollari entro il 2030.

Lo studio evidenzia anche un aumento della domanda da parte dei consumatori basata sul Total Cost of Ownership (TCO) che, durante l'intero ciclo di vita del veicolo, considera diversi fattori come il costo del veicolo, il chilometraggio e il prezzo del gas e dell’elettricità. Man mano che la tecnologia migliorerà, ci sarà naturalmente un ritorno più veloce dell’investimento.

Si prevede che al 2030 i motori a combustione interna passeranno dal 96% della quota di mercato di oggi a metà dei veicoli.

E' probabile che i maggiori cambiamenti avverranno in Europa, nel Vecchio Continente secondo lo studio i motori diesel passeranno dal 48% del mercato nel 2016 al 36% nel 2020, a causa dei costi, sempre più elevati, necessari per rispettare gli standard di emissioni di ossido nitroso e biossido di azoto. E contemporaneamente crscerà l'interesse dei consumatori verso i veicoli ibridi ed elettrici. Si prevede che dopo il 2025 il mercato si suddividerà equamente tra le varie tipologie di macchine elettriche, con il 17% delle quote ai veicoli a batteria e un 33% collettivo alle ibride entro il 2030.

La Cina è oggi il principale mercato delle auto elettriche, in Giappone ci sarà una crescita molto importante delle auto ibride, con una quota di mercato collettiva del 55% entro il 2030.

Ancora più significativo sarà il cambiamento con l’avvento delle auto a guida autonoma, che avrà un impatto importante sull'acquisto dei veicoli ibridi ed elettrici. Qui infatti saranno più sensibili i vantaggi del passaggio all’elettrico, in particolare per le taxi e le auto condivise.

 

Fonte: http://www.infobuildenergia.it/

Lo evidenzia l’Environmental Performance Index presentato a Davos. Tutti europei i primi cinque posti: dopo la Svizzera ci sono  Francia, Danimarca, Malta e Svezia

La regina della sostenibilità mondiale è la Svizzera, mentre l'Italia, sedicesima nel mondo, fa meglio anche di Olanda e Usa. È quanto emerge dall'Indice di sostenibilità ambientale 2018 (Environmental Performance Index, EPI) presentato a Davos al World Economic Forum, che collabora al report realizzato dalle università di Yale e Columbia. Il dossier, pubblicato ogni due anni, classifica 180 Paesi del globo sulla base di 24 indicatori in 10 categorie, che riguardano la salute ambientale e la vitalità degli ecosistemi.

Una sorta di "pagella verde", che assegna lo scettro alla Svizzera, seguita da Francia, Danimarca, Malta, Svezia. India e Bangladesh sono tra il fanalino di coda, mentre l'Italia (16/a)  penalizzata da pessima qualità dell'aria urbana e dei trasporti pubblici, supera comunque in fatto di sostenibilità Olanda, Canada e Stati Uniti, rispettivamente in 18/a, 25/a e 27/a posizione.

Gli Usa hanno un buon punteggio per alcuni fattori, come gli impianti igienici o la qualità dell'aria, ma performance deboli su altri temi, come le emissioni di gas serra e la deforestazione. Tra le economie emergenti, la Cina (120/a) e l'India (177/a) risentono delle pressioni sull'ambiente dell'aumento demografico e della rapida crescita economica. Fa meglio il Brasile, alla posizione 69, più concentrato sulla sostenibilità. In fondo alla classifica ci sono, nell'ordine, Nepal, India, Repubblica democratica del Congo, Bangladesh e, ultimo, il Burundi.

Questi Paesi, secondo gli esperti, hanno bisogno di sforzi maggiori su una serie di fronti, dalla pulizia dell'aria alla protezione della biodiversità, alla riduzione delle emissioni dei gas serra. Compiti non facili, visto che alcuni sono alle prese con problemi anche più grandi, come i disordini civili.

 

Fonte: http://www.e-gazette.it/

Donald Trump ha deciso di imporre dazi doganali sui pannelli solari in arrivo dall’Asia. Una misura che potrebbe colpire duramente il settore delle rinnovabili negli Stati Uniti.

I pannelli solari provenienti dall’Asia, in arrivo negli Stati Uniti, saranno sottoposti d’ora in poi a pesanti dazi doganali. Una tassa del 30 per cento per i primi tre anni, che scenderà successivamente al 15 per cento. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è passato così dalle parole ai fatti: una misura ultra-protezionistica con la quale punta a salvaguardare le produzioni americane.

I dazi doganali di Donald Trump applicati anche sulle lavatrici

Assieme ai pannelli solari, i diritti doganali saranno applicati anche sulle lavatrici: il 20 per cento sui primi 1,2 milioni di pezzi ad uso domestico, che salirà al 50 per cento per le importazioni ulteriori. La decisione è stata assunta, va detto, sulla base di una raccomandazione che è stata avanzata dall’International Trade Commission, organismo composto da deputati repubblicani e democratici.

Secondo Jeff Fettig, proprietario della fabbrica statunitense di elettrodomestici Whirlpool, “si tratta di una vittoria per i lavoratori e per i consumatori americani”. Il dirigente ha anche assicurato che i dazi consentiranno di creare nuovi posti di lavoro in Ohio, Kentucky, Sud Carolina e Tennessee. Ma c’è chi ritiene, al contrario, che la decisione possa comportare conseguenze non indifferenti per il mercato americano delle fonti rinnovabili.

Negli ultimi 5 anni moltiplicate per sei le importazioni di pannelli solari cinesi

Fondamentali nel processo di transizione energetica, infatti, i pannelli solari potrebbero andare incontro ad una crescita non indifferente del prezzo medio. Un fattore che potrebbe scoraggiare i consumatori. Il governo di Washington ha tuttavia deciso di ascoltare le lamentele di un’impresa in fallimento, la Suniva, e della filiale americana del gruppo tedesco SolarWorld. Entrambe le aziende avevano puntato il dito contro l’impennata delle importazioni di pannelli solari, in particolare provenienti dalla Cina.

Secondo i dati forniti all’amministrazione di Donald Trump, il quantitativo di prodotti asiatici sul mercato degli Stati Uniti si sarebbe moltiplicato per sei negli ultimi cinque anni. Tanto da portare ad un crollo dei prezzi. Che forse ha colpito alcune imprese a stelle e strisce ma che ha senza dubbio fornito un impulso determinante al settore (del quale hanno giovato anche le imprese americane della filiera). Non a caso, la decisione del governo americano ha provocato la dura reazione dell’Associazione delle industrie dell’energia solare, secondo la quale la nuova politica ritarderà o impedirà la finalizzazione di stanziamenti per miliardi di dollari. E farà perdere al comparto delle rinnovabili 23mila posti di lavoro.

Meno negativa l’opinione di Ramez Naam, esperto di sistemi energetici e ambientali, secondo il quale occorre relativizzare l’impatto dei dazi e tenere presente che il settore sarà in grado di rispondere all’offensiva.

Occorrerà verificare, inoltre, quale sarà l’opinione in merito dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Esiste infatti un precedente che potrebbe bloccare il piano di Donald Trump. La legge sulla quale quest’ultimo si è basato per invocare una “necessità di salvaguardia” del sistema produttivo americano risale infatti al 1974. Da allora, è stata utilizzata una sola volta: nel 2002 dall’allora presidente George W. Bush, per proteggere l’acciaio americano. Ma in quel caso Washington dovette fare marcia indietro, proprio perché il Wto censurò la decisione.

 

Fonte: https://www.lifegate.it/

Il 30 gennaio il ministro Galletti a Bruxelles per parlarne. L'accusa di Greenpeace: "È un ultimatum, fatto poco". Il ministero smentisce: "Ci confronteremo con Europa"

Per Greenpeace è "un ultimatum", per il ministero dell'Ambiente è invece una "occasione importante per mettere appunto nuove strategie, confrontandosi con l'Europa e trovare soluzioni alla morsa dell'inquinamento".

Di fatto, il 30 gennaio, il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti volerà a Bruxelles per prendere parte a una riunione della Commissione Europea che suona come monito per Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito: se entro la fine del mese questi paesi non indicheranno come raggiungere le conformità Ue relative agli standard della qualità dell'aria potrebbe infatti scattare l'infrazione. In caso di mancata risposta "la Commissione procederà alla fase successiva della procedura di infrazione, vale a dire il rinvio alla Corte dell'Unione europea" si legge in un passaggio di una lettere scritta dal Commissario europeo per l'ambiente Karmenu Vella e inviata ai Paesi europei che ancora non si sono adeguati agli standard relativi al biossido di azoto e al particolato.

La lettera, in questo caso quella scritta da Vella e inviata al ministro dell'Ambiente tedesco Barbara Hendricks, è stata pubblicata da Politico che ha anticipato la notizia dell'incontro del 30 gennaio. Dal ministero italiano confermano che Galletti prenderà parte alla riunione ma smentiscono, come scrive Greenpeace in una nota, che si tratti di un "ultimatum all'Italia sull'inquinamento atmosferico".

Gli ambientalisti sostengono infatti che questo ultimatum è stato inviato "affinché i Paesi si adeguino subito ai parametri normativi dell'Ue in materia di qualità dell’aria" e che si tratta dell’"ultima opportunità per informare delle misure adottate per porre rimedio alla situazione. Se il ministro Galletti dovesse presentarsi a Bruxelles, il 30 gennaio prossimo, il nostro Paese si renderà certamente protagonista di un confronto imbarazzante, attacca Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. Il governo italiano è apparso in questi anni del tutto inoperoso sul fronte dell'inquinamento atmosferico".

Di tutt'altra opinione il ministero che, conscio del problema inquinamento, sottolinea invece "di aver attuato diverse politiche a salvaguardia dell'ambiente". L'incontro di fine mese servirà per capire con quali strategie affrontare il problema. Sarà una occasione di confronto e di sviluppo sulle politiche da attuare".

Fonte: http://www.repubblica.it/

Ricercatori olandesi migliorano l’efficienza della fotoelettrolisi dell’acqua, raggiungendo un valore del 10,8 per cento, il più alto mai raggiunto per un progetto basato sul silicio

Produrre idrogeno da acqua e sole è una delle alternative più ecologiche e razionali per ottenere il vettore energetico. Il processo di sintesi, tuttavia, è messo ancora oggi a dura prova da una sorta di incompatibilità fra tre fattori: efficienza, stabilità e bassi costi. L’elettrolisi solare dell’acqua avviene attraverso un dispositivo chiamato cella fotoelettrochimica (PEC) che utilizza un elettrodo semiconduttore per assorbire la luce e l’energia così ottenuta per spezzare le molecole d’acqua. I dispositivi più economici hanno però rese bassissime; al contrario, i più efficienti sono realizzati con materiali rari o preziosi. Ma nel settore dei carburanti solari c’è chi, finalmente, è riuscito a trovare un compromesso tra questi fattori. I ricercatori del MESA+ Institute for Nanotechnology dell’Università di Twente, nei Paesi Bassi, sono riusciti a migliorare significativamente l’efficienza del processo per produrre idrogeno da acqua e sole.

Nuovo design per produrre idrogeno da acqua e sole

Il punto partenza è stato il catalizzatore in nickel-molibdeno: entrambi i materiali sono facilmente reperibili ed economici e, dal momento che richiedono un carico di massa elevato per poter ottenere un’alta attività catalitica, assorbono parte della luce che dovrebbe invece raggiungere il fotoelettrodo sottostante (assorbimento parassita). La soluzione proposta dai ricercatori è stata quella di disaccoppiare spazialmente e funzionalmente l’assorbimento della luce dall’attività catalitica. Il nuovo sistema per produrre idrogeno da acqua e sole si affida direttamente alle nozioni della nanotecnologia. La cella per la fotoelettrolisi è stata dotata di un catodo costituito da minuscoli fili in silicio lunghi meno di un decimo di millimetro. La punta di queste piccolissime strutture è stata rivestita con il catalizzatore in nickel-molibdeno. Quando la luce raggiunge il fotocatodo, rimane intrappolata alla base dei microfili e quindi più facilmente assorbita. La reazione chimica con cui si forma l’idrogeno avviene invece sulla punta.

Variando la densità e la lunghezza dei fili in silicio, i ricercatori hanno raggiunto una densità di fotocorrente quasi ideale (del 35,5 mA cm-2 con una fototensione di 495 mV) e soprattutto un’efficienza massima del 10,8 per cento, il valore più alto mai raggiunto per un progetto basato sul silicio. Tuttavia, è necessario un ulteriore aumento dell’efficienza, fino al quindici per cento, per rendere la tecnologia economicamente valida. I risultati del lavoro sono stati pubblicati su Nature Energy e possono essere consultati direttamente qui.

 

Fonte: http://www.rinnovabili.it/

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