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I dati del nuovo rapporto annuale dell'Irena, l'Agenzia internazionale dell'energia rinnovabile, si riferiscono agli impianti installati nel 2019. Ma solo i paesi più ricchi possono permettersi di investire

Un segnale chiaro che va nella sempre maggiore produzione di energia pulita. Quasi il 75% della nuova capacità di produzione elettrica installata a livello globale nel 2019 è rinnovabile. Sono i dati del nuovo rapporto annuale dell'Irena, l'Agenzia internazionale dell'energia rinnovabile.

La costruzione di centrali elettriche a combustibili fossili è in calo in Europa e negli Usa: in queste aree sono più gli impianti chiusi di quelli inaugurati. Le centrali a gas e a carbone aumentano di numero invece in Asia, Medio Oriente e Africa. I paesi più ricchi possono permettersi di investire sulle rinnovabili, mentre i paesi in via di sviluppo puntano sulle fonti fossili per avere energia a buon mercato.

La parte del leone nella crescita delle rinnovabili nel 2019 l'ha fatta il solare, con il 55%. Al secondo posto l'eolico, con il 34%. Le altri fonti rinnovabili (idroelettrico, biomasse, geotermico, moto ondoso) hanno avuto una crescita contenuta

Fonte: https://www.repubblica.it

Si tornerà al punto di partenza precedente come se niente fosse accaduto, o avremo fatto qualche passo avanti per capire meglio le sfide del nostro tempo?

La pandemia da coronavirus Sars-Cov-2 in corso sta facendo calare i consumi, la produzione di rifiuti, il traffico, le concentrazioni di inquinanti atmosferici e le emissioni di CO2, ma tutto ciò non ha niente a che vedere con la sostenibilità: di fatto si tratta di una decrescita imposta da uno shock esterno all’economia, molto lontana da qualsiasi orizzonte di sviluppo sostenibile. Eppure Covid-19 sta dolorosamente mettendo in discussione il nostro modo di vivere la vita, e da tutto questo potremmo trarre delle lezioni utili per la ripresa. Presentato esattamente ad un mese dall’inizio delle misure di distanziamento sociale dal Green city network e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, il dossier Pandemia e sfide green del nostro tempo aiuta a capire quali.

Sappiamo ad esempio che la causa profonda della pandemia in corso va cercata nella progressiva invasione e distruzione degli ecosistemi naturali, che espone l’uomo all’assalto di virus presenti in altri animali. Pensare che la colpa stia (solo) nel traffico di specie che trova sbocco nei wet market cinesi sarebbe un abbaglio: difficilmente riflettiamo sul fatto che i prodotti che noi stessi consumiamo ogni giorno sono fatti con risorse naturali prelevate in grandi quantità in diverse parti del mondo. Di fatto però in Italia, rispetto ad un consumo interno di materiali di 489 milioni di tonnellate, ben 322 vengono importate: questo significa che per ogni 10 kg di materiale, 6,5 kg sono di provenienza estera. Al contempo circa la metà delle emissioni totali di gas a effetto serra e più del 90% della perdita di biodiversità e dello stress idrico sono determinati dall’estrazione di risorse e dai processi di trasformazione di materiali, combustibili e alimenti.

La severa lezione impartita dalla pandemia deve dunque spingerci a ripensare il rapporto tra uomo e consumi, a partire da quelli di cibo, in quanto la progressiva trasformazione ed eliminazione di sistemi naturali, unita ad altri fattori quali il commercio incontrollato e spesso illegale di specie di fauna selvatica, contribuisce in maniera rilevante a facilitare il passaggio di organismi patogeni dagli animali all’uomo.

Il dossier richiama, inoltre, la necessità di contenere i danni generati da questa pandemia al sistema di gestione rifiuti e all’economia circolare, in modo che non diventino permanenti perché è necessario preservare il carattere di servizio essenziale strategico della gestione dei rifiuti che non può essere interrotto e che deve funzionare comunque, e funzionare bene, e restare un perno decisivo di un modello circolare di economia.

È necessario riconoscere anche che il crollo dei consumi energetici sta generando una riduzione delle emissioni di CO2 nel breve periodo, ma il trend delle emissioni globali – prima della pandemia da coronavirus – era ben lontano dalla drastica riduzione necessaria. In questo quadro, per il dossier, la decarbonizzazione del settore civile resta una priorità.

Lo stesso si può dire per la mobilità: le città sono praticamente prive di traffico da quando il coronavirus ha costretto tutti a restare a casa, e per evitare che a crisi finita si ritorni al traffico congestionato e inquinante delle nostre città si deve approfittare per aprire una riflessione sul modello di mobilità urbana e su come cambiarlo quando il coronavirus se ne sarà andato. Le misure di confinamento (lockdown) mettono allo stesso tempo in discussione comportamenti e abitudini consolidate: ad esempio l’utilità dello spostamento e le possibili alternative, come lo smart working.

Una riflessione che si collega giocoforza anche a quella dell’abitazione concepita non più come solo dormitorio, ma anche luogo di lavoro, di studio e di cultura, di svago e di socialità. La pandemia ha insegnato l’importanza di spazi per lo smart working ma anche di balconi, terrazzi, cortili e giardini anche condominiali, tutti gli spazi intermedi in generale che possono svolgere ruoli importanti, anche dal punto di vista ambientale, con il green building approach.

«Durante questa pandemia i consumi sono calati, l’attenzione sui consumi alimentari è cresciuta – si domanda Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – ma dopo si tornerà al punto di partenza precedente, come se niente fosse accaduto, o avremo fatto qualche passo avanti per capire meglio le sfide del nostro tempo?». La risposta è nelle nostre mani, a partire dalla domanda di cambiamento che è necessario esprimere verso istituzioni e politica.

Fonte: http://www.greenreport.it

4,5 milioni di morti premature ogni anno e 2.900 miliardi di dollari, equivalenti al 3,3 per cento del Pil mondiale. È il costo dell'inquinamento da combustibili fossili.

Ogni anno si stima che a livello globale circa 4,5 milioni di morti premature siano attribuibili all’inquinamento atmosferico prodotto dalla combustione di carbone, petrolio e gas che aumenta il numero di malattie croniche ogni anno, contribuendo a milioni di visite mediche e a miliardi di giorni di assenza dal lavoro per malattia. A rilevarlo è il rapporto “Aria tossica: il costo dei combustibili fossili” redatto da Greenpeace Southeast Asia e Crea (Centre for research on energy and clean air), si tratta di un primo tentativo di valutare il costo globale dell’inquinamento atmosferico legato ai combustibili fossili.

“L’inquinamento atmosferico minaccia la nostra salute e la nostra economia, causando milioni di morti premature ogni anno e aumentando i rischi di infarto, cancro ai polmoni e asma, con un costo economico di migliaia di miliardi di dollari”, ha detto Minwoo Son, della campagna Clean air di Greenpeace Southeast Asia.

L’inquinamento che uccide

I 4,5 milioni di morti premature stimate ogni anno a livello globale superano di oltre tre volte il numero di morti causate da incidenti stradali. L’esposizione a Pm2,5 è associata anche a casi di ictus e in base ai dati ben 600mila morti per infarto ogni anno sono riconducibili all’esposizione a polveri sottili prodotte dalla combustione di combustibili fossili. A questo tipo di inquinamento sono associati anche i decessi di circa 40mila bambini al di sotto dei 5 anni, soprattutto nei Paesi a più basso reddito, e circa 2 milioni di parti prematuri l’anno.

Ogni anno circa 4 milioni di nuovi casi di asma a livello infantile sono associati all’NO2, prodotto dalle emissioni dei veicoli, del centrali elettriche e delle industrie, con una stima di 16 milioni di bambini nel mondo affetti da questo sintomo.

I costi di una strage

L’inquinamento atmosferico causato dai combustibili fossili costa inoltre circa 2.900 miliardi di dollari all’anno in tutto il mondo, pari al 3,3 per cento del Pil globale. L’esposizione al solo Pm2,5 generato da combustibili fossili è collegata, ogni anno a livello globale, a 1,8 miliardi di giorni di assenza dal lavoro per malattia, con una conseguente perdita economica annua pari a circa 101 miliardi di dollari.

La Cina continentale, gli Stati Uniti e l’India sostengono i costi più elevati dell’inquinamento dell’aria, pari rispettivamente a 900, 600 e 150 miliardi di dollari all’anno.

L’impatto sull’economia italiana

Situazione critica anche per l’Italia, dove si stima che il costo dell’inquinamento atmosferico da combustibili fossili sia ogni anno di circa 56 mila morti premature e 61 miliardi di dollari.

“È essenziale che il governo italiano non faccia passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025, come invece l’ultima versione del Pniec sembrerebbe suggerire”, commenta Federico Spadini, della campagna trasporti di Greenpeace Italia. “Occorre andare con coraggio e decisione verso le energie rinnovabili, abbandonando false soluzioni come il gas fossile. E anche i grandi attori privati come banche e assicurazioni devono smettere di elargire finanziamenti ai combustibili fossili”, conclude Spadini.

Investimenti positivi

Le soluzioni esistono, tra queste un posto di primo piano hanno la transizione energetica verso un sistema fondato sulle rinnovabili e l’abbandono delle auto con motore a combustione interna.

Secondo uno studio pubblicato dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, ogni dollaro investito nel quadro dello United States Clean air act ha generato un guadagno di almeno 30 dollari. Analogamente, secondo un altro studio pubblicato sul Journal of Urban Health, ogni dollaro investito a Bogotà, in Colombia, nell’iniziativa “una giornata a settimana senza auto”, ha prodotto tra i 3,20 e i 4,30 dollari in benefici per la salute. Benefici economici dovuti alla riduzione dell’inquinamento atmosferico di questi tipo sono osservabili sia nei Paesi ad alto reddito sia in quelli a basso reddito.

Fonte: https://www.lifegate.it

Nel mondo le centrali a carbone funzionano a mezzo servizio e ne vengono costruite sempre meno. Con una significativa eccezione: la Cina.

Lentamente, e con colpevole ritardo, sembra proprio che la comunità internazionale sia sulla strada giusta per lasciarsi definitivamente alle spalle il carbone e puntare su fonti di energia più pulite, convenienti e sostenibili. Ma ci sono alcune notevoli eccezioni. Come la Cina, che sembra pronta a tutto pur di ridare vigore a un’economia duramente provata dalla pandemia di coronavirus.
Stop all’ultima centrale a carbone dello stato di New York

Il fumo bianco è uscito dalle sue ciminiere per trentasette anni consecutivi, ben visibile per chilometri dai campi che costeggiano il lago Ontario, che segna il confine con il Canada. Fino al 31 marzo, data in cui l’ultima centrale elettrica a carbone rimasta nell’intero stato di New York ha definitivamente spento le turbine. Di proprietà della Somerset Operating Company, l’impianto da 675 megawatt dava lavoro a una quarantina di persone. Almeno da cinque anni, fa notare però la stampa locale, non restava operativo per più di un mese di fila. Nonostante i proclami elettorali del presidente Donald Trump, infatti, anche negli Usa il carbone è ormai fuori mercato, schiacciato dalla concorrenza del gas naturale e soprattutto delle energie rinnovabili.

A fare il paio con le dinamiche di mercato, nell’estate 2019 è arrivata la legge sul clima approvata dal governatore Andrew Cuomo, che stabilisce per il territorio di New York obiettivi molto più ambiziosi rispetto a quelli adottati da altri stati federali. In primis, generare il 100 per cento dell’elettricità con tecnologie a zero emissioni entro il 2040.

Il carbone non è più un affare

Ma quello di New York può considerarsi un caso isolato? Ci dà una risposta il report Boom and bust – redatto da Global energy monitor, Sierra club, Greenpeace e Crea (Center for research on energy and clean air) – che ogni anno tiene traccia di tutti i nuovi progetti legati al carbone, che siano già in costruzione oppure solo approvati dalle autorità. Nel 2019 questi ultimi hanno segnato un calo per il quarto anno consecutivo. Un po’ perché 33 stati (e 27 stati federati o amministrazioni) hanno promesso di accelerare la transizione verso le energie pulite; un po’ perché 126 grandi banche, compagnie di assicurazione e asset manager hanno chiuso (del tutto in parte) i rubinetti del credito verso la fonte di energia più inquinante in assoluto.

La quantità di energia generata dal carbone nel corso dell’anno è scesa del 3 per cento rispetto al 2018, con crolli ancora più marcati negli Usa (meno 16 per cento) e nell’Unione europea (meno 24 per cento). In media, le centrali sono attive per il 51 per cento del loro orario standard. Rallenta anche il ritmo delle nuove costruzioni, che vedono un meno 16 per cento tra il 2018 e il 2019.
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Cina, in arrivo centinaia di nuove centrali

Il report segnala che l’anno scorso sono stati commissionati 68,3 GW di nuova capacità e ne sono stati dismessi 34,2, con un saldo che risulta quindi leggermente positivo. Il dato globale però è indicativo solo fino a un certo punto, perché esistono differenze abissali tra un territorio e l’altro. C’è il fronte di chi abbandona gradualmente il carbone, guidato dagli Usa (meno 16,5 GW in un anno) e dall’Unione europea (meno 7,5 GW). Viceversa, c’è ancora chi insiste su questa fonte dannosa e anacronistica. Prima fra tutte la Cina, che da sola ha commissionato il 64 per cento della nuova capacità installata, per un totale di 43,8 GW. A seguire, India (8,1 GW), Malesia (2,6 GW), Indonesia (2,4 GW) e Pakistan (2 GW).

Il boom a cui si assiste nel gigante asiatico è il logico risultato delle autorizzazioni concesse a raffica tra il 2014 e il 2016. Un pericoloso trend che potrebbe essere replicato anche in futuro, a detta di Lauri Myllyvirta, capo analista del Centre for research on energy and clean air. Una volta operativi, spiega, gli impianti in costruzione produrranno molta più energia di quella necessaria. Ma la lobby locale ha tutta l’intenzione di proporne ancora centinaia di qui al 2030. E c’è sempre il rischio che, preso dalla frenesia di dare slancio all’economia dopo lo shock del coronavirus, il governo cerchi di interferire il meno possibile con gli investimenti. Anche quando sono palesemente in contrasto con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Fonte: https://www.lifegate.it

Complice il crollo del carbone e della lignite, calati di un quinto, lo scenario energetico europeo tira un sospiro di sollievo. Per la prima volta eolico e il solare hanno fornito più elettricità rispetto alle centrali a carbone.

Sono numeri decisamente positivi quelli rilasciati pochi giorni fa dall’istituto indipendente Agora Energiewende, con sede a Berlino. Nel 2019, il settore elettrico dell’Ue a 28 (Regno Unito compreso) ha emesso il 12 per cento in meno di emissioni di CO2 rispetto all’anno precedente. Allo stesso tempo, la quota di energie rinnovabili nella produzione di elettricità è salita al 35 per cento, facendo segnare un nuovo record. Ora la produzione elettrica da rinnovabili è quasi pari a quella da fonti fossili, calata al 39,9 per cento, di ben 2 punti percentuali in un solo anno.

I dati sono contenuti nell’annuale rapporto “The European Power Sector in 2019“, che raccoglie e calcola le tendenze nel settore energetico europeo. Leggendo le oltre 40 pagine del rapporto, sono due i punti salienti da tenere a mente: primo, per la prima volta dal 1990, le emissioni del settore elettrico calano, e non di poco (12 per cento), rispetto all’anno precedente. Secondo, per la prima volta, l’eolico e il solare hanno fornito più elettricità rispetto alle centrali a carbone. La quota di energia verde nella produzione di elettricità infatti è cresciuta in tutta l’Unione attestandosi al 34,6 per cento, 1,8 punti percentuali in più rispetto al 2018.

In una nota stampa l’analista di Sandbag Dave Jones afferma che “l’Europa è leader mondiale nel sostituire rapidamente la produzione da carbone con energia eolica e solare”. Per questo motivo “le emissioni di CO2 del settore elettrico nell’ultimo anno sono diminuite più velocemente che mai”.

Il crollo del carbone nel settore elettrico europeo

Tutti i paesi dell’Ue che impiegano il carbone come fonte energetica, hanno registrato un calo nella produzione di elettricità da questa fonte. Ben 150 terawattora in meno, circa il 24 per cento. Insieme, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito e Italia hanno rappresentato l’80 per cento del calo dell’elettricità prodotta dal carbone.

“Il calo delle emissioni di gas serra nell’Ue è dovuto in gran parte al prezzo delle emissioni di CO2, che ha continuato a spingere sul mercato fonti energetiche dannose per il clima”, afferma Matthias Buck a capo delle politiche energetiche europee in Agora. Non solo ma aggiunge che “il ritmo di espansione deve accelerare ulteriormente”. Entro il 2030, quasi un terzo dell’energia totale nell’Ue dovrà provenire da fonti rinnovabili. Ciò richiederà una crescita di 97 terawattora ogni anno fino al 2030, 33 terawattora in più rispetto a quanto è stato aggiunto nel 2019.

Le emissioni di CO2 a livello globale aumentano

Tutto bene quindi? Assolutamente no. Le emissioni di gas serra infatti continuano ad aumentare, mentre dovrebbero calare di almeno il 7,6 per cento l’anno. Secondo il recente rapporto del Global carbon project, le emissioni di CO2 da fonte fossile sono aumentate ancora, seppure più lentamente nel 2019 (0,6 per cento) rispetto agli anni precedenti (+1,5 per cento nel 2017 e del +2,1 per cento nel 2018). Ciò sarebbe dovuto proprio al calo sostanziale del consumo di carbone negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, ad una crescita economica più debole e una minore crescita della domanda di elettricità in Cina, e ad una crescita economica più debole combinata con un forte monsone in India.

Inoltre come rileva il Global Energy Monitor, l’Europa sta pianificando di investire un totale di 117 miliardi di euro, pubblici e privati, in nuove infrastrutture di gas (centrali elettriche a gas, terminali di importazione di gas naturale liquefatto e gasdotti) che aumenteranno del 30 per cento la capacità di importazione di gas in Europa. Gli investimenti in nuove infrastrutture nel Regno Unito e in Germania rappresentano da soli il 30 per cento di tutte le nuove infrastrutture, pari a 35,9 miliardi di euro, a cui seguono Grecia (14 miliardi di euro), Polonia (13,4 miliardi di euro), Romania (12,8 miliardi di euro) e Italia (11,6 miliardi di euro). Secondo gli autori, investire in nuove infrastrutture di gas fossile oggi crea il rischio di non raggiungere gli obiettivi climatici. Se vogliamo avere una qualche speranza di risolvere la crisi climatica in corso ed evitare i 340.000 decessi per inquinamento atmosferico che si verificano ogni anno in Europa, dobbiamo eliminare di almeno l’80 per cento il consumo di gas naturale entro il 2030 e del 100 per cento entro il 2050, non aumentarlo”, ha detto Mark Z. Jacobson, professore alla Stanford University.

Dello stesso avviso l’Agenzia internazionale dell’energia che ha registrato nel 2018 un aumento delle emissioni globali di CO2 legate al settore energetico (+1,7 per cento a un massimo storico di 33,1 Gt di CO2). Cina, India e Stati Uniti rappresentano ancora l’85 per cento dell’aumento netto delle emissioni, mentre le emissioni sono diminuite per Germania, Giappone, Messico, Francia e Regno Unito. Le previsioni parlano di un aumento sì della quota di rinnovabili (+300 per cento entro il 2040), ma le fonti fossili, come petrolio e gas continueranno a crescere, lasciando sola l’Europa nella corsa alla riduzione delle emissioni.

 

Fonte: https://www.lifegate.it

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