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Nel mondo le centrali a carbone funzionano a mezzo servizio e ne vengono costruite sempre meno. Con una significativa eccezione: la Cina.

Lentamente, e con colpevole ritardo, sembra proprio che la comunità internazionale sia sulla strada giusta per lasciarsi definitivamente alle spalle il carbone e puntare su fonti di energia più pulite, convenienti e sostenibili. Ma ci sono alcune notevoli eccezioni. Come la Cina, che sembra pronta a tutto pur di ridare vigore a un’economia duramente provata dalla pandemia di coronavirus.
Stop all’ultima centrale a carbone dello stato di New York

Il fumo bianco è uscito dalle sue ciminiere per trentasette anni consecutivi, ben visibile per chilometri dai campi che costeggiano il lago Ontario, che segna il confine con il Canada. Fino al 31 marzo, data in cui l’ultima centrale elettrica a carbone rimasta nell’intero stato di New York ha definitivamente spento le turbine. Di proprietà della Somerset Operating Company, l’impianto da 675 megawatt dava lavoro a una quarantina di persone. Almeno da cinque anni, fa notare però la stampa locale, non restava operativo per più di un mese di fila. Nonostante i proclami elettorali del presidente Donald Trump, infatti, anche negli Usa il carbone è ormai fuori mercato, schiacciato dalla concorrenza del gas naturale e soprattutto delle energie rinnovabili.

A fare il paio con le dinamiche di mercato, nell’estate 2019 è arrivata la legge sul clima approvata dal governatore Andrew Cuomo, che stabilisce per il territorio di New York obiettivi molto più ambiziosi rispetto a quelli adottati da altri stati federali. In primis, generare il 100 per cento dell’elettricità con tecnologie a zero emissioni entro il 2040.

Il carbone non è più un affare

Ma quello di New York può considerarsi un caso isolato? Ci dà una risposta il report Boom and bust – redatto da Global energy monitor, Sierra club, Greenpeace e Crea (Center for research on energy and clean air) – che ogni anno tiene traccia di tutti i nuovi progetti legati al carbone, che siano già in costruzione oppure solo approvati dalle autorità. Nel 2019 questi ultimi hanno segnato un calo per il quarto anno consecutivo. Un po’ perché 33 stati (e 27 stati federati o amministrazioni) hanno promesso di accelerare la transizione verso le energie pulite; un po’ perché 126 grandi banche, compagnie di assicurazione e asset manager hanno chiuso (del tutto in parte) i rubinetti del credito verso la fonte di energia più inquinante in assoluto.

La quantità di energia generata dal carbone nel corso dell’anno è scesa del 3 per cento rispetto al 2018, con crolli ancora più marcati negli Usa (meno 16 per cento) e nell’Unione europea (meno 24 per cento). In media, le centrali sono attive per il 51 per cento del loro orario standard. Rallenta anche il ritmo delle nuove costruzioni, che vedono un meno 16 per cento tra il 2018 e il 2019.
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Cina, in arrivo centinaia di nuove centrali

Il report segnala che l’anno scorso sono stati commissionati 68,3 GW di nuova capacità e ne sono stati dismessi 34,2, con un saldo che risulta quindi leggermente positivo. Il dato globale però è indicativo solo fino a un certo punto, perché esistono differenze abissali tra un territorio e l’altro. C’è il fronte di chi abbandona gradualmente il carbone, guidato dagli Usa (meno 16,5 GW in un anno) e dall’Unione europea (meno 7,5 GW). Viceversa, c’è ancora chi insiste su questa fonte dannosa e anacronistica. Prima fra tutte la Cina, che da sola ha commissionato il 64 per cento della nuova capacità installata, per un totale di 43,8 GW. A seguire, India (8,1 GW), Malesia (2,6 GW), Indonesia (2,4 GW) e Pakistan (2 GW).

Il boom a cui si assiste nel gigante asiatico è il logico risultato delle autorizzazioni concesse a raffica tra il 2014 e il 2016. Un pericoloso trend che potrebbe essere replicato anche in futuro, a detta di Lauri Myllyvirta, capo analista del Centre for research on energy and clean air. Una volta operativi, spiega, gli impianti in costruzione produrranno molta più energia di quella necessaria. Ma la lobby locale ha tutta l’intenzione di proporne ancora centinaia di qui al 2030. E c’è sempre il rischio che, preso dalla frenesia di dare slancio all’economia dopo lo shock del coronavirus, il governo cerchi di interferire il meno possibile con gli investimenti. Anche quando sono palesemente in contrasto con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Fonte: https://www.lifegate.it

Complice il crollo del carbone e della lignite, calati di un quinto, lo scenario energetico europeo tira un sospiro di sollievo. Per la prima volta eolico e il solare hanno fornito più elettricità rispetto alle centrali a carbone.

Sono numeri decisamente positivi quelli rilasciati pochi giorni fa dall’istituto indipendente Agora Energiewende, con sede a Berlino. Nel 2019, il settore elettrico dell’Ue a 28 (Regno Unito compreso) ha emesso il 12 per cento in meno di emissioni di CO2 rispetto all’anno precedente. Allo stesso tempo, la quota di energie rinnovabili nella produzione di elettricità è salita al 35 per cento, facendo segnare un nuovo record. Ora la produzione elettrica da rinnovabili è quasi pari a quella da fonti fossili, calata al 39,9 per cento, di ben 2 punti percentuali in un solo anno.

I dati sono contenuti nell’annuale rapporto “The European Power Sector in 2019“, che raccoglie e calcola le tendenze nel settore energetico europeo. Leggendo le oltre 40 pagine del rapporto, sono due i punti salienti da tenere a mente: primo, per la prima volta dal 1990, le emissioni del settore elettrico calano, e non di poco (12 per cento), rispetto all’anno precedente. Secondo, per la prima volta, l’eolico e il solare hanno fornito più elettricità rispetto alle centrali a carbone. La quota di energia verde nella produzione di elettricità infatti è cresciuta in tutta l’Unione attestandosi al 34,6 per cento, 1,8 punti percentuali in più rispetto al 2018.

In una nota stampa l’analista di Sandbag Dave Jones afferma che “l’Europa è leader mondiale nel sostituire rapidamente la produzione da carbone con energia eolica e solare”. Per questo motivo “le emissioni di CO2 del settore elettrico nell’ultimo anno sono diminuite più velocemente che mai”.

Il crollo del carbone nel settore elettrico europeo

Tutti i paesi dell’Ue che impiegano il carbone come fonte energetica, hanno registrato un calo nella produzione di elettricità da questa fonte. Ben 150 terawattora in meno, circa il 24 per cento. Insieme, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito e Italia hanno rappresentato l’80 per cento del calo dell’elettricità prodotta dal carbone.

“Il calo delle emissioni di gas serra nell’Ue è dovuto in gran parte al prezzo delle emissioni di CO2, che ha continuato a spingere sul mercato fonti energetiche dannose per il clima”, afferma Matthias Buck a capo delle politiche energetiche europee in Agora. Non solo ma aggiunge che “il ritmo di espansione deve accelerare ulteriormente”. Entro il 2030, quasi un terzo dell’energia totale nell’Ue dovrà provenire da fonti rinnovabili. Ciò richiederà una crescita di 97 terawattora ogni anno fino al 2030, 33 terawattora in più rispetto a quanto è stato aggiunto nel 2019.

Le emissioni di CO2 a livello globale aumentano

Tutto bene quindi? Assolutamente no. Le emissioni di gas serra infatti continuano ad aumentare, mentre dovrebbero calare di almeno il 7,6 per cento l’anno. Secondo il recente rapporto del Global carbon project, le emissioni di CO2 da fonte fossile sono aumentate ancora, seppure più lentamente nel 2019 (0,6 per cento) rispetto agli anni precedenti (+1,5 per cento nel 2017 e del +2,1 per cento nel 2018). Ciò sarebbe dovuto proprio al calo sostanziale del consumo di carbone negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, ad una crescita economica più debole e una minore crescita della domanda di elettricità in Cina, e ad una crescita economica più debole combinata con un forte monsone in India.

Inoltre come rileva il Global Energy Monitor, l’Europa sta pianificando di investire un totale di 117 miliardi di euro, pubblici e privati, in nuove infrastrutture di gas (centrali elettriche a gas, terminali di importazione di gas naturale liquefatto e gasdotti) che aumenteranno del 30 per cento la capacità di importazione di gas in Europa. Gli investimenti in nuove infrastrutture nel Regno Unito e in Germania rappresentano da soli il 30 per cento di tutte le nuove infrastrutture, pari a 35,9 miliardi di euro, a cui seguono Grecia (14 miliardi di euro), Polonia (13,4 miliardi di euro), Romania (12,8 miliardi di euro) e Italia (11,6 miliardi di euro). Secondo gli autori, investire in nuove infrastrutture di gas fossile oggi crea il rischio di non raggiungere gli obiettivi climatici. Se vogliamo avere una qualche speranza di risolvere la crisi climatica in corso ed evitare i 340.000 decessi per inquinamento atmosferico che si verificano ogni anno in Europa, dobbiamo eliminare di almeno l’80 per cento il consumo di gas naturale entro il 2030 e del 100 per cento entro il 2050, non aumentarlo”, ha detto Mark Z. Jacobson, professore alla Stanford University.

Dello stesso avviso l’Agenzia internazionale dell’energia che ha registrato nel 2018 un aumento delle emissioni globali di CO2 legate al settore energetico (+1,7 per cento a un massimo storico di 33,1 Gt di CO2). Cina, India e Stati Uniti rappresentano ancora l’85 per cento dell’aumento netto delle emissioni, mentre le emissioni sono diminuite per Germania, Giappone, Messico, Francia e Regno Unito. Le previsioni parlano di un aumento sì della quota di rinnovabili (+300 per cento entro il 2040), ma le fonti fossili, come petrolio e gas continueranno a crescere, lasciando sola l’Europa nella corsa alla riduzione delle emissioni.

 

Fonte: https://www.lifegate.it

Una ricerca statunitense, i cui risultati sono stati pubblicati sul New York Times, collega il tasso di mortalità di Covid-19 all'esposizione all'inquinamento in certe zone del paese. Uno studio che potrebbe aiutare a spiegare anche gli impressionanti dati della regione Lombardia

Un'interessante ricerca statunitense realizzata dall'Harvard University T.H. Chan School of Public Health, e i cui risultati sono stati pubblicati sul The New York Times, collega l'inquinamento dell'aria ai tassi di mortalità più elevati per i pazienti affetti da coronavirus. In poche parole si conferma che nelle aree soggette ad alti livelli di inquinamento atmosferico prima della pandemia c'è una maggior probabilità di morire a causa del COVID-19 rispetto ai pazienti che vivono in zone più pulite.

I ricercatori hanno analizzato fino al 4 aprile 3.080 contee negli Stati Uniti scoprendo che a maggiori livelli di particolato fine PM 2,5, si associano statisticamente tassi di mortalità più elevati. ”Abbiamo scoperto che un aumento di soli 1 μg/m3 di PM2.5 è associato ad un aumento del 15% del tasso di mortalità COVID-19”. Nel documento si legge che se Manhattan avesse abbassato il suo livello medio di particolato di una sola unità, o di un microgrammo per metro cubo negli ultimi 20 anni, in questo periodo, almeno fino ai primi di aprile, probabilmente ci sarebbero stati 248 morti in meno di Covid-19.

I risultati della ricerca potrebbero servire anche ad aiutare i funzionari della sanità pubblica nella modalità in cui allocano risorse, ventilatori e respiratori durante l'emergenza sanitaria. Una ricerca interessante e che può aiutare parzialmente a spiegare il caso della Lombardia, in cui il tasso di mortalità ha toccato punte superiori al 12% ripetto a una media del 5% nel resto del mondo. Francesca Dominici, professoressa di biostatistica ad Harvard, che ha condotto lo studio, ha sottolineato "Le contee con livelli di inquinamento più elevati sono quelle che avranno un maggior numero di ricoveri, un maggior numero di morti e in queste zone dovrebbero essere concentrate molte delle risorse".

La professoressa Dominici ha poi spiegato che la scoperta dello studio fa pensare che luoghi come la Central Valley della California, o la contea di Cuyahoga, Ohio, potrebbero aver bisogno di prepararsi a casi particolarmente gravi di Covid-19. I risultati dello studio sottolineano l'importanza di continuare a far rispettare le normative esistenti sull'inquinamento atmosferico per proteggere la salute umana, sia durante che dopo la crisi COVID-19.

La ricerca non dà naturalmente risposte sul motivo per cui alcune parti del Paese siano state colpite più di altre. Rimane inoltre poco chiaro se l'inquinamento da particolato abbia un ruolo nella diffusione del coronavirus o se l'esposizione a lungo termine comporti direttamente un rischio maggiore di ammalarsi

 

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

Sono diversi i temi ambientali ‘sospesi’ a causa della pandemia, tra proroghe e ordinanze di emergenza. E se alcune proposte avanzate, sono già state accantonate, per altre la questione è tutt’altro che chiusa

Un passo indietro sulla plastic tax “per evitare il tracollo delle aziende”, la richiesta inoltrata alla Commissione europea da parte dei parlamentari di Fratelli d’Italia di rinviare il Green deal fino al termine dell’emergenza legata al Covid-19, ma anche l’ipotesi di un condono edilizio avanzata dal leader della Lega, Matteo Salvini, e una circolare firmata dal ministero dell’Ambiente con cui si forniscono indicazioni a Regioni e Province autonome affinché scelgano lo strumento “dell’ordinanza contingibile e urgente” per disciplinare forme speciali di gestione dei rifiuti. Sono diversi i temi ambientali ‘sospesi’ a causa della pandemia, tra proroghe e ordinanze di emergenza. E se alcune proposte avanzate, sono già state accantonate, per altre la questione è tutt’altro che chiusa.

IL NODO DELLA PLASTIC TAX

Tra i 75 emendamenti al decreto Cura Italia ritenuti improponibili per estraneità alla materia da parte della presidenza della commissione Bilancio del Senato (su oltre mille presentati), per esempio, c’è quello che prevedeva uno stop alla plastic tax chiesto dalla Lega. “Rinnovo l’appello al governo per abolizione o almeno sospensione di due tasse (l’altra è la sugar tax)”, ha dichiarato Salvini, secondo cui “non portano vantaggi all’ambiente” e “ingiuste prima, sarebbero disastrose oggi se venissero applicate, da luglio prossimo, come prevede la legge (un esborso di 45 centesimi di euro al chilogrammo con l’esclusione di alcune tipologie, come plastica riciclata e compostabile, ndr)”.

GLI APPELLI DELLE AZIENDE

Luca Busi, amministratore delegato di Sibeg, azienda che imbottiglia Coca-Cola per la Sicilia, nei mesi scorsi ha più volte manifestano le proprie preoccupazioni per “lockdown e blocco di bar, ristoranti, pub e attività commerciali, crollo della domanda, 319 lavoratori in cassa integrazione dal 23 marzo, sfiducia e perdita di liquidità”. Unionplast, la Confindustria delle imprese trasformatrici delle materie plastiche, ha scritto al premier Giuseppe Conte ricordandogli le parole da lui stesso pronunciate sulla sicurezza dei prodotti alimentari dei supermarket, protetti da “polistirolo e pellicola trasparente”. Anche Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese che producono e vendono bevande analcoliche ha chiesto di sospendere subito sugar e plastic tax. Sulla carta – almeno per ora – non ci sono cambiamenti: la plastic tax dovrebbe scattare a luglio. Ma il condizionale è d’obbligo, l’emergenza Covid19 rende difficile prendere posizioni di totale chiusura.

LE POSIZIONI DI APERTURA

Lo dimostrano le dichiarazioni della ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova, secondo cui “l’allarme lanciato dalle associazioni delle imprese va accolto con molta attenzione. Non è proprio il caso adesso di far scattare nuove tasse”. E poi ci sono le parole pronunciate dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa: “L’importante è far ripartire il Paese: se serve si fa, se non serve non si fa, se si deve sospendere si sospende. Io ho una visione molto laica, azzerando il concetto ideologico che non ho mai avuto”. Le cose, almeno per il momento, hanno preso una certa strada. Ma che il dibattito sia ancora aperto lo dimostra la reazione di Assobibe. Che pur comprendendo i motivi tecnici che hanno reso “estranei alla materia” gli emendamenti su sugar e plastic tax, “confida che provvedimenti per fermare le due tasse siano inclusi nel prossimo decreto”. E ancora: “Accogliamo con speranza l’apertura mostrata da diversi membri del governo, come i ministri Costa e Bellanova, considerando che gli effetti del coronavirus sul tessuto imprenditoriale hanno già causato una perdita del 40% del fatturato e mettono a rischio 80mila posti di lavoro in tutta la filiera”.

I SOSTENITORI DELLA TASSA

Ma dall’altra parte del fronte c’è chi dichiara sia inaccettabile “sfruttare opportunisticamente la situazione emergenziale per tutelare gli interessi industriali dei produttori di plastica usa e getta, considerando che i dispositivi medici sono esclusi dalla plastic tax”. Lo afferma Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace. Per l’associazione ambientalista “la pandemia ci insegna che non bisogna aggravare il degrado ambientale del nostro Pianeta, come contribuisce a fare l’inquinamento da plastica”. E ricorda che, secondo stime recenti, la produzione di plastica quadruplicherà i volumi attuali entro il 2050 e sarà responsabile del 20% del consumo mondiale di combustibili fossili. “È necessario non tornare indietro”, spiega Ungherese. Alla stessa conclusione giungono anche i parlamentari Rossella Muroni (LeU) e Lorenzo Fioramonti (Gruppo Misto), secondo cui “rimangiarsi la plastic-tax nell’emergenza coronavirus sarebbe un errore madornale”. “Capiamo la riflessione aperta nel governo sulle misure che possono aiutare il Paese a ripartire – aggiungono – ma sospendere o cancellare la plastic-tax sarebbe un clamoroso ritorno al passato. Sbaglia chi nella maggioranza ha la tentazione di cedere. Tanto più che una tassa sulla plastica monouso fatta bene, modulata e che escluda i prodotti compostabili, in plastica riciclata e presidi sanitari, è giusta perché orienta la produzione e i consumi verso stili di vita più sostenibili”.

LA QUESTIONE DEI RIFIUTI

E poi c’è la grande questione dei rifiuti. Un’emergenza nell’emergenza, visto che con la pandemia in corso nessuno dei Paesi a cui normalmente affidiamo i nostri rifiuti si sognerebbe mai di riceverli e visto che occorre ora gestire anche quelli potenzialmente infetti. Il problema si pone soprattutto per il plasmix, la quota di plastiche eterogenee spesso avviate a incenerimento perché difficili da separare. Stanno venendo a galla i problemi del nostro Paese, legati alla circolarità e a una scarsa autonomia di smaltimento. Dopo l’Associazione per il riciclo delle materie plastiche (Assorimap), giorni fa anche Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta ed il riciclo degli imballaggi di plastica, ha scritto a Conte e Costa per sollecitare misure in risposta all’emergenza creata dal blocco delle industrie. Il rischio? La sospensione dei servizi di raccolta differenziata e la saturazione degli stoccaggi sia di impianti di riciclo sia di termovalorizzatori. I limiti sono in mano alle Regioni. Così, se pochi giorni fa il ministro dell’Ambiente ha presentato il tanto atteso decreto End of Waste per la gomma riciclata dei pneumatici fuori uso, ha anche firmato un circolare con indicazioni in merito alla “criticità nella gestione dei rifiuti per effetto dell’emergenza Covid-19”, con la quale si suggerisce a Regioni e Province autonome di scegliere “lo strumento dell’ordinanza contingibile e urgente, per disciplinare forme speciali di gestione dei rifiuti sul proprio territorio”. Si dà la possibilità, così, di intervenire sulle capacità e sulla durata di stoccaggio e deposito temporaneo dei rifiuti, ma anche (in deroga alle autorizzazioni rilasciate) sulle capacità di smaltimento degli inceneritori (si potrà raggiungere la capacità termica massima valutata) e delle discariche esistenti. “Accanto all’esigenza reale di soluzioni specifiche per lo smaltimento di rifiuti potenzialmente infetti provenienti da cittadini positivi al virus e in isolamento domestico, la circolare ad hoc emanata dal ministero dell’Ambiente va oltre”, spiega Rossella Muroni a ilfattoquotidiano.it, secondo cui “se, limitatamente alla fase di emergenza, può essere necessario aumentare la capacità di stoccaggio e trasferenza dei rifiuti, non si sentiva invece il bisogno di intervenire sui termovalorizzatori. Si usa l’emergenza per allargare le maglie”.

IL CONDONO? COSTA: “NON SCHERZIAMO”

Muroni ricorda anche un altro tema di cui si è parlato in questi giorni: il condono edilizio. La ricetta di Salvini: “Proponiamo la ‘pace edilizia’ che preveda l’azzeramento di ogni contenzioso in ambito edilizio con comune, sovrintendenza e Regione: si paga il pregresso. Lo stato incassa, il cittadino è libero, e si riparte”. Per Muroni e Fioramonti sono “irricevibili le false soluzioni spacciate dalla destra italiana che, con la Lega, propone vergognosi condoni edilizi e fiscali e con FdI chiede di dirottare tutte le risorse dal Green deal europeo all’emergenza”. Su questo fronte, però, il ministro dell’Ambiente lascia pochi margini di discussione. Nel corso di una videoconferenza dedicata ai temi ambientali, sul condono Costa ha puntato i piedi: “Non scherziamo proprio. Questo è il momento della ripartenza economica. Noi abbiamo da rispondere ad altri tipi di domande”. Per il ministro il post-emergenza coronavirus sarà “un’occasione di rilancio green del Paese”. E ha assicurato: “Non ci sarà nessuna deroga ai limiti sull’inquinamento”, ma piuttosto “un aiuto concreto” a imprese e cittadini, per esempio attraverso il sistema del credito di imposta e degli ecobonus “entrambi non inferiori al 90% e con un ristoro del capitale più rapido, massimo di cinque anni rispetto ai 10 attuali”.

 

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it

In piena emergenza da coronavirus rischia di saltare il piano europeo per la transizione energetica

Il campanello d’allarme è suonato la scorsa settimana a Praga, quando il primo ministro della Repubblica Ceca Andrej Babiš ha dichiarato che l’ambizioso piano europeo per l’azzeramento delle emissioni di carbonio andrebbe messo da parte di fronte all’emergenza coronavirus.

Il Green Deal varato nel novembre scorso a Bruxelles, prevede di mobilitare mille miliardi di euro per tagliare del 50-55% le emissioni entro il 2030 e per diventare carbon free nel 2050. Ma poi è arrivata la pandemia, con centinaia di migliaia di malati e migliaia di morti anche in Europa. Ma anche con conseguenze economiche ancora tutte da valutare. E allora ecco il pensiero al quale, per ora, ha dato voce il premier ceco Babiš: destiniamo i soldi del Green Deal per ricostruire il sistema produttivo mandato in crisi dal Covid-19. Sulla stessa linea, anche se non con una presa di posizione ufficiale, il governo polacco.

Rischia dunque di saltare il piano europeo per combattere la crisi climatica? Per quanto criticato e giudicato insufficiente dagli attivisti, il Green Deal dell’Unione europea è l’unico progetto varato da uno dei grandi inquinatori. Niente di simile è in cantiere in Cina, India, Stati Uniti. Tanto che l’Europa si è candidata a guidare a livello globale la transizione verso la green economy. Senza riuscirci però, vista la mancanza di una leadership forte europea, in grado di trascinare anche altri paesi. Ora il colpo di grazia potrebbe arrivare dal virus.

Eppure c’è un altro modo di vedere le cose: la conversione a una economia verde è sempre stata ostacolata dalla difficoltà e dai costi relativi allo smantellamento di un sistema produttivo basato sui combustibili fossili. Troppo onerosa la riconversione per poter essere attuata in pochi anni. Ora però la pandemia offre una drammatica occasione di ricostruzione da zero. Naturalmente, nessuno si augura che la pandemia lasci solo macerie. Tuttavia, quasi certamente molti comparti, a cominciare da quello dell’auto, dovranno rimettersi in moto dopo uno stop forzato e con un mercato che stenterà a ripartire. E allora perché non approfittare per un nuovo inizio? Per sancire una volta per tutte e senza più timidezze il passaggio all’elettrico?

Ora siamo nel pieno dell’emergenza. E ci sono grandi realtà economiche, a cominciare dagli Usa, che devono ancora affrontare la fase più dura. Solo quando sarà passata capiremo il prezzo che il vecchio sistema economico avrà dovuto pagare. E allora, c’è da scommetterci, assisteremo allo scontro: tra chi vorrà derogare le attuali norme ecologiche per accelerare la ripresa e chi chiederà di ricostruire un nuovo mondo, evitando gli errori del passato.

Fonte: https://www.repubblica.it

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