News & Eventi

Oceanix City è un progetto di città galleggiante ispirato all’economia circolare e agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Futuristica, galleggiante e sostenibile. E’ il progetto Oceanix City dello studio di architettura Bjarke Ingels Group, BIG, in risposta alla previsione secondo cui entro il 2050, il 90% delle più grandi città del mondo sarà esposto all’innalzamento del livello del mare.

Una vera e propria comunità sull’acqua, resiliente, in grado di ospitare fino a 10.000 persone. Il progetto è stato proposto come parte della News Urban Agenda del UN Habitat, il programma delle Nazioni Unite dedicato allo sviluppo urbano sostenibile, con la collaborazione tra la società Oceanix, BIG e il MIT Center for Ocean Engineering.

Il design è sviluppato rispettando i principi degli Obiettivi di Sviluppo sostenibile, canalizzando flussi di energia, acqua, cibo e rifiuti e creando una metropoli marittima modulare. Oceanix City è progettata per crescere, trasformarsi e adattarsi organicamente nel tempo, evolvendosi dai quartieri ai villaggi, fino alle città.

Oceanix City: modularità sostenibile

La città galleggiante parte da piccoli quartieri di due ettari, in grado di ospitare fino a 300 residenti. La scelta di realizzare edifici più bassi di sette piani è dettata dalla necessità di avere un baricentro ribassato in modo da rendere le strutture resistenti alla forza del vento. Inoltre, ogni edificio tende ad auto-ombreggiare gli spazi interni e quelli comuni, offrendo comfort e minori costi di raffreddamento. Agricoltura comune e ciclo dei rifiuti basato sulla produzione zero, sono al centro del progetto di vita in ogni quartiere.

Sotto il livello del mare, le scogliere galleggianti di biorock, alghe, ostriche, cozze e vongole ripuliscono l'acqua favorendo la rigenerazione dell'ecosistema marino.

Raggruppando sei quartieri attorno a un porto centrale protetto, i villaggi possono estendersi fino a 12 ettari, ospitando fino a 1.650 residenti. Aggregando più villaggi, l’Oceanix City potrebbe formare una comunità galleggiante di 10.000 abitanti.

Le funzioni sociali, ricreative e commerciali sono collocate attorno alla fascia centrale dell’arcipelago. Piazze pubbliche, un mercato, centri per la spiritualità, l’apprendimento, la salute, sport e cultura, sono gli spazi pensati per favorire l’aggregazione e incentivare i cittadini a muoversi da un punto all’altro della città attraverso i canali d’acqua.

La sostenibilità è il cardine di tutto, sin dalla fase di realizzazione di ogni singolo quartiere. Ognuno di essi, indipendentemente dalle dimensioni, verrà costruito dando priorità all’utilizzo di materiali locali, come il bambù a crescita rapida, resistente e con un’impronta di carbonio negativa, considerando che può essere coltivato nei quartieri stessi. Le città possono essere prefabbricate a terra e rimorchiate fino al loro sito finale, abbattendo i costi di costruzione e creando moduli flessibili per le costruzioni del futuro.

Fonte: https://www.infobuildenergia.it/

Le lobby del petrolio hanno investito poco meno di un miliardo di euro in tre anni per fermare o rallentare le politiche climatiche vanificando gli sforzi per mitigare i cambiamenti climatici.

È una narrativa falsata, quella del mondo petrolifero e delle maggiori lobby del petrolio. Nonostante le prese di posizione pubbliche e gli impegni assunti dopo l’Accordo di Parigi, le cinque sorelle continuano ad investire fiumi di denaro per sviare, indebolire se non addirittura fermare l’avanzare delle politiche climatiche. A rivelarlo è il recente rapporto InflunceMap che mostra come ExxonMobil, Chevron, Bp, Shell e Total abbiano investito poco meno di un miliardo di euro in tre anni per fare pressioni in politica, nel settore industriale e nell’opinione pubblica contro le politiche climatiche.

“Lo studio InfluenceMap è un importante contributo ad una seria discussione che dovrebbe aver luogo ora”, spiega Jan Erik Saugestad, amministratore delegato di Storebrand asset management (l’Istituto finanziario norvegese che gestisce gli investimenti del fondo petrolifero norvegese). “Sorprendentemente, queste cinque major petrolifere prevedono un mero 3 per cento delle loro spese del 2019 verso tecnologie a basse emissioni, mentre investiranno 110,4 miliardi di dollari in più petrolio e gas”. La ricerca infatti mostra come gli investimenti verso la decarbonizzazione siano stati solo di 3,6 miliardi, contro i 110 miliardi in petrolio e gas, in aumento rispetto agli anni precedenti.

Le lobby del petrolio non vogliono fermare il business delle fossili

È chiaro se si osserva dove viene investito il denaro. La narrativa si è addirittura spostata negli ultimi anni, puntando sul fatto che la società odierna abbia bisogno di maggiori esplorazioni petrolifere e di una maggiore produzione di greggio per sopperire alla crescente domanda. Non importa che nel 2015, subito dopo la firma dell’Accordo di Parigi, sia nata l’Oil and gas climate initiative (Ogci), un’organizzazione che vede partecipi le maggiori compagnie petrolifere del pianeta – tra cui quelle citate nel rapporto – e che ha l’obiettivo dichiarato di limitare l’aumento medio della temperatura globale a 2 gradi centigradi. Nel documento “Più energia, meno emissioni: catalizzare azioni pratiche per affrontare i cambiamenti climatici”, lanciato dall’organizzazione si leggono le misure e i progressi compiuti dai suoi membri nello sviluppo di azioni significative per far fronte ai cambiamenti climatici, puntando sull’efficienza, su un minore utilizzo delle risorse fossili, sull’innovazione e su nuove tecnologie e modelli di business.

Ma è solo uno specchietto per le allodole. E il rapporto lo conferma. Se fino a qualche anno fa le pressioni si focalizzavano sull’alimentare dubbi sulla scienza del clima, dando vita a vere e proprie campagne negazioniste, ora l’impegno è più subdolo e ambiguo: si punta sul fatto che le politiche climatiche rischino di mettere in crisi il mercato del lavoro e la crescita, o si paventano fantomatiche soluzioni tecnologiche capaci di decarbonizzare l’economia rapidamente. Un doppio gioco che non ci possiamo più permettere.

Fonte: https://www.lifegate.it

I ricercatori hanno rinvenuto quantità di microplastiche pari a quelle campionate nei mari. Polimeri di uso comune come il poliestere, la poliammide e il polietilene. “Sono testimoni dell'impatto dell'uomo sull'atmosfera”.

Ritardanti di fiamma, pesticidi e aromi invadono anche i ghiacciai alpini. È quanto hanno osservato i ricercatori dell’università degli studi di Milano e di Milano-Bicocca che, per la prima volta, hanno campionato una quantità di microplastiche pari a quella rivenuta nei sedimenti marini e costieri europei: 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento. I risultati sono stati presentati lo scorso 9 aprile a Vienna durante la conferenza internazionale dell’European geosciences union (Egu) e mostrano come anche l’ambiente montano e alpino non sia immune dall’inquinamento da plastica

“Questa ricerca dimostra come i ghiacciai siano i testimoni dell’impatto dell’uomo sull’atmosfera”, spiega a LifeGate la professoressa Guglielmina Diolaiuti, che insieme al professor Roberto Ambrosini, e dai dottori Roberto Sergio Azzoni e Marco Parolini del dipartimento di scienze e politiche ambientali, assieme al gruppo di ricercatori dell’università di Milano-Bicocca, formato dal professor Andrea Franzetti e dalla dottoressa Francesca Pittino, hanno condotto la ricerca.

Le microplastiche trasportate dai venti

Attrezzati come fossero un laboratorio “sterile” per non contaminare la scena i ricercatori hanno “rinvenuto gli inquinanti tradizionali, intrappolati nella neve depositata d’inverno, che nell’arco di una decina d’anni compatta e si trasforma in ghiacciaio”, spiega la professoressa Diolaiuti. “Finora ci si era concentrati solo sull’ambiente marino. Ma in realtà è evidente che la plastica arriva anche attraverso i fiumi. Dobbiamo quindi concentrare gli sforzi sulla riduzione dei rifiuti di plastica anche nelle zone di montagna”.

Bottiglie, creme solari, pile e tessuti tecnici sono solo alcuni dei materiali che oggi sappiamo possono contribuire a creare l’inquinamento da microplastiche. Queste infatti si degradano in polimeri più piccoli come degli anelli di una catena, disperdendosi nell’aria, per venire trasportati poi dal vento. “Indubbiamente pesa l’inquinamento a livello locale, ma tutto ciò che si trova a valle viene preso in carico dal vento che lo porta poi in alta atmosfera per poi precipitare insieme alla neve sul ghiacciaio”.

Il ghiacciaio non è più solo il testimone dei cambiamenti climatici in atto, ma anche dell’impatto che ha l’uso di sostanze nocive sull’ambiente alpino: il ghiaccio e la neve si scioglieranno per finire nei corsi d’acqua e giungere infine nelle nostre coste e nel Mediterraneo.

Dalla montagna al mare, tutto è collegato

“Questa scoperta ci mostra quanto sia necessario lavorare e fare ricerca dalla montagna al mare”, dice la professoressa. “Il problema non è solo sulle coste. Non possiamo pensare che questo sia un solo un problema locale. Inoltre dobbiamo ancora capire se le microplastiche siano entrate o meno nella catena trofica”. La fauna locale pascolando può ingerire le piccole particelle e ad oggi non sappiamo ancora quali tipi di sostanze possano essere trasportare all’interno degli organismi.

Ciò che risulta dalle evidenze scientifiche è che gli ecosistemi sono strettamente collegati e che, se una sostanza viene impiegata in modo inappropriato, questa è in grado di contaminare ambienti tra loro diversissimi ma altrettanto delicati.

Fonte: https://www.lifegate.it

Consegnate formalmente le aree demaniali marittime e gli specchi d’acqua dove sorgerà il parco eolico di fronte a Taranto che occuperà più di 131mila mq di mare

Dopo un lungo e complesso iter amministrativo propedeutico al rilascio della concessione demaniale marittima trentennale, la Guardia Costiera di Taranto ha consegnato formalmente le aree demaniali marittime e gli specchi d’acqua dove sorgerà un parco eolico di fronte al porto di Taranto, il primo in Italia e nel Mediterraneo.

L’opera sarà costituita da due gruppi di aereo-generatori, per un totale di dieci pale eoliche, ubicati rispettivamente nella rada esterna del Mar Grande di Taranto e nella parte esterna della diga foranea del molo polisettoriale del porto, con profondità del fondale da quattro a diciotto metri ed una altezza mozzo di cento metri, occupando complessivamente più di 131.000 mq di specchio acqueo e circa 500 mq di area demaniale marittima.

Gli impianti che costituiranno il parco eolico, dichiarati opere di pubblica utilità, sono stati autorizzati con provvedimento del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti all’esito di una conferenza di servizi che ha visto coinvolti tutti gli enti portatori di interesse che hanno espresso il proprio parere favorevole, con particolare riguardo anche al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del mare che, di concerto con il Ministero per i beni e le attività culturali ha espresso il giudizio favorevole di compatibilità ambientale del progetto.

L’impianto offshore, che sarà realizzato dinanzi al porto di Taranto rappresenta non solo una assoluta novità a livello nazionale, ma in più in questa particolare tipologia di progetto “near shore”, con tali caratteristiche, un primato assoluto in tutto il Mediterraneo.

“Con grande soddisfazione riceviamo dal Comandante Castronuovo lo specchio marittimo su cui sorgerà il primo parco eolico offshore in Italia e nel Mediterraneo”, ha commentato Riccardo Toto, direttore generale di Renexia. “Con questo progetto porteremo la nostra esperienza di impresa italiana impegnata nello sviluppo dei più grandi parchi eolici americani in Oceano Atlantico anche sulle sponde del nostro Mediterraneo. Un traguardo rilevante, il primo esempio di produzione di energia da turbine eoliche offshore in un mare italiano, reso possibile dalla collaborazione delle Istituzioni, sia a livello nazionale che locale, e dal contributo decisivo della Capitaneria di Porto di Taranto.”

Fonte: http://www.e-gazette.it/

Sarà la più grande centrale fotovoltaica galleggiante del mondo. Conterrà 15 isole di silicio per un totale di 73mila pannelli. Ruoterà da est a ovest come i girasoli. Pronta a novembre, illuminerà diverse migliaia di case

La Terra non basta più. La gara a costruire le centrale solari più grandi ora invade il mare. Singapore, Cina, Cile, Giappone, Corea del Sud, India, Gran Bretagna e ora la piccola Olanda, sempre affamata di terreni da coltivare, hanno iniziato a installare i loro pannelli fotovoltaici direttamente sulle onde. L'ultimo progetto, che promette di essere il più ampio (ma probabilmente lo resterà per poco) è stato annunciato dalla ditta locale "Floating Solar". Nel nord-est del paese, sul mare della riserva naturale di Andijk, verranno realizzate quindici isole rotonde, larghe circa 150 metri, con 5mila pannelli solari ciascuna. Una serie di boe e di ingranaggi farà variare inclinazione e orientamento a seconda dell'ora del giorno: l'arcipelago ruoterà come un girasole. In questo modo, spiega l'azienda, sarà possibile catturare il 30% di raggi in più rispetto a un impianto fisso a terra. Snodati come serpenti, i pannelli secondo la ditta potranno resistere a onde alte un metro e mezzo e mare forza 12 (uragano).

Le prime lampadine si accenderanno a novembre. A regime, l'impianto potrebbe illuminare nei giorni di bel tempo alcune migliaia di case. Al quotidiano inglese The Guardian il direttore di Floating Solar, Arnoud Van Druten, ha spiegato che i tempi di realizzazione di per sé non sarebbero lunghi, ma Andijk è una riserva naturale. "E la stagione di riproduzione degli uccelli migratori ci permette di lavorare in mare solo per pochi mesi all'anno". Gli stessi ingranaggi che permettono alle isole di orientarsi con il sole, consentiranno anche di trovare la posizione migliore per difendersi dal mare grosso, in caso di tempesta. A dimostrazione che non sempre acqua ed elettricità sono nemici. I gelidi mari del nord, al contrario, possono aiutare il raffreddamento dei circuiti, che diventano meno efficienti quando si riscaldano.

In mare, i pannelli solari sono diffusi da circa tre anni: i primi in Giappone, affamato non solo di terra, ma anche di energia. Le centrali a silicio sono circa un centinaio nel mondo. Generano circa 400 GW di potenza: come un paio di grandi impianti nucleari. Seguono quelle eoliche, già montate fra le onde da circa un decennio, ma su cui si sono concentrate le critiche di alcuni gruppi ambientalisti. Anche il fotovoltaico acquatico ha suscitato qualche malumore, perché altera il paesaggio, impedisce ai raggi di raggiungere i fondali e causa riflessi fastidiosi per gli uccelli. Ma le aziende produttrici tendono a minimizzare queste critiche, anche puntando sull'immagine poetica dei girasoli. Uno dei primi brevetti in questo campo è italiano, ma nel nostro paese il "fotovoltaico flottante", come viene chiamato dai tecnici, sta faticando a prendere piede. ll record attuale, per una centrale di questo tipo, appartiene alle 13 isole "energetiche" realizzate in Cina, nella provincia di Anhui, ed entrate in funzione a marzo. Capace di una potenza di 70 MW, l'impianto galleggia su un laghetto che ha preso il posto di una ex miniera.

Fonte: https://www.repubblica.it/

Cerca