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La biomimesi tende una mano alla progettazione dei diodi a emissione luminosa per incrementarne le prestazioni

La nuova illuminazione ad alta efficienza potrebbe aver preso ripetizioni da Madre Natura. Le ultime ricerche del settore, infatti, si affidano alla biomimesi per trovare una soluzione ingegneristica in grado di migliorare ulteriormente le luci LED. Oggi i diodi a emissione luminosa presenti sul mercato rappresentano una delle soluzioni illuminotecniche più vantaggiose in termini di durata ed efficienza. Il segmento commerciale sta crescendo rapidamente a livello mondiale e le ultime stime ritengono che possa raggiunga gli 85 miliardi di dollari di valore entro il 2024. Ma i giochi non sono chiusi, come spiega Shizhuo Yin, professore di ingegneria elettrica alla Penn State: “L’efficienza dei LED commerciali è attualmente solo del 50% circa e una delle maggiori preoccupazioni odierne è come riuscire ad aumentarla”.

Per riuscire nell’impresa, Yin e colleghi si sono concentrati sull’efficienza d’estrazione della luce, cercando negli archivi di Madre Natura un modello a cui ispirarsi. Hanno così scoperto che lucciole e LED affrontano sfide simili nel rilasciare la luce che producono dal momento che le onde possono essere riflesse all’indietro e andare perse. In realtà questo negli insetti non succede perché le lucciole possiedono microstrutture asimmetriche nel segmento finale dell’addome che consentono una maggiore interazione della luce con la superficie unitamente ad effetto di randomizzazione dei riflessi. Per il team non si è trattato altro che di replicare la superficie micro strutturata anche sui diodi.

Gli scienziati hanno impiegato la stampa 3D su scala nanometrica per creare minuscole piramidi, modellate tramite calcoli computazionali. I test hanno mostrato che questa soluzione può migliorare l’efficienza dell’estrazione della luce intorno al 90%. I ricercatori hanno modificato solo una parte del processo di produzione, suggerendo pertanto che il loro approccio potrebbe essere facilmente applicato alla fabbricazione commerciale di LED. I risultati sono stati recentemente pubblicati online su Optik e appariranno nell’edizione stampata di aprile.

Fonte: http://www.rinnovabili.it

Nel 2017 il consumo energetico nell'Unione Europea ha continuato ad aumentare per il terzo anno consecutivo, allontanando così gli obiettivi di efficienza energetica al 2020

Un Rapporto pubblicato dall’Eurostat, dedicato ai consumi energetici nell’Unione, mostra una crescita nel 2017 rispetto all’anno precedente dell’1% e un aumento del divario rispetto all'obiettivo di efficienza energetica per il 2020. Si tratta del terzo anno di seguito in cui i consumi energetici sono aumentati. Nel dettaglio il consumo di energia primaria è stato di 1.561 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep), mentre il consumo finale di energia ha raggiunto 1.222 Mtep.

Come sappiamo l’UE si è posta un obiettivo vincolante in materia di efficienza energetica di ridurre il consumo energetico del 20% entro il 2020. Per rispettarlo il consumo di energia primaria non dovrebbe essere superiore a 1.483 Mtep e il consumo finale non dovrà superare i 1.086 Mtep nel 2020. La direttiva riveduta sull'efficienza energetica prevede un nuovo obiettivo di efficienza energetica per il 2030, pari ad una riduzione del 32,5%: un consumo di energia primaria non superiore a 1.273 Mtep e un consumo finale di energia non superiore a 956 Mtep.

Nel 2017 il consumo di energia primaria nell'UE è stato superiore del 5,3% rispetto all'obiettivo di efficienza per il 2020. Dal 1990, il primo anno per il quale sono disponibili dati, il consumo è diminuito dello 0,4%. Tuttavia, nel corso degli anni, il consumo di energia primaria ha subito notevoli fluttuazioni. Ha raggiunto un picco nel 2006 (1.729 Mtep, pari a un divario del 16,6% rispetto all'obiettivo 2020), mentre nel 2014 è stato raggiunto un minimo storico (1.511 Mtep, pari a un divario dell'1,9% rispetto all'obiettivo 2020).

Nel corso dell'ultimo triennio il consumo è nuovamente aumentato, raggiungendo 1.537 Mtep nel 2015, 1.547 Mtep nel 2016 e 1.561 Mtep nel 2017. Nel 2017 il consumo finale di energia nell'UE è stato del 3,3% superiore all'obiettivo di efficienza per il 2020.

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

Possono aderire istituzioni ed enti locali, associazioni di volontariato, scuole, gruppi di cittadini, imprese. Iscrizioni aperte fino al 4 maggio

Dopo il successo delle prime cinque edizioni, torna Let’s Clean Up Europe (LCUE), la campagna europea contro il littering e l’abbandono dei rifiuti. Anche quest’anno, la campagna europea prende le vesti di una pulizia di primavera: sarà infatti possibile realizzare azioni di pulizia sotto la bandiera di LCUE fino al 30 giugno prossimo.

Le date centrali promosse per l’iniziativa rimangono tuttavia quelle dal 10 al 12 Maggio 2019, per coerenza con la tradizione che vuole il momento culmine della campagna LCUE ruotare intorno al giorno dell’Europa: il 9 maggio. In Italia LCUE è promosso dal Comitato promotore nazionale della Settimana Europea Riduzione Rifiuti, composto dal Ministero dell’Ambiente e per la Tutela del Territorio e del Mare, CNI Unesco, Utilitalia, Città metropolitana di Roma Capitale, Città Metropolitana di Torino, ANCI, Legambiente, Regione Siciliana e coordinato da AICA (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale), ed è supportato dal Ministero dell’Ambiente, che ogni anno patrocina anche la realizzazione di un evento centrale nazionale.

L’anno scorso l’Italia ha registrato 378 azioni di pulizia straordinaria del territorio sotto il cappello di LCUE: un ottimo risultato, che l’edizione 2019 spera però di superare. In Italia LCUE è resa possibile grazie al contributo di CONAI e degli altri Consorzi di filiera: Cial, Comieco, Ricrea, Coreve e Corepla.

Iscrizioni dal 15 febbraio al 4 maggio

La campagna Let’s Clean Up Europe si basa su una call-to-action: chiunque potrà proporre ed organizzare, sull’intero territorio nazionale, azioni di raccolta e pulizia straordinaria del territorio che coinvolgano direttamente ed attivamente i cittadini. Partecipare a Let’s Clean Up Europe è semplicissimo: basta visitare il sito e cliccare sul link per accedere alla scheda di registrazione, che è esclusivamente on-line.

A Let’s Clean Up Europe possono aderire istituzioni ed enti locali, associazioni di volontariato, scuole, gruppi di cittadini, imprese e ogni altra tipologia di enti. Gli organizzatori sono invitati a raccogliere immagini o video dei volontari in azione e a condividerle anche attraverso i social network (Let’s Clean Up Europe è su Twitter e Facebook, hashtag #cleanupeurope). Le iscrizioni si sono aperte il 15 febbraio, e sarà possibile registrarsi entro il 4 maggio 2019.

 

Fonte: http://www.e-gazette.it/

Uno studio dell’Enea indica le aree costiere e i porti a rischio inondazione al 2100. Interessati l’Alto Adriatico; la foce del Pescara; Lesina e Taranto; Versilia, Cecina, Follonica, Piombino; Fondi; l'area di Cagliari

Il livello del Mediterraneo si sta innalzando velocemente a causa del riscaldamento globale. Secondo le proiezioni dell'Enea, entro il 2100 migliaia di chilometri quadrati di aree costiere italiane rischiano di essere sommerse dal mare, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento.

Entro la fine del secolo, l'innalzamento del mare lungo le coste italiane è stimato tra 0,94 e 1,035 metri (modello cautelativo) e tra 1,31 metri e 1,45 metri (su base meno prudenziale). A questi valori bisogna aggiungere il cosiddetto storm surge, ossia la coesistenza di bassa pressione, onde e vento, variabile da zona a zona, che in particolari condizioni determina un aumento del livello del mare rispetto al litorale di circa 1 metro.
Il fenomeno dell'innalzamento riguarda praticamente tutte le regioni italiane bagnate dal mare per un totale di 40 aree costiere a rischio inondazione: una vasta area nord adriatica tra Trieste, Venezia e Ravenna; la foce del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo; l'area di Lesina (Foggia) e di Taranto in Puglia; La Spezia in Liguria, tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, Marina di Campo sull'Isola d'Elba e le aree di Grosseto e di Albinia in Toscana; la piana Pontina, di Fondi e la foce del Tevere nel Lazio; la piana del Volturno e del Sele in Campania; l'area di Cagliari, Oristano, Fertilia, Orosei, Colostrai (Muravera) e di Nodigheddu, Pilo, Platamona e Valledoria (Sassari), di Porto Pollo e di Lido del Sole (Olbia) in Sardegna; Metaponto in Basilicata; Granelli (Siracusa), Noto (Siracusa), Pantano Logarini (Ragusa) e le aree di Trapani e Marsala in Sicilia; Gioia Tauro (Reggio Calabria) e Santa Eufemia (Catanzaro) in Calabria. Sommando la superficie delle 15 zone costiere già mappate nel dettaglio si arriva a un'estensione totale a rischio inondazione di 5.686,4 km2, pari a una regione come la Liguria.

La blue economy: l'economia del mare in Italia

La blue economy, l'insieme del sistema economico nazionale, riconducibile trasversalmente alla risorsa mare, comprende quasi 200 mila imprese, tra pesca, cantieristica, trasporti marittimi, turismo e attività di ricerca, pari al 3,2% del totale. È un cluster che produce circa il 3% del Pil e dà lavoro a oltre 880mila occupati, con dinamiche di crescita negli ultimi anni ben superiori a quelle dell'intera economia. Inoltre, se si considera che ogni euro generato direttamente dal comparto ne attiva circa altri due sull'economia nazionale, si arriva a un valore aggiunto prodotto dall'intera filiera pari a di 130 miliardi di euro all'anno e che sfiora il 10% del totale dell'economia .

L'importanza della pianificazione e manutenzione delle infrastrutture

Un'infrastruttura stimola l'economia a condizione che sia efficace, sicura e utile. Per questo in diverse buone pratiche internazionali la valutazione dell'impatto dei cambiamenti climatici (innalzamento dei mari, inondazioni, tempeste, ecc.) è a tutti gli effetti una priorità nella pianificazione e manutenzione delle infrastrutture, attraverso un processo che coinvolge tutti gli attori interessati: imprese private, gestori dell'infrastruttura o costruttrici, Stati e istituzioni centrali, assicurazioni e banche erogatrici di finanziamento.

Nel nostro Paese questo ancora non avviene e ciò appare paradossale, se consideriamo che da qui a fine secolo ci si attende un forte innalzamento del livello del mare. Anche le nostre infrastrutture portuali, che sono cerniere di collegamento tra la terra e il mare, e le città che le accolgono, devono, pertanto, essere messe in condizione di poter fronteggiare i cambiamenti climatici, con un'adeguata pianificazione sia degli interventi di manutenzione delle infrastrutture esistenti che delle nuove realizzazioni.

Mari più alti significano anche moti ondosi più intensi, che andranno inevitabilmente a impattare sui fenomeni di sgrottamento delle banchine dei porti, così come sulla già annosa questione dei dragaggi. D'altra parte, la Strategia Nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici ha già posto nel 2015 l'attenzione su questi temi, indicando, tra i possibili percorsi di lavoro, l'aumento delle conoscenze in materia di infrastrutture "climate-proof" e l'integrazione di questi concetti all'interno dei criteri di progettazione e manutenzione delle opere. In questo senso, tra le azioni proposte dal Ministero dell'Ambiente era indicato anche di "procedere al regolare dragaggio del fondo delle aree portuali". Tuttavia, proprio un’inefficace integrazione ambiente-trasporti ha reso molto difficile la realizzazione degli escavi a causa dei numerosi vincoli ambientali. Gli effetti del riscaldamento globale valutati nella pianificazione delle infrastrutture sostenibili e resilienti andrebbero, quindi, considerati all'interno del più generale e ambizioso processo d'integrazione tra le politiche su infrastrutture e trasporti e quelle su ambiente ed energia.

Una strategia per la blue economy

Con oltre 8mila chilometri di coste e l'80% dei propri confini sul mare, il nostro Paese può diventare una palestra avanzata europea della politica marittima integrata, una politica che valorizzi innanzitutto la filiera dell'accoglienza turistica ed il cluster marittimo portuale. È necessaria una gestione più coerente delle acque. In questo senso, l'Italia non ha ancora messo in campo azioni concrete, pur avendo recepito la Direttiva sullo spazio marittimo. In questa partita il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti può giocare un ruolo strategico.

La salvaguardia delle coste per il turismo

Dalla salvaguardia delle coste dipende anche il futuro di tante imprese e professionisti del turismo che in questo ambiente operano e che hanno necessità di programmare oltre il breve periodo. Allo stesso tempo, dal coinvolgimento delle attività turistiche passa inevitabilmente l'impostazione di azioni corrette per la tutela delle aree costiere.

 

Fonte: http://www.e-gazette.it/

Gli impianti fotovoltaici nono sono soggetti al pagamento di oneri di costruzione e royalties

Gli impianti fotovoltaici sono esonerati integralmente dal contributo di costruzione, dagli oneri di urbanizzazione e da qualsiasi altra forma di royalty. A deciderlo, con una sentenza, il Tar del Lazio nell’ambito di cinque giudizi promossi dinanzi al tribunale amministrativo contro la Regione Lazio e il Comune di Montalto di Castro.

Dopo la richiesta del pagamento di royalties (commisurate sull’energia prodotta) e del contributo di costruzione e degli oneri di urbanizzazione sugli impianti fotovoltaici da parte del Comune di Montalto di Castro, Octopus Investments (proprietaria dell’impianto solare oggetto del pagamento) ha fatto ricorso, vincendolo.

 

Fonte: https://energiaoltre.it

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