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Grazie a nuovi processi di stampa serigrafica è possibile impiegare fino al 30 percento in meno di argento rispetto all’attuale standard industriale

Ridurre l’argento nelle celle solari per abbassare i costi di produzione. Questa l’impresa in cui si è cimentato Fraunhofer ISE in collaborazione con alcuni partner industriali all’interno del progetto “FINALE”. L’utilizzo dell’argento nel fotovoltaico è una scelta quasi obbligata: il metallo possiede qualità elettroconduttive ineguagliabili che lo rendono perfetto per realizzare la pasta serigrafata per i contatti delle celle. Negli anni, il miglioramento delle tecnologie di fabbricazione ha ridotto di molto la quantità usata: si è passati da una media di 400 mg nel 2007 a 130 mg del 2016 per singola cella. Oggi ogni pannello contiene in media 20 grammi di argento ma, malgrado le drastiche riduzioni, questo materiale è responsabile ancora di circa il 6,1% del costo totale di costruzione di ciascuna unità. Ridurne l’impiego costituisce pertanto un imperativo per il settore fotovoltaico.

Per dare un’ulteriore taglio, i ricercatori dell’istituto tedesco hanno sviluppato un nuovo processo di metallizzazione, la tecnica che permette di applicare sui lati anteriore e posteriore delle celle fotovoltaiche i contatti metallici (i sottilissimi fingers e i più spessi busbar) per trasportare gli elettroni generati nel semiconduttore.

Generalmente viene utilizzato un processo di stampa a schermo piatto per realizzare una fine griglia di contatto sul lato anteriore della cella. Questa rete di fingers dovrebbe oscurare il meno possibile la superficie cellulare attiva ma essere al contempo sufficientemente conduttiva da mantenere bassa la resistenza in serie delle unità solari. In altre parole, i produttori devono essere in grado di realizzare “dita” di contatto il più strette possibili ma con un’altezza sufficiente per una buona conduttività laterale.

Obiettivo centrato dal team guidato dall’ingegnere Andreas Lorenz. “Collaborando con i partner di settore, nella serigrafia di precisione, […] siamo riusciti a ridurre la larghezza delle dita di contatto a un valore inferiore di 20 micrometri – una riduzione dal 30 al 40 percento rispetto all’attuale standard del settore“, spiega Lorenz, project manager nel gruppo Technology Printing presso Fraunhofer ISE. Non solo i contatti metallici sono estremamente stretti: le loro proprietà elettriche risultano essere eccezionali. Se integrati nei moduli consentono una notevole riduzione della perdita di potenza e un taglio del 30% dell’argento normalmente impiegato dall’industria solare. I risultati della prima serie di test saranno presentati in occasione di due imminenti conferenze sul fotovoltaico: il 36 ° PVSEC dell’UE a Marsiglia, in Francia, e il 29 ° PVSEC a Xi’an, in Cina.

 

Fonte: http://www.rinnovabili.it

Il grattacielo galleggiante immaginato per ripulire i nostri oceani dalla plastica sarà un mega impianto di recupero di materiale associato ad un impianto di trattamento delle acque

Il Pacific Trash Vortex è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante composto principalmente da plastica, situato nell’Oceano Pacifico. Nota come isola di plastica, l’accumulo è il frutto dell’incessante inquinamento da parte dell'uomo, una situazione irrisolta che continua a tenere banco nei notiziari di tutto il mondo. L’estensione dell’isola di plastica è pari all’8% della dimensione dell’Oceano Pacifico, il doppio del Texas, tre volte la California, e lo strato di spazzatura ha uno spessore medio di 30 metri.

Per cercare di trovare una soluzione al problema dell’inquinamento da plastica, il designer statunitense Honglin Li ha progettato Filtration, il primo grattacielo galleggiante in grado di ripulire gli oceani riciclando la plastica. Un progetto innovativo e visionario, tanto da ricevere la menzione d’onoro nella competizione “Evolo 2019 skyscraper competition”.

Filtration: gestione rifiuti e riciclo della plastica in un'unica struttura

Secondo il designer statunitense, Filtration potrebbe fornire una soluzione sostenibile e rigenerativa ai rifiuti galleggianti, nonché una seconda possibilità per ricostruire il rapporto tra uomo e natura. Il segreto della megastruttura prefabbricata sta nell’elevata modularità dei suoi componenti. Al suo interno, diversi impianti di recupero dei materiali e impianti di trattamento delle acque, garantiscono oltre all’autosufficienza energetica, la possibilità di riciclare la plastica presente nono solo nel “continente galleggiante”, ma negli oceani di tutto il mondo.

A differenza dei convenzionali impianti di recupero del materiale, basati principalmente sulla gravità e sull’utilizzo di più convogliatori per lo smistamento e la distribuzione dei rifiuti, Filtration utilizza l'acqua di mare per pompare rifiuti e acqua inquinata all'apice dell'edificio, quindi è in grado di filtrare l'acqua e il materiale riciclabile fino al parte inferiore. Alla fine, il materiale riciclato viene trasportato via naturalmente dal moto ondoso delle maree. La struttura principale, “tree truck core”, permette di collegare una gamma flessibile di strutture e impianti. Tali strutture spaziano dall'impianto di riciclaggio della plastica alla centrale elettrica di termovalorizzazione, che possono essere sistemati verticalmente sui quattro lati della torre. Una soluzione costruttiva altamente personalizzabile in base alle specifiche necessità della zona geografica dove verrà posizionato.

"Ho fatto ricerche sugli impianti di recupero dei materiali e sugli impianti di trattamento delle acque e li ho combinati verticalmente in una megastruttura modulare prefabbricata", ha detto Li. “I rifiuti recuperati possono essere bruciati per generare energia nell’impianto di termovalorizzazione, producendo l’energia per il funzionamento dell'impianto e garantendo un surplus energetico che potrebbe essere utilizzato sulla terraferma” conclude.

 

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

Per la prima volta dall'apertura della prima pompa di benzina, le colonnine di ricarica per i veicoli elettrici sono più numerose, superandole di oltre mille unità

Un sorpasso storico nella patria che ha dato vita alla rivoluzione industriale basata sui combustibili fossili. Le colonnine per la ricarica delle auto elettriche hanno superato le stazioni di rifornimento di circa 1.000 unità da quando, nel novembre 1919 ad Aldermaston nel Berkshire, fu inaugurata la prima pompa di benzina. Oggi si registrano un totale di 9.300 stazioni di ricarica per i veicoli elettrici, rispetto alle 8.400 stazioni di servizio che offrono ai clienti diesel e benzina.

Più colonnine per la ricarica, crollano le stazioni di rifornimento

Un’inversione di tendenza che ha fatto registrare un crollo delle stazioni di rifornimento “classiche”: dal 1970 ad oggi nel Regno Unito hanno chiuso quasi l’80 per cento delle pompe. Anche se le cause non possono certo essere attribuite solo all’arrivo sul mercato delle elettriche. I numeri parlano comunque di una vera e propria escalation delle colonnine per la ricarica: da poco più di cento nel 2011 a più di 9mila in otto anni. Di queste stazioni, più di 1.600 offrono la ricarica rapida che consente la ricarica della batteria fino all’80 per cento in meno di un’ora. Secondo Zap-Map, lo scorso mese sono stati installati due nuovi punti di ricarica rapida al giorno e quasi tutte le aree di servizio sulle autostrade britanniche presentano stazioni di ricarica, la maggior parte con ricarica rapida.

“Abbiamo superato le prime preoccupazioni relative ai veicoli elettrici, andando oltre la maggior parte delle abitudini di guida quotidiane dei clienti”, continua Sivagnanam. “La prossima sfida è avere un‘infrastruttura di ricarica in grado di tenere il passo con il numero di veicoli elettrici su strada e che l’esperienza di ricarica sia piacevole e semplice come quella della guida elettrica”.

Boom di auto elettriche nel Regno Unito

Evidentemente il mercato e l’offerta si adeguano. E certamente casi come l’introduzione della nuova Ultra-Low Emission Zone a Londra lo scorso aprile, hanno portato a un numero maggiore di automobilisti londinesi in cerca di soluzioni a zero emissioni per esigenze di trasporto anche commerciali. Sarà anche per questo le vendite di auto elettriche nelle isole britanniche sono aumentate del 158 per cento in un solo anno, con 2.271 nuovi veicoli elettrici a batteria immatricolati in tutto il paese lo scorso agosto. I dati provengono dalla Society of motor manufacturers and traders (Smmt) e mostrano che il 70,6 per cento in più di auto elettriche sono state vendute finora nel 2019 rispetto allo stesso punto dell’anno scorso. Nonostante questo il mercato è ancora dominato dai veicoli a benzina e diesel, ma in netto calo, con una riduzione del 3,5 per cento nello stesso periodo. Evidentemente il cambio di rotta è iniziato, nello stesso paese che fece del carbone il proprio “credo” industriale.

 

Fonte: https://www.lifegate.it

Con l'entrata in funzione della centrale Turkana Wind Power il Kenya ha raggiunto il 70 per cento di produzione di elettricità da fonti rinnovabili

310 MW di energia rinnovabile, accessibile, economica. È quanto le 365 turbine eoliche del Turkana Wind Power sono in grado di produrre da quando, lo scorso settembre, sono entrate in funzione e allacciate alla rete elettrica kenyota. Negli ultimi otto mesi, il parco eolico ha permesso di ridurre la spesa di quasi 70 milioni di euro per la produzione elettrica da combustibili fossili. Nello stesso periodo, l’impianto ha immesso in rete più di 1,2 miliardi di chilowattora (KWh) di elettricità.

Il Kenya punta al 100% di rinnovabili

Un record che pone il Kenya come leader nello sviluppo delle rinnovabili in Africa. L’obiettivo del paese africano è di raggiungere il 100 per cento di produzione di energia da fonti rinnovabili entro il 2020. Oggi, secondo i dati nazionali, il 70 per cento dell’energia proviene da fonti a basse emissioni di CO2. Il Kenya negli ultimi anni ha investito in particolare nel geotermico, che oggi ha una capacità installata di 700 MW. Altro record che pone il paese al nono posto nella classifica mondiale per capacità installata. Dietro l’Italia (800 MW) e l’Islanda (750 MW).

In crescita anche l’accesso all’energia

Nonostante le premesse, poco più della metà della popolazione kenyota ha accesso all’elettricità (dati World Bank), mentre oltre il 70 per cento produce energia da biomassa, in particolare per cucinare. Resta comunque il fatto che, sempre secondo la Banca Mondiale, il paese africano è tra quelli con il tasso di crescita più alto di tutto il continente, passando da un 19 per cento del 2010 al 56 del 2016.

Sono infatti le zone rurali quelle a registrare la disponibilità più bassa di elettricità (5 per cento). Ma negli ultimi anni la tecnologia ha permesso di raggiungere anche le zone più remote, grazie a piccole aziende che forniscono energia grazie a piccoli kit fotovoltaici. È il caso di M-Kopa che mette a disposizione dei clienti un kit composto da un pannello fotovoltaico da 8 watt, 2 lampade a Led con interruttore e regolatore di luminosità, una lampada solare portatile, un carica batteria usb per 5 dispositivi e una radio ad energia solare. Il tutto con un deposito iniziale di circa 20 euro e un abbonamento di 30 centesimi al giorno. Il kit si ripaga nel giro di una anno. A dimostrazione che le rinnovabili restano la soluzione maggiormente flessibile e accessibile per portare l’energia ovunque.

I problemi con la popolazione locale

Non mancano le critiche al progetto che ha portato alla costruzione del più grande parco eolico dell’Africa. Impianti di questa grandezza possono infatti portare contrasti nelle regioni in cui vengono installati. Quest’area storicamente legata alle popolazioni indigine pastorali hanno visto concedere i terreni dove prima praticavano la propria attività principale di sussistenza.

Fonte: https://www.lifegate.it

Il quotidiano Le Monde ha rivelato che la ricerca sui reattori nucleari di quarta generazione è stata abbandonata. Soprattutto per via dei costi esorbitanti

La Francia non proseguirà la ricerca sui reattori nucleari di quarta generazione. Dopo i grandi problemi riscontrati con gli Epr, sia in termini di difficoltà tecniche, sia in termini di esplosione dei costi e dei ritardi, la filiera nucleare non vedrà lo sviluppo di quello che avrebbe dovuto rappresentare il futuro del settore. Ovvero il reattore a neutroni veloci (Rnr) chiamato “Astrid”.

A rivelarlo è il quotidiano francese Le Monde.: “Il progetto di costruire un prototipo di reattore di quarta generazione non è previsto né a breve né a medio termine”. Ancor più chiara una fonte anonima interna all’organismo, secondo la quale “Astrid è morto. Non ci si stanno investendo più né risorse, né energie”.

La ricerca sui nuovi reattori nucleari è già costata 738 milioni di euro

Ciò nonostante, finora il quantitativo di denaro investito per un progetto giunto al capolinea prima ancora di vedere la luce è enorme. Secondo la Corte dei Conti francese, alla fine del 2017 gli stanziamenti erano arrivati già a 738 milioni di euro.

L’Advanced Sodium Technological Reactor for Industrial Demonstration (da cui l’acronimo Astrid) avrebbe dovuto essere costruito presso il sito nucleare di Marcoule, non lontano da Avignone. L’obiettivo era di utilizzare come combustibile del plutonio e dell’uranio impoverito. Ovvero trovare il modo di riciclare gli scarti della produzione di energia derivante dall’attuale (e sempre più vecchio) parco nucleare transalpino.

Questa enorme quantità di materiale radioattivo è stoccata in gran parte presso il sito di stoccaggio di La Hague, sulla Manica. Con Astrid i nuclearisti francesi speravano non soltanto di trasformare in combustibile materiali oggi inutilizzati, ma anche di ridurre fortemente il quantitativo di rifiuti nucleari.

 

Fonte: https://www.lifegate.it

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