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La produzione sarà tagliata di 1,2 milioni di barili al giorno a partire da gennaio 2019

La produzione di petrolio sarà tagliata, a partire da gennaio 2019: i 14 Paesi Opec (Algeria, Angola, Ecuador, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Venezuela) e i 10 Paesi che non-Opec, guidati dalla Russia (Russia, Azerbaijan, Bahrain, Brunei, Kazakhstan, Malesia, Messico, Oman, Sudan, Sud Sudan), hanno raggiunto l’accordo.

Il taglio sarà di 1,2 milioni di barili al giorno, poco meno degli 1,3 sperati dagli analisti.

- La distribuzione dei tagli

Scendendo nei particolari, a tagliare 800.000 mila barili al giorno saranno i paesi Opec e 400.000 quelli che non fanno parte dle Cartello. Ad essere escluso dai tagli sarà l’Iran, in questo periodo alle prese con le sanzioni statunitensi.

- Una due giorni difficile

Arrivare ad un accordo non è stato certo semplice. Il primo giorno di negoziati, infatti, si è concluso con un nulla di fatto e con il rappresentante della Libia che aveva lasciato l’edificio quasi due ore prima ed il ministro dell’energia russo Alexandr Novak tornato a Mosca per confrontarsi con Vladimir Putin

 

Fonte: https://energiaoltre.it/

Il quadro aggiornato in Italia è stato presentato dal dossier di Legambiente “Comuni Rinnovabili 2018”

Italia sempre più rinnovabile: in tutti i comuni italiani è presente, infatti, almeno un impianto rinnovabile con il fotovoltaico in testa. Il quadro aggiornato delle fonti di energia rinnovabile in Italia è stato presentato con il dossier di Legambiente Comuni Rinnovabili 2018. In tutti e 7.978 municipi, rileva lo studio dell’associazione, sono stati installati uno o più impianti da fonti rinnovabili. Un bel risultato, visto che 10 anni fa erano solo 356. Sono ben 7.862 i Comuni in cui sono presenti impianti fotovoltaici, 6.822 quelli del solare termico, 1.489 quelli del mini idroelettrico (in particolare al centro nord) e 1.025 quelli dell’eolico (soprattutto al centro sud), 4.130 quelli delle bioenergie e 595 quelli della geotermia.

Grazie a questo mix di impianti distribuiti su tutto il territorio, ben 3.060 comuni sono diventati autosufficienti per i fabbisogni elettrici e 58 per quelli termici, mentre 37 municipi si confermano rinnovabili al 100% per tutti i fabbisogni delle famiglie. In dieci anni la produzione da rinnovabili è cresciuta di oltre 50 TWh mettendo in crisi il modello fondato sulle fossili, con un contributo delle rinnovabili che è passato dal 15 al 34,4% rispetto ai consumi elettrici e dal 7 al 17,7% in quelli complessivi. Risultati importanti che ora, osserva Legambiente, “devono essere da stimolo per obiettivi molto più ambiziosi al 2030 per fermare i cambiamenti climatici e realizzare una prospettiva vantaggiosa per l’ambiente e l’economia”.

- Lombardia al primo posto per numero di impianti verdi

Secondo il rapporto Comuni Rinnovabili 2018, è la Lombardia la regione con il maggior numero di impianti a fonte rinnovabile in Italia, con 7.989 MW installati, grazie soprattutto all’eredità dell’idroelettrico del secolo scorso. La Puglia è invece la regione col maggior numero di installazioni delle “nuove” rinnovabili, ossia solare e eolico (5.056 MW su 5.388 MW totali). “Il problema è che lo sviluppo delle rinnovabili è stato fortemente rallentato negli ultimi anni, perché le politiche hanno guardato in un’altra direzione, e perché non sono stati risolti i problemi legati alle barriere, anche non tecnologiche, che trovano i progetti nei territori – spiega Legambiente -. In molte regioni è di fatto vietata la realizzazione di nuovi progetti rinnovabili, visto l’incrocio di burocrazia, limiti posti con il recepimento delle linee guida nazionali e veti dalle soprintendenze. In questi anni, infatti, non vi è stata alcuna semplificazioni importante per gli interventi di piccola taglia e mancano ancora riferimenti chiari di integrazione nei territori per gli impianti più grandi e complessi”.

- Negli ultimi 5 anni la crescita delle installazioni è fortemente rallentata

Negli ultimi cinque anni, infatti, la crescita delle installazioni è fortemente rallentata, rileva Legambiente: la media per il solare è stata di 407 MW all’anno e di 301 MW per l’eolico, “cifre del tutto inadeguate a raggiungere perfino i già limitati target fissati dalla SEN. Il segnale positivo è che nel fotovoltaico gli impianti sono andati avanti malgrado lo stop agli incentivi, con 233mila impianti realizzati di piccola taglia negli ultimi tre anni. E oggi, grazie all’Europa, diventa possibile abbattere le barriere che in Italia impediscono di scambiare energia prodotta da fonti rinnovabili nei condomini, in un distretto produttivo o in un territorio agricolo. La nuova direttiva sulle fonti rinnovabili, oramai definitivamente approvata, stabilisce i diritti dei prosumer (i produttori-consumatori) e delle comunità energetiche proprio in una logica di favorire autoproduzione e distribuzione locale. E con la riduzione continua dei prezzi di solare, eolico e batterie, ciò porterà a un cambiamento di portata radicale”.

- Occorre cambiare registro e rilanciare gli investimenti nel settore

Nel 2017 è calato anche il contributo della produzione da rinnovabili rispetto ai consumi e sono tornate ad aumentare le emissioni di CO2. “Occorre quindi cambiare registro e i rilanciare gli investimenti per raggiungere non più solo gli obiettivi stabiliti a livello europeo, in coerenza con l’Accordo di Parigi sul Clima, ma livelli più ambiziosi e in grado di scongiurare le drammatiche conseguenze sociali e economiche di un aumento della temperatura oltre i 2 gradi. Obiettivi tecnicamente raggiungibili, come dimostra la ricerca realizzata da Elemens per Legambiente secondo la quale, diminuendo al 2030 le emissioni del 55%, si avrebbero benefici pari a 5,5 miliardi di Euro all’anno (considerando il consumo evitato di combustibili e il minor gettito fiscale) con la creazione di 2,7 milioni di posti di lavoro. Tutto ciò grazie alla riduzione delle importazioni dall’estero di combustibili fossili e dei consumi energetici, con costi indiretti sulla salute”.

 

Fonte: https://energiaoltre.it/

Messo a punto dal Mit. Il velivolo è senza parti mobili né combustibili fossili

Il primo mini-aereo compatto, silenzioso ed ecologico, ha dimostrato di poter volare. Non ha parti mobili, come motori che ruotano o turbine, e non utilizza combustibili fossili. Il piccolo velivolo realizzato dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) è alimentato da un flusso ad altissima velocità di particelle cariche, o ioni, come riportato nello studio pubblicato su Nature.

"Sono riusciti a dimostrare la fattibilità tecnica di una propulsione innovativa, è questo l'aspetto più importante della ricerca", commenta per l'Ansa Paolo Gaudenzi, direttore del dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale della Sapienza Università di Roma. "In ambito spaziale, cioè al di fuori dell'atmosfera, si sfrutta già con successo questo principio - continua Gaudenzi - In questo caso, però, è stato applicato in maniera un po' diversa: gli ioni vengono accoppiati ad altre particelle dell'atmosfera per generare la propulsione".

Il meccanismo alla base è teoricamente semplice: si applicano campi elettrici a particelle cariche, come gli elettroni, per farle accelerare e generare così un flusso di ioni, che a sua volta produce la spinta che ha permesso al mini-aereo di spiccare il volo. I ricercatori guidati da Haofeng Xu infatti hanno costruito un piccolo aeroplano ad ala fissa, con cinque metri di apertura alare e circa 2,5 chilogrammi di peso: il modellino è riuscito a volare con successo per 60 metri in un ambiente coperto, alzandosi da terra di circa mezzo metro.

"Lo studio è molto interessante, tuttavia bisognerà vedere se lo stesso sistema si potrà applicare a velivoli di dimensioni più grandi: ci sono ancora molti problemi tecnici da superare e il salto ad una nuova generazione di aerei commerciali per ora è prematuro - conclude Paolo Gaudenzi - In ogni caso si tratta di un importante miglioramento per quanto riguarda i metodi di propulsione e le innovazioni in questo campo sono sempre ben accolte in ambito aerospaziale".

 

Fonte: https://www.repubblica.it

Un nuovo elettrolita, prodotto dalle piante, è in grado di rendere le batterie a ioni di alluminio una promettente alternativa alla tecnologia al litio

Sul futuro delle batterie al litio si proietta l’ombra di un mercato sempre meno stabile. Mentre le tecnologie di riciclo sono ancora in fase di sviluppo, il settore minerario accende nuove tensioni sui prezzi dei metalli, cobalto in primis. Una delle strade alternative indagate nel settore dell’accumulo è rappresentata dalle batterie all’alluminio. A basso costo, sicure e con un’alta densità di potenza (1060 Wh al kg contro il limite di 406 Wh al kg della tecnologia agli ioni di litio), questi dispositivi devono risolvere ancora alcuni nodi tecnici, come ad esempio una vita ridotta rispetto alle principali concorrenti e un maggior rischio di perdita di capacità energetica.

In questo campo scientifico, un team di ricercatori guidato dal professor Thomas Nann della Victoria University of Wellington ha creato un nuovo elettrolita che potrebbe essere la chiave per rendere le batterie all’alluminio ancora più sicure e sostenibili. La ricetta prevede una “miscela eutettica a temperatura ambiente di acetammide e cloruro di alluminio” che viene successivamente diluita con diclorometano. “Questo elettrolito renderà le batterie meno costose e più facili da produrre”, spiega il professor Nann. “È più economico dei liquidi ionici attualmente utilizzati nelle batterie all’alluminio ed è anche più sostenibile, dal momento che può essere prodotto a partire dalle piante”.

Il gruppo di scienziati ha testato il nuovo elettrolita in una batteria standard basata su grafite e i primi risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Royal Society of Chemistry, risultano promettenti. “Il litio e il cobalto sono sostanze potenzialmente pericolose”, aggiunge lo scienziato. “I danni alle batterie che contengono questi elementi, possono farle esplodere; inoltre sono tossici, non sono facilmente riciclabili e stiamo esaurendo le risorse disponibili. Se non dovessimo trovare fonti alternative di litio e cobalto, finiremo per esaurire le materie prime che attualmente utilizziamo per produrre le batterie”.

 

Fonte: http://www.rinnovabili.it

È stato inaugurato all’Università degli Studi di Palermo il primo impianto a concentrazione solare Dish Stirling situato presso il DEIM – Dipartimento dell’Ingegneria dell’Informazione e Modelli matematici.

L’impianto ad alta tecnologia, installato presso il campus universitario, è basato sullo sfruttamento della radiazione solare concentrata (CSP Concentrating Solar Power) che impiega l’energia rinnovabile del sole per convertire la luce in energia elettrica e calore in modo simile ad un pannello fotovoltaico o un collettore solare; la luce solare concentrata riscalda il motore Stirling che a sua volta produce elettricità. Il concentratore riesce a fornire energia elettrica in modo innovativo senza generare combustioni, senza produrre polveri o fumi, senza trasmettere o ricevere radiofrequenze e inquinare l’aria, l’acqua o il suolo. Il dispositivo è unico in Europa e sarà il primo nel mondo ad essere connesso alla rete elettrica.

A placare le polemiche sorte tra i residenti della zona, disturbati dai riflessi luminosi della parabola sugli edifici del quartiere e spaventati dalla possibilità che fosse una sorta di Muos che proiettava radiazioni dannose, il professore Lo Brano (presidente del corso di laurea magistrale in Ingegneria energetica e nucleare) ha spiegato che la parabola è fatta per ricevere e produrre energia solare ed è assolutamente innocua. “È l’unico impianto in Europa ed uno dei migliori che esistano al mondo”, ha dichiarato, “la struttura è in ferro ma il disco è totalmente in vetro. Le condizioni di sicurezza sono garantite. Non c’è alcuna emissione di radiazione. È un pezzo di tecnologia di altissimo livello. L’impianto, grazie ad un motore, riceve i raggi solari e li trasforma in energia elettrica. Tutto ciò a costo zero, grazie al Sole. All’interno dell’impianto vi è un radiatore che raffredda l’acqua che arriva ad una temperatura di 55°C. Si sta pensando di utilizzare l’area per poter coltivare il terreno”.

Fonte: https://www.younipa.it

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