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L’ENEA ha sviluppato una tecnologia in grado di incrementare fin dell’1% la resa delle celle solari. La soluzione è parte di un ampio progetto finalizzato a creare a una linea di produzione italiano/europea di pannelli solari ad alta efficienza

Si chiama AMPERE ed è il progetto europeo da 26 milioni di euro nato per riportare nel Vecchio Continente la produzione fotovoltaica innovativa. L’iniziativa è stata lanciata a maggio 2017, grazie anche anche al supporto dei fondi di Horizon 2020, e oggi riunisce le competenze di 14 partner provenienti da Francia, Germania, Ungheria, Italia, Norvegia, Svizzera, Regno Unito. Fra questi vi è anche l’ENEA, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, che oggi fa sapere di aver contribuito alla creazione di celle fotovoltaiche superefficienti. Nel dettaglio, i ricercatori italiani hanno messo a punto una tecnologia in grado di aumentare dell’1%, in valore assoluto, l’efficienza delle celle ad etero-giunzione di silicio amorfo e cristallino (Hetero Junction Technology – HJT).Nel 2017, il progetto Ampere, coordinato da Enel Green Power, si è dato un preciso obiettivo: implementare una linea pilota completamente automatizzata di moduli fotovoltaici bifacciali che fosse sostenibile dal punto di vista tecnico, economico ed ambientale. E di farlo in Italia. Partire, quindi, dalla preparazione dei wafer di silicio fino ad arrivare all’installazione dei pannelli.

In questo contesto, uno dei passaggi clou, è stata la realizzazione di celle fotovoltaiche superefficienti. Grazie anche alla sostituzione dei tradizionali strati di silicio amorfo con ossidi conduttivi operata dall’ENEA, oggi le unità vantano un’efficienza di conversione della luce in elettricità del 23,5 per cento; 1,5 punti percentuali in più rispetto a quelle attualmente in commercio. E se l’incremento sembra piccolo, va ricordato che a livello industriale ogni ‘punto’ di efficienza guadagnato corrisponde ad una riduzione del 6 per cento dei costi produttivi.

“Nel settore fotovoltaico – spiega Massimo Izzi del Laboratorio Tecnologie Fotovoltaiche e Fonti Rinnovabili dell’ENEA – la sfida prioritaria è riuscire ad aumentare l’efficienza energetica, rendendo le strutture in grado di sfruttare al meglio l’energia del sole e di ridurre il più possibile la dispersione. Per questo stiamo lavorando a materiali e soluzioni sempre più affidabili e sostenibili”. “Punto di forza degli ossidi conduttivi – aggiunge -Izzi – è la maggiore trasparenza che consente di ‘catturare’ più luce e di massimizzare i parametri di conversione fotovoltaica della cella ad eterogiunzione”.

Questa innovazione ha permesso di fare un ulteriore passo avanti al progetto. A livello operativo, l’obiettivo è produrre pannelli solari bifacciali in quella che sarà la prima gigafactory fotovoltaica italiana. “Il progetto – ha aggiunto Giorgio Graditi, direttore del Dipartimento Tecnologie Energetiche e Fonti Rinnovabili ENEA – si propone di ricreare una filiera industriale competitiva, che vada dalle materie prime al dispositivo finale, nel settore del fotovoltaico europeo e in particolar modo per quello italiano, facendo leva sulla forte capacità di innovazione tecnologica di cui possiamo disporre a livello di ricerca e di imprese”.

Fonte: https://www.rinnovabili.it

Tutte le voci fiscali classificate come aiuti dannosi: dalle agevolazioni per le grandi industrie fino al rifornimento delle ambulanze. Correttivi allo studio

In queste settimane il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha annunciato di voler rincarare l’accisa del gasolio per modificarne il prezzo e rendere il diesel più costoso della benzina, con una spesa per i consumatori stimata in circa 5 miliardi di euro, perché è ritenuto un sussidio dannoso per l’ambiente il divario con l’accisa della benzina, ancora più alta.

Non c’è solamente quello. Sono stati classificati in 19,8 miliardi l’anno i sussidi che danneggiano l’ambiente. Secondo i diversi criteri di classificazione, le imprese ne godono per 3,8 miliardi e le famiglie per 2,8 miliardi l’anno. Sono risorse importanti che il Governo vuole trasformare in parte in aiuti verdi.

Che cosa sono, quanto costano, chi sono le persone e le aziende sussidiate? Sono davvero tutti sussidi negativi per l’ambiente? Infine: sono davvero tutti sussidi? Un esempio per tutti: l’Iva agevolata sull’acquisto della prima casa è stata classificata fra i sussidi, e inoltre fra quelli dannosi per l’ambiente. È una classificazione corretta?

Programmi in contrasto: gli autotrasportatori

C’è anche un divario fra i diversi progetti di riordino di questi sussidi. Un paragone valga da esempio per tutti. Nel 2000 il Governo, bisognoso di incassi freschi, aumentò le accise sui carburanti (legge 388 del 2000 articolo 24) ma per non penalizzare gli autotrasportatori inferociti stabilì all’articolo 25 che una parte della maggiore accisa sarebbe stata risarcita ai soli autotrasportatori con un rimborso a parte.

Il Piano nazionale energia e clima mette al primo posto da eliminare al più presto questo sussidio pagato agli autotrasportatori, un sussidio che pesa 1,58 miliardi l’anno. Invece il piano del ministro Costa fa l’esatto contrario: aumenta il gasolio per tutti e non tocca il sussidio agli autotrasportatori. Il ministro Sergio Costa lo ha confermato nell’intervista con Manuela Perrone (Il Sole 24 Ore del 13 settembre): «L'autotrasporto non è stato preso in considerazione dalle misure esaminate dalla commissione interministeriale. Il differente trattamento fiscale tra gasolio e benzina, uno dei Sad di cui si è occupata la commissione, non ha nulla a che fare con le agevolazioni di cui gode il settore dell'autotrasporto».

Protesta con un’interrogazione parlamentare il senatore leghista Paolo Arrigoni: la proposta del ministro «è fuorviante e demagogica, in alcun modo legata a motivazioni ambientali ma piuttosto all'inasprimento delle tasse, per una stima di circa 5 miliardi, che il Governo cerca di mascherare». Invece è d’accordo con la proposta di Sergio Costa una parte del mondo ambientalista, come Rossella Muroni, parlamentare di Liberi e Uguali, secondo la quale il «taglio ai sussidi fossili» è giusto e «iniziare a ridurli è necessario».
A parere di altri esperti, come gli economisti, invece non si tratta proprio per nulla di sussidi, come afferma per esempio l’analista Francesco Ramella in uno studio.

Tante classificazioni

I numeri divergono secondo i criteri adottati e secondo la definizione di sussidio. Il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e ambientalmente favorevoli, che viene emanato il 30 giugno di ogni anno dal ministero dell’Ambiente, ha una definizione larghissima di sussidio diretto o indiretto, e nel caso delle contestate accise altissime sui carburanti considera un sussidio per esempio il fatto che la penalizzazione fiscale del gasolio sia un po’ meno furiosa di quella che pesa sulla benzina. Il piccolo divario tra i due disincentivi viene considerato un sussidio antiecologico concesso a chi usa il gasolio.

Un esempio di sussidio indiretto censito dal Catalogo, osserva la Corte dei conti, è il fatto che «le agevolazioni legate all'Iva presuppongono l'idea di una aliquota standard unica per cui tutte le applicazioni dell'aliquota ridotta legate all'energia sono considerate una spesa fiscale». Cioè tutti gli scostamenti fiscali meno severi di altri vengono classificati alla voce sussidio.

Nell’edizione più recente del Catalogo, edizione 2018 pubblicata nel dicembre scorso, le 598 pagine di dossier rendicontano 19,8 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi. Secondo le valutazioni delineate dal Governo nel Pniec, il Piano nazionale integrato energia e clima, i sussidi favorevoli all’ambiente e quelli dannosi si equilibrano bilanciandosi con un pari peso sugli 11-12 miliardi l’anno. Infatti non ci sono solamente i sussidi cattivi; ci sono anche quelli buoni, come per esempio gli incentivi all’elettricità rinnovabile, l’aiuto all’acquisto di monopattini elettrici o i contributi al riciclo degli imballaggi.I sussidi ambientalmente favorevoli sono necessari per spingere la decarbonizzazione dell'economia del Paese insieme con il piano New Generation annunciato a metà settembre dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.

Quali sussidi tagliare

Il Piano energia e clima del Governo tra i sussidi aveva individuato 43 meccanismi che intervengono sulla transizione energetica e li aveva divisi secondo la praticabilità. I peggiori e più urgenti sono 30, quelli da valutare sono 10 e quelli che chiedono un intervento internazionale sono 3. Poi il Governo nel decreto Clima di un anno fa aveva proposto un taglio lineare del 10% a tutte le agevolazioni dannose per l’ambiente a partire dal 2020, con l’obiettivo di azzerarle entro il 2040. Poi il progetto era sparito dal testo del decreto. Ai primi di luglio nel Piano nazionale di riforma il Governo aveva pensato anche di razionalizzare gli aiuti; la Corte dei conti aveva analizzato la proposta e aveva osservato che il progetto di riforma è confuso e poco trasparente.

I magistrati contabili descrivono nel complesso il Fisco attuale: «L’attuale assetto del sistema fiscale è senza dubbio poco trasparente anche perché correzioni alla progressività, politiche per la competitività, la famiglia e la lotta all’inquinamento, così come gli incentivi ai beni di merito, sono stati introdotti anche a prezzo di una stratificazione di spese fiscali, che hanno ormai superato 540 unità per un valore stimato di oltre settanta miliardi». Poi nel dettaglio dei sussidi ambientalmente dannosi specificano: «Tagliare le agevolazioni in campo energetico senza una chiara strategia di sostituzione tra fonti implica un aumento dei prezzi nel breve periodo — accentuando la povertà energetica — e tocca necessariamente interessi concentrati ma spesso ben rappresentati».Il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha inserito il dossier dei sussidi nel piano di rilancio del Paese presentato il 9 settembre.

Nel frattempo il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha deciso di rincarare l’accisa che penalizza il gasolio, portandola allo stesso livello del peso fiscale sulla benzina. Il motivo dichiarato è riavvicinare (in salita) il disincentivo fiscale fra i due carburanti, la cui differenza è classificata alla voce di sussidio. Nel mese di agosto il ministero ha aperto una consultazione online per chiedere a cittadini, associazioni e imprese che cosa pensassero del rincaro ecologico del gasolio e di altri ritocchi fiscali fatti a tutela dell’ecologia. Insieme con il rincaro del gasolio, che invece il Piano energia e clima del governo non mette come primario, il ministro vuole togliere altre agevolazioni dannose per l’ambiente: vuole appesantire le accise sul metano autoconsumato direttamente dai giacimenti di gas, sul Gpl industriale, sul gas dei grandissimi consumatori, su combustibili e carburanti usati dalle forze armate; infine vuole togliere le agevolazioni alla produzione della gomma e all’estrazione del magnesio dall’acqua di mare. Alcuni di questi sussidi vengono descritti nel dettaglio più sotto.

Nel mirino del Piano energia e clima

Il Piano energia e clima ha elencato i sussidi che in via teorica il Governo vorrebbe eliminare, in parte diversi da quelli proposti dal ministro Costa. Aveva classificato 30 «sussidi da analizzare in via prioritaria perché in contrasto con gli obiettivi del Piano», i 10 i sussidi che «richiedono ulteriori approfondimenti tecnici» (tra i quali l’accisa del gasolio) e 3 «sussidi da riformare a livello comunitario o globale» (per esempio l’accisa sui carburanti degli aerei, regolata da accordi internazionali).

Ecco i dieci con maggior peso economico. Il rimborso parziale delle accise sul gasolio pagate dagli autotrasportatori (1,58 miliardi), l’Iva agevolata per l’elettricità delle famiglie (586,7 milioni), l’accisa meno pesante per i carburanti agricoli (913 milioni), aiuti fiscali alle centrali elettriche (455,4 milioni), l’accisa meno severa per i combustibili da riscaldamento in montagna, in Sardegna e nelle isole minori (152,8 milioni), l’accisa più lieve sul gas dei grandi consumatori industriali (60,9 milioni), una deduzione dal reddito dei distributori di carburanti (40,3 milioni), l’accisa più leggera per carburanti e combustibili acquistati dalle forze armate (23,2 milioni), l’accisa agevolata per il Gpl industriale (12,6), l’accisa agevolata per i carburanti usati dai taxi (10,8 milioni).

Altri sussidi contestati dal Piano clima, ma ritenuti meno attuabili e meno prioritari, erano per esempio la differenza di accisa tra benzina e gasolio, ma anche:
- l’Iva agevolata su elettricità e gas delle aziende (1,4 miliardi);
- l’esenzione dall’accisa sull’elettricità delle famiglie (634 milioni);
- l’accisa meno feroce sui carburanti avio (1,6 miliardi).

Tra i sussidi ci sono quelli per siderurgia, ceramica e altri settori ad alta intensità energetica, come le agevolazioni per le imprese a forte consumo di energia elettrica (l’aiuto agli energìvori vale 626 milioni) e per quelle disponibili a distacchi istantanei o di emergenza della fornitura elettrica (l’interrompibilità vale 98 milioni), come le quote di emissione di CO2 (394,63 milioni) e gli aiuti alle imprese a rischio di carbon leakage, oppure ancora le tariffe incentivate del Cip6/92 (445,9 milioni).

Perché è colpito il gasolio

Perché colpire il gasolio? Lo aveva detto sul Sole 24 Ore il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ma lo dice il ministero dell’Ambiente del Catalogo: «Dal punto di vista ambientale —afferma il documento — questa differenza di trattamento in termini fiscali rappresenta una distorsione rilevante, poiché incoraggia l'utilizzo di veicoli che hanno emissioni più elevate», in particolare polveri e ossidi di azoto.

Il gasolio però ha emissioni più basse in termini di anidride carbonica, e il Catalogo lo ammette: «D'altra parte, i motori diesel, quando correttamente mantenuti e monitorati, sono più efficienti in termini energetici rispetto a quelli a benzina e ciò può condurre alla riduzione di emissioni di CO2 (gCO2/km) contribuendo al raggiungimento degli obiettivi climatici di riduzione dell'anidride carbonica».

La Corte dei conti sul caso del gasolio

Interessante il commento dato nell’audizione dell’8 luglio dai magistrati della Corte dei conti: «Un esempio a questo proposito è la voce più rilevante tra quelle evidenziate, ovvero la minore aliquota del diesel rispetto alla benzina, valutata in oltre 6 miliardi. È ben noto come in Francia la proposta di una limitata revisione al rialzo delle aliquote sul diesel nell'autunno 2018 abbia acceso una forte rivolta sociale legata alla maggiore povertà energetica delle zone rurali, tale da far congelare l'intero progetto. In Italia, una revisione in questo senso, pur auspicata da più parti e semplice da implementare,vedrebbe l'opposizione del settore dell'autotrasporto e della logistica e dunque è classificata nel gruppo dei provvedimenti che meritano ulteriori approfondimenti».

Aggiunge la Corte dei conti sulla classificazione dei sussidi: «La classificazione adottata nel Pniec non segue un ordine di priorità derivante da una valutazione del prezzo efficiente, ovvero quel prezzo che considera i costi esterni come base per l'aliquota di accisa. Secondo taluni orientamenti in letteratura, ad esempio, i settori con massima priorità di intervento dovrebbero essere il trasporto aereo e marittimo, la pesca, la raffinazione, l'agricoltura e l'allevamento perché il rapporto tra costi esterni e imposta correttiva è particolarmente elevato. Nell'ordine di priorità del Pniec, al contrario, gli interventi sul trasporto aereo e marittimo sono demandati a specifici accordi da sottoscrivere a livello comunitario o internazionale, con un basso grado di realizzabilità».

I diversi sussidi dannosi per l’ambiente

L’elenco dei sussidi dannosi per l’ambiente è una fonte di scoperte e di curiosità. Ecco una selezione tratta dal Pniec e dal Catalogo del ministero. In genere gli importi sono modestissimi; dove riportati sono relativi al 2019.

Accise agevolate per:
- i carburanti utilizzati nel trasporto ferroviario,
- i carburanti per le autoambulanze,
- i lubrificanti impiegati nella lavorazione della gomma,
- i carburanti per il prosciugamento dei terreni alluvionati,
- i carburanti delle idrovore dei terreni bonificati,
- i carburanti per le prove sperimentali e collaudo di motori di aviazione e marina,
- l’energia elettrica impiegata nelle abitazioni di residenza con potenza fino a 3 kW fino a 150 kWh di consumo mensile (634,08 milioni),
- i prodotti energetici impiegati come carburanti per la navigazione aerea diversa dalla navigazione privata e per i voli didattici (1,6 miliardi).

Iva agevolata per
- la cessione, da imprese costruttrici e non, di case di abitazione, non di lusso, prima casa per acquirente,
- fertilizzanti in senso generale (escluso biologico) (534,53 milioni)
- energia elettrica per uso domestico (1.663,79 milioni)
- energia elettrica e gas per uso di imprese estrattive, agricole e manifatturiere (1.403,12 milioni).

Al settore dell’estrazione di petrolio e gas dai giacimenti vanno:
- franchigia sulle aliquote di prodotto della coltivazione di gas naturale e petrolio (royalties), 52 milioni,
- fondi per ricerca, sviluppo e dimostrazione per gli idrocarburi (petrolio e gas), 74,53 milioni.

Ci sono anche aiuti alle compagnie petrolifere

Secondo il Catalogo dei sussidi, per una strana interpretazione le royalty pagate dalle compagnie petrolifere sui giacimenti nazionali (e dai consumatori nel prezzo finale) sono classificate tra i sussidi. «Dal punto di vista ambientale, il regime nazionale delle royalties altera la concorrenza rispetto all'uso di fonti energetiche più pulite e favorisce l'estrazione e la successiva combustione di petrolio e gas naturale, con relativi rischi per gli ecosistemi marini e terrestri ed emissioni in atmosfera».

A parte le assurdità contenute in questi documenti, quanto viene aiutato il settore dei giacimenti?

Ecco i sussidi al settore, con la valutazione economica contenuta nel Catalogo dei sussidi: 
- Riduzione dell'accisa sul gas naturale impiegato negli usi di cantiere, nei motori fissi e nelle operazioni di campo per l'estrazione di idrocarburi? 0,20 nel 2019
- Esenzione dall'accisa sull'energia elettrica prodotta da impianti di gasificazione, 0,5 nel 2019.

Fonte: https://www.ilsole24ore.com

Le rocce polimetalliche marine possono diminuire gli impatti dei cambiamenti climatici rispetto ai minerali terrestri

Mentre il mondo inizia davvero a sostituire i combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili, il nuovo studio “Life Cycle Climate Change Impacts of Producing Battery Metals from Land Ores versus Deep-Sea Polymetallic Nodules”, pubblicato sul Journal of Cleaner Production da un team di ricercatori statunitensi, canadesi e australiani dimostra che «Le rocce polimetalliche che si trovano sul fondo dell’oceano profondo possono fornire centinaia di milioni di tonnellate di metalli importanti per le batterie per immagazzinare energia ed alimentare veicoli elettrici (EV) con un impatto molto minore sul clima rispetto all’estrazione degli stessi metalli dal terreno».

Lo studio è una valutazione comparativa del ciclo di vita delle fonti dei metalli che servono a realizzare le batterie EV, quantificando le emissioni dirette e i danni ai servizi di stoccaggio del carbonio realizzati nell’estrazione, lavorazione e raffinazione dei metalli per le batterie.

L’intensità delle emissioni di carbonio della produzione di metalli come il nichel ha portato a un crescente interesse per le fonti di metalli a basso tenore di carbonio e un recente appello di Elon Musk di Tesla ha promesso «un contratto gigantesco» per l’estrazione del nichel «in modo efficiente e rispettoso dell’ambiente». Tesla e Polestar capeggiano un movimento per la trasparenza in tutta l’industria automobilistica perché riveli l’impronta di carbonio durante tutta la durata di vita delle loro auto. Il nuovo studio va oltre la semplice considerazione delle emissioni di carbonio derivanti dalla produzione per esaminare l’impatto dei servizi ecosistemici di sequestro del carbonio causato dai cambiamenti nell’utilizzo del terreno e del fondale marino per produrre metalli per le batterie.

Lo studio parte da uno scenario di crescita della domanda di nichel, cobalto, manganese e rame «per realizzare un miliardo di batterie EV da 75KWh con una chimica catodica di NMC 811 (80% nichel, 10% manganese, 10% cobalto)». Quindi confronta gli impatti del cambiamento climatico della fornitura di questi quattro metalli da due fonti: minerali convenzionali scavati a terra e rocce polimetalliche con alte concentrazioni dei 4 metalli , trovati in noduli sul fondo del mare a 4 – 6 km di profondità.

La principale autrice dello studio, Daina Paulikas del Center for minerals, materials and society dell’università del Delaware, spiega: «Volevamo valutare come la produzione di metalli utilizzando minerali terrestri o noduli polimetallici possa contribuire al cambiamento climatico. Guardando dall’estrazione alla lavorazione e raffinazione, abbiamo quantificato tre indicatori per ciascun tipo di minerale: emissioni dirette e indirette di anidride carbonica equivalente, disturbo dei depositi di carbonio stoccati esistenti e interruzione dei futuri servizi di sequestro del carbonio. Questi tre indicatori hanno un impatto diretto sul restante bilancio globale del carbonio per rimanere al di sotto del riscaldamento di 1,5° C».

Lo studio ha scoperto che «La produzione di metalli per batterie dai noduli può ridurre le emissioni umane attive di CO2 e del 70 – 75%, il carbonio stoccato a rischio del 94% e l’interruzione dei servizi di sequestro del carbonio dell’88%».

La Paulikas sottolinea che «I minatori terrestri sono ostacolati da problemi come il calo della gradazione dei minerali, poiché concentrazioni inferiori di metallo comportano maggiori richieste di energia, materiali e superficie per produrre la stessa quantità di metallo. Inoltre, la raccolta di noduli ha un’impronta relativamente bassa di energia, suolo e rifiuti rispetto all’estrazione a terra. Quando si tratta di emissioni, anche quando ipotizziamo una completa eliminazione dell’uso del carbone dalle reti elettriche che alimentano miniere e impianti terrestri, il nostro modello mostra che la produzione di metallo da noduli polimetallici di alta qualità produce ancora un vantaggio del 70%».

Un altro autore dello studio, Steven Katona, biologo marino del College of the Atlantic e co-fondatore dell’Ocean Health Index, aggiunge che «Quello che accade agli stoccaggi di carbonio sulla terra e sul fondo marino utilizzati per la produzione di metallo è un’altra grande parte della storia dell’impatto climatico. Sulla terra, il carbonio è immagazzinato nella vegetazione, nel suolo e nei detriti. Sul fondo del mare, il carbonio viene immagazzinato nei sedimenti e nell’acqua di mare. La produzione di metalli per un miliardo di veicoli elettrici da minerali terrestri distruggerebbe 156.000 km2 di terreno e 2.100 km2 di fondale marino per lo smaltimento degli sterili in alto mare. La produzione della stessa quantità dai noduli distruggerebbe 508.000 km2 del fondo marino durante la raccolta dei noduli e 9.800 km2 di terreno durante la lavorazione metallurgica. Nonostante la perturbazione di un’area più ampia del fondo marino, la produzione di metallo dai noduli causerebbe molto meno interruzione dello stoccaggio di carbonio. Questo perché i sedimenti del fondo marino immagazzinano 15 volte meno carbonio per km2 rispetto a un bioma terrestre medio e non esiste un meccanismo noto che permetta ai sedimenti del fondo marino di risalire in superficie e influire sul carbonio atmosferico. Al contrario, l’estrazione a terra richiede l’abbattimento di foreste, di altra vegetazione e terreno per accedere al minerale, immagazzinare rifiuti e costruire infrastrutture. Nel processo, perdiamo il carbonio immagazzinato e interrompiamo i servizi di sequestro del carbonio per tutto il tempo in cui la terra rimane in uso, il che può arrivare fino a 30 – 100 anni».

I ricercatori hanno scoperto che i noduli polimetallici potrebbero fornire metalli per un miliardo di batterie EV con fino a 11,6 Gt in meno di CO2 rispetto alle fonti terrestri. Un risparmio potenziale significativo, dato il budget di carbonio di soli 235 Gt che ci resta per avere una probabilità del 66% di rimanere a 1,5° C di riscaldamento globale.

Fonte: https://www.rinnovabili.it

La Skeleton Technologies e il Karlsruhe Institute of Technology stanno collaborando per realizzare la loro SuperBattery, un dispositivo ibrido che mixa le potenzialità dei supercondensatori a quelle dell’accumulo elettrochimico

Prendete un’azienda con una lunga esperienza nel campo dell’accumulo e degli ultracondensatori e fatela collaborare con una delle più grandi istituzioni di ricerca tedesche. Con buone probabilità dall’incontro uscirà la nuova promessa dell’energy storage. È quello che sta accadendo all’estone Skeleton Technologies e al Karlsruhe Institute of Technology; le due realtà stanno lavorando sulla SuperBattery, una super batteria in grafene che promettono essere in grado di ricaricarsi in appena 15 secondi.

Di cosa si tratta? Malgrado il nome, il dispositivo non è un batteria “pura”, quanto piuttosto un ibrido che combina normali celle a ioni di litio con quelle degli ultracondensatori. Il risultato è un sistema che sfrutta i punti di forza di entrambi.

La tecnologia al litio offre un’elevata densità di energia, il che significa che immagazzinano molta energia, ma tendono ad avere una densità di potenza piuttosto bassa, il che significa che si caricano lentamente. A differenza delle batterie, invece, i supercondensatori immagazzinano la carica staticamente invece che in forma chimica, quindi offrono un’enorme densità di potenza ma vantano una densità di energia per unità di volume molto inferiore.

La soluzione, proposta anche da altri ricercatori e progettisti, è quella di mettere assieme i dispositivi per realizzare una tecnologia ibrida. Il principale elemento di svolta per la “super batteria in grafene” è il Curved Graphene, brevettato da Skeleton, già ampiamente impiegato nei suoi supercacitors. Il grafene curvo vanta una conduttività elettrica quasi sette volte migliore di quella dei normali materiali al carbonio. Di conseguenza, la densità di potenza degli ultracondensatori, firmati dalla società estone, risulta più alta.

“La cooperazione tra le società europee di accumulo energetico è fondamentale per l’UE per essere un leader mondiale nello stoccaggio”, ha commentato il CEO di Skeleton Technologies, Taavi Madiberk. “Siamo lieti di aver firmato l’accordo per lo sviluppo della SuperBattery con il Karlsruhe Institute of Technology e di unire le forze per portare sul mercato una tecnologia che farà saltare in aria le soluzioni di ricarica dei veicoli elettrici esistenti”.

Alcuni punti rimangono, ovviamente, da chiarire, a partire dal tempo di ricarica. Quindici secondi possono essere credibili per un ultracondensatore ma decisamente meno per un sistema a ioni di litio.

Fonte: https://www.rinnovabili.it

La Commissione Europea ha presentato il piano per ridurre le emissioni di gas serra dell’UE di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. In questo modo l’Europa sarebbe sulla strada giusta per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050

In linea con il discorso della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione, la Commissione Europea ieri ha presentato il proprio piano per la riduzione delle emissioni di gas serra dell’UE di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. La Commissione ha pubblicato anche la valutazione di impatto con un’analisi approfondita del modo in cui ciascun settore dell’economia può contribuire a raggiungere questi obiettivi.

E’ un traguardo certamente ambizioso, ma fattibile, che permetterebbe all’UE di mettersi sulla giusta strada per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e conferma inoltre la leadership globale dell’UE in vista della prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP26).

La Commissione ha invitato il Parlamento e il Consiglio a confermare l’obiettivo di riduzione delle emissioni nel 2030 di almeno il 55%, così da garantire il rispetto dell’Accordo di Parigi. Inoltre ha definito le proposte legislative da presentare entro giugno 2021, tra cui la revisione e l’ampliamento del sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE; l’adeguamento del regolamento sulla condivisione degli sforzi e del quadro per le emissioni del territorio; il rafforzamento delle politiche in materia di efficienza energetica e di energie rinnovabili; il rafforzamento degli standard di CO2 per i veicoli.

La Commissione ha adottato anche una valutazione dei Piani nazionali per l’energia e il clima degli Stati membri per il periodo 2021-2030, che mostra che l’UE è sulla buona strada per superare l’attuale obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2030 di almeno il 40%, in particolare grazie ai continui progressi nella diffusione delle energie rinnovabili in tutta Europa. La valutazione dei Piani nazionali per l’energia e il clima degli Stati membri mostra che la quota di energia rinnovabile nell’UE potrebbe raggiungere il 33,7% entro il 2030, superando l’attuale obiettivo di almeno il 32%.

Per raggiungere il nuovo target del 55% di riduzione delle emissioni, l’UE dovrà aumentare ulteriormente l’efficienza energetica e la quota di energie rinnovabili, stimolando gli investimenti in un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse, promuovendo l’innovazione nelle tecnologie pulite, favorendo la competitività e creando posti di lavoro verdi. Gli Stati membri possono attingere al fondo di ripresa NextGenerationEU da 750 miliardi di euro.

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, ha sottolineato: “Stiamo facendo tutto il possibile per rendere l’Europa il primo continente al mondo neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050. Oggi è una tappa importante di questo viaggio. Con il nuovo obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra dell’UE di almeno il 55% entro il 2030, apriremo la strada a un pianeta più pulito e a una ripresa verde. L’Europa uscirà più forte dalla pandemia del coronavirus investendo in un’economia circolare efficiente sotto il profilo delle risorse, promuovendo l’innovazione nelle tecnologie pulite e creando posti di lavoro verdi”.

Kadri Simson, Commissario per l’Energia, ha detto: “Sulla base delle politiche esistenti e dei piani degli Stati membri, siamo sulla buona strada per superare il nostro attuale obiettivo del 40% per il 2030. Questo dimostra che essere più ambiziosi non è solo necessario, ma anche realistico. Il sistema energetico sarà al centro di questo sforzo”.

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

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