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Gli Stati Uniti sono stati oscurati per qualche minuto, e gli operatori hanno testato la capacità di passare incolumi da un sistema all'altro

Lo scorso Lunedì 21 agosto i cittadini statunitensi hanno passato parecchio tempo con il naso all’insù, stupefatti e rapiti dallo spettacolo della luna che oscurava il sole. In tutto questo spettacolo è durato circa un’ora e mezza, con l’eclissi totale di due minuti: ne hanno potuto godere gli Stati Uniti, il Canada, il Sud America e una piccola frazione dell’Europa Occidentale. Era dal maggio del 1919, da quasi un secolo, che la luna non oscurava gli Stati Uniti da ovest a est, lasciando nel buio prima le spiagge dell’Oregon e poi, dall’altra parte, quelle del Sud Carolina. A rendere ancora più curioso questo fenomeno è stato inoltre il fatto che per la prima volta i tantissimi pannelli solari degli Stati Uniti avrebbero dovuto affrontare una simile prova, tant’è che nei giorni precedenti in moltissimi si erano domandati cosa sarebbe successo ai pannelli fotovoltaici con un’eclissi solare di questa portata. Oggi sappiamo che tutto è andato per il meglio, come ha confermato Joseph Osha, analista di JMP Securities che si occupa proprio del settore energetico: «penso che sia stato davvero un buon esempio per capire come la rete elettrica si comporta in caso di intermittenza solare; onestamente, penso che la nostra rete elettrica se la sia cavata stupendamente». Ma questo lo sappiamo solamente oggi, laddove nelle settimane scorse non erano pochi quelli che, del tutto legittimamente, si domandavano cosa sarebbe successo ai pannelli fotovoltaici con un’eclissi solare simile.

Ecco cosa succede ai pannelli fotovoltaici con un’eclissi solare come quella di lunedì

E a domandarsi come avrebbero reagito i pannelli fotovoltaici con un’eclissi solare come quella del 21 agosto non erano solo i non addetti ai lavori e gli scettici: qualche dubbio se lo ponevano anche i veri esperti, i quali erano del tutto consapevoli che quell’eclissi solare sarebbe stato un esame da non sbagliare assolutamente. Lo stesso Eric Schmitt, vice presidente della California Independent System Operator, la quale gestisce tutta la rete elettrica californiana, aveva dichiarato speranzoso che «una mattina nuvolosa sarebbe di grande aiuto». Questo, ovviamente, perché il problema di un’eclissi solare sta nel cambiamento brusco e velocissimo che la rete elettrica deve sopportare: un momento prima i pannelli fotovoltaici sono a pieno regime, mentre quello dopo sono del tutto improduttivi, tutti quanti, per delle aree di minuto in minuto molto estese. Nello specifico, nella sola California, sarebbero stati oscurati più di 5.600 megawatt di pannelli solari, una grossa fetta di quei 19.000 megawatt di energia fotovoltaica che forniscono un decimo dell’elettricità a livello nazionale. Insomma, davanti a queste cifre la domanda ‘come reagiranno i pannelli fotovoltaici con un’eclissi solare?’ non poteva che sorgere spontanea. Ma il problema non stava solo nell’arrivo dell’eclissi, no, stava anche nella sua fine: dopo pochi minuti di oscurità, infatti, i pannelli solari sono tornati ad essere illuminati da fulgidi raggi solari. Se dunque la rete californiana si è appoggiata completamente su gas naturale ed energia idroelettrica per produrre elettricità in quella manciata di minuti, subito dopo ha dovuto ripristinare repentinamente il tutto, per non sprecare una marea di energia. Per questo, insomma, una mattina nuvolosa avrebbe facilitato le cose a Schmitt e a tutti i suoi colleghi e collaboratori: così non è stato, ma le cose sono comunque andate per il meglio.

Un buon esercizio per il futuro

Dopo mesi di incertezze sul comportamento dei pannelli fotovoltaici con un’eclissi solare, dunque, si è arrivati ad una risposta: la rete e le utilities sono pronte ad affrontare questo tipo di fenomeno. Per prepararsi, d’altronde, sono state fatte moltissime simulazioni e sono stati fatti correre infiniti modelli matematici. E questo è stato preparato pur sempre contando sul fatto che per ora meno dell’1% dell’elettricità prodotta a livello mondiale proviene dal fotovoltaico, spingendo però gli operatori a vedere questa prova come un test in vista di un futuro in cui un’eclissi solare di questo tipo potrebbe mettere in difficoltà un sistema basato in gran parte proprio sul fotovoltaico. Come ha infatti spiegato al New York Times Randy Wheeles della Duke Energy, «un’eclissi non è ovviamente qualcosa che vediamo tutti i giorni, ma è sicuramente un buon esercizio per noi». Quasi la metà dei pannelli fotovoltaici degli Stati Uniti sono del resto installati proprio in California, ed è dunque quello lo Stato che più degli altri ha dovuto prepararsi. Se qualcuno avesse delle domande su cosa succede ai pannelli fotovoltaici con un’eclissi solare, dunque, è alla California del 21 agosto che dovrebbe guardare. Per prima cosa, lo Stato ha stretto degli accordi con i vicini Oregon, Nevada e Arizona per uno scambio reciproco di energia elettrica in caso di bisogno. Insomma, un’eclissi o una tempesta possono rabbuiare una determinata area geografica, ma difficilmente potranno spegnere i pannelli fotovoltaici di 4 stati nel medesimo momento! Per affrontare ogni emergenza, poi, la California fa affidamento su un solido sistema che utilizza l’energia fotovoltaica in più prodotta durante i picchi per azionare delle pompe d’acqua, le quali al momento del bisogno possono così produrre energia idroelettrica.

Così, grazie a questi accorgimenti, si è dimostrato cosa possono fare i pannelli fotovoltaici con un’eclissi solare. Del resto questo non è un fenomeno così raro, a livello mondiale: circa ogni due anni, infatti, accade da qualche parte del mondo. Un’altra eclissi solare oscurerà per esempio la parte orientale degli States nel 2024: entro quell’anno i pannelli fotovoltaici saranno molti di più, e per questo molti operatori stanno già studiando i metodi migliori per affrontare al meglio anche quell’esame (partendo ovviamente da quelli che hanno funzionato egregiamente il 21 agosto).

 

Fonte: http://www.green.it/

CoolSeal è una guarnizione ricavata da materiali di scarto che assorbe meno calore e mantiene più bassa la temperatura dell'asfalto. Il sindaco Eric Garcetti la sta testando come rivestimento su 15 tratti di strada, per combattere l'innalzamento della temperatura urbana

Una mano di bianco tra Hollywood e Sunset boulevard, poi giù fino a San Pedro, sulla costa. Obiettivo? Abbassare la temperatura della “città degli angeli”, che d’estate supera anche i 45 gradi. Il sindaco di origine messicana Eric Garcetti vuole sperimentare una nuova tecnologia per rendere il clima metropolitano più mite: una guarnizione bituminosa che, riflettendo i raggi solari, mantiene una temperatura più bassa rispetto all’asfalto tradizionale, fino a 10°C in meno.

Il prodotto è stato pensato anni fa dalla GuardTop, azienda californiana con base a metà strada tra Los Angeles e San Diego. In collaborazione con l’aeronautica, i tecnici hanno sviluppato un rivestimento grigiastro che grazie al suo colore e alla sua peculiarità termica nasconde le piste di atterraggio ai satelliti. 'CoolSeal', così si chiama la guarnizione, nasce dalla raffinazione di aggregati rocciosi riciclati, può essere pulito facilmente e rispetta i requisiti dell'Agenzia per la protezione ambientale.

Le prestazioni dell’ ‘asfalto bianco’ hanno attirato l’attenzione dell’amministrazione losangelina. Il sindaco democratico Garcetti, eletto nel 2013, ha sviluppato un piano ambientalista contro l’effetto “isola di calore", che è ancora più pericoloso in un'area spesso minacciata dagli incendi.

Tra gli obiettivi del ‘Piano di sostenibilità’ presentato da Garcetti nel 2015 c'è la riduzione della differenza di temperatura tra aree urbana e periferie, di 1°C entro il 2035. Anche grazie a CoolSeal. “Abbiamo iniziato la sperimentazione a maggio”, commenta Paul Gomez, responsabile dell’Ufficio opere pubbliche di Los Angeles, “L’obiettivo è impiegare la nuova tecnologia in 15 tratti di strada, uno per ogni distretto comunale”. Se i risultati confermeranno quelli ottenuti in fase sperimentale, si passerà alla fase 2: “Dovrebbe partire l’estate prossima. Aspettiamo la risposta dei tecnici e dei cittadini”, conclude Gomez.

La pavimentazione con questo materiale costa 25 mila dollari a chilometro, e dura sette anni, come scrive il Washington Post citando fonti ufficiali. “Secondo le nostre stime, il 10 per cento della città è occupato dall'asfalto” ha dichiarato al quotidiano americano Greg Spotts, responsabile dell’Ufficio servizio stradale, “Sono circa 70 mila strade: ricoprendone un terzo con materiale rinfrescante, avremmo un impatto decisivo sulla temperatura metropolitana. Ma non siamo ancora pronti”.

 

Fonte: http://www.repubblica.it/

Nei prossimi tredici anni l’eolico potrebbe creare oltre 500mila posti di lavoro e far risparmiare 13 miliardi di euro l’anno di costi per l’importazione di combustibili fossili.

Da qui al 2020 l’eolico in Europa registrerà una crescita media di 12,6 GW installati all’anno per un totale di circa 50 nuovi GW, che porteranno la capacità eolica cumulata a 204 GW. L’eolico potrà arrivare a soddisfare nel 2020 il 16,5 per cento della domanda elettrica europea, superando così l’idroelettrico e divenendo la prima fonte rinnovabile. Una crescita dovuta soprattutto allo sviluppo eolico in Germania, Regno Unito, Francia, Spagna Olanda e Belgio, mentre l’Italia manca all’appello. È quanto riporta WindEurope, l’Associazione europea dell’eolico, che ha pubblicato due nuovi report “Outlook to 2020” e “Scenarios for 2030”.
Scenari eolici al 2030

Secondo WindEurope, la crescita dell’eolico continuerà anche oltre il 2020, portando la potenza installata a 323 GW (253 GW onshore e 70 GW offshore) nel 2030, più del doppio di quella registrata a fine 2016 (160 GW). I 888 TWh generati dal vento copriranno il 30 per cento della domanda di energia dell’Ue e l’industria dell’energia eolica investirà 239 miliardi di euro nei prossimi 13 anni offrendo un posto di lavoro a 569mila persone. Verrà così evitata l’emissione di 382 tonnellate di CO2 l’anno e una spesa di 13,2 miliardi di euro per l’importazione di combustibili fossili.

WindEurope delinea anche altri due scenari, uno più positivo e uno più di basso profilo. Nel primo assume condizioni di mercato e condizioni normative favorevoli, tra cui il raggiungimento di un obiettivo del 35 per cento dell’energia rinnovabile dell’Ue. In questo contesto, in Europa sarà possibile installare 397 GW di capacità di energia eolica entro il 2030, dei quali 298,5 GW onshore e 99 GW off-shore, due volte e mezzo l’attuale capacità installata nell’Ue.

Nello scenario più pessimista (low scenario) la capacità eolica potrebbe arrivare a 256,4 GW (207 GW onshore e 49 GW offshore), generando nel 2030 il 21,6 per cento della domanda di potenza dell’Ue.
Italia fanalino di coda dell’eolico

Situazione meno rosea rispetto alla media europea la troviamo in Italia dove, secondo lo studio, non verranno istallati più di 1,6 GW al 2020. WindEurope assegna all’Italia un “policy outlook” al 2020 negativo, dovuto al ritardo nell’adozione della Sen e del Decreto per le nuove aste. Secondo le simulazioni di WindEurope nel 2030 l’Italia potrebbe mantenere la sua posizione di quinta forza Ue per quanto riguarda la potenza installata sulla terraferma per scendere al sesto posto considerando anche gli impianti off-shore.

L’Anev, l’Associazione Nazionale energia dal vento, denuncia da tempo i gravi ritardi normativi che bloccano il settore eolico italiano, “da sempre sottoposto a ingiuste penalizzazioni e a periodi di stallo dovuti a vuoti normativi”. Tali ritardi si ripercuotono negativamente sul sistema industriale dell’eolico nazionale, oltre a mettere in pericolo un intero comparto, la dilatazione dei tempi contribuisce al mancato raggiungimento degli obiettivi che il Paese si è posto, sia al 2020 che al 2030.

 

Fonte: http://www.lifegate.it/

Sono i sussidi diretti e indiretti elargiti nel nostro Paese nell’arco del 2016, stima Legambiente

Nel 2014 erano 14,7 miliardi di euro, saliti a 14,8 l’anno successivo, fino a balzare nel 2016 a 15,2 miliardi di euro: i sussidi alle fonti fossili in Italia non solo non vengono cancellati, ma continuano ad aumentare come testimonia oggi il rapporto internazionale Transizione 2020: monitoraggio dei sussidi ai combustibili fossili in Europa, realizzato da Odi (Overseas development institute) e Can Europe (Climate action network), al quale ha collaborato per la parte italiana anche Legambiente.

«La combustione delle fonti fossili, commenta Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente, è la causa principale dei cambiamenti climatici. È assurdo che si continuino a finanziare i sussidi alle fonti fossili venendo meno agli impegni presi con gli Accordi di Parigi. Occorre cancellare i sussidi, diretti e indiretti, a petrolio, carbone e altre fonti che inquinano l’aria e danneggiano la salute, accelerare il processo di decarbonizzazione delle economie e spostare le risorse verso l’innovazione ambientale e l’efficienza energetica, incentivando il settore delle energie rinnovabili che aiuta le famiglie anche a risparmiare in bolletta. L’Italia, se davvero vuole contrastare i cambiamenti climatici, non perda più tempo ed abbia il coraggio di fare scelte lungimiranti e concrete in questa direzione, definendo anche una Strategia energetica nazionale e climatica che preveda l’eliminazione di queste fonti inquinanti».

Come spiegano dal Cigno verde, ad oggi questo non sta accadendo, né in Italia né in Europa. Tra il 2014 e il 2016 11 Stati Ue hanno distribuito più di 112 miliardi di euro all’anno per sostenere la produzione e il consumo dei sussidi ai combustibili fossili (per il 44% diretti al settore dei trasporti), e negli stessi anni l’Ue ha fornito una media annua di 4 miliardi di euro alle fossili attraverso il suo bilancio, azioni di sviluppo e banche di investimento. Un contesto nel quale l’Italia non sfigura: Legambiente ricorda che Sace (Servizi assicurativi e finanziari per export e internazionalizzazione) e Cdp (Cassa depositi e prestiti) continuano a finanziare i progetti da fonti fossili, soprattutto petrolio e gas, mentre nel solo 2016 nel nostro Paese sono stati elargiti 15,2 miliardi di euro (di cui 8,7 al settore dei trasporti) in sussidi, tra diretti e indiretti e in forme diverse – esoneri dall’accisa, sconti, finanziamenti per opere, ecc – alle fonti fossili.

Qualche esempio? Per quanto riguarda la produzione di petrolio e gas, l’esenzione dall’accise sulle royalties per l’estrazione di questi combustibili crea in Italia una spesa fiscale media di 1,4 miliardi di euro l’anno. Sul fronte dei trasporti, la Penisola concede diversi sconti ed esenzioni a questo settore. Il sussidio più elevato è una riduzione dell’aliquota di accisa sul consumo di carburanti diesel per il trasporto su gomma, stimata in circa 5 miliardi di euro nel 2016 (Ministero dell’Ambiente, 2016); l’aliquota fiscale applicata al diesel è inferiore del 23% rispetto alla benzina in rapporto al contenuto energetico (Ministero dell’Ambiente, 2016); le centrali alimentate da fonti fossili, per la produzione di energia elettrica o la cogenerazione di calore, hanno ricevuto riduzioni fiscali per un valore di 366 milioni di euro nel 2016 (Ministero dell’Ambiente, 2016).

Si tratta di sussidi che, è evidente, contrastano nettamente con l’impegno manifestato dall’Italia a livello internazionale nella lotta ai cambiamenti climatici, a partire dal sostegno incondizionato all’Accordo di Parigi, ribadito dai vertici istituzionali ad ogni occasione disponibile: peccato che, nel mentre, le emissioni di gas serra italiane siano tornate a crescere, e che l’impatto del riscaldamento globale sul territorio nazionale sia già più acuto di quanto non accada alla media mondiale, arrecando impatti sensibili sulla vita e le abitudini della popolazione.

 

Fonte: http://www.greenreport.it/

La Gran Bretagna chiede all’Ue un accordo sul nucleare dopo l’uscita dall’Euratom, altrimenti minaccia di rispedire indietro i rifiuti radioattivi esteri

Le trattative per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea dovranno affrontare non solo temi economici e commerciali. Uno dei temi caldi sarà quello sul nucleare: se non si dovesse raggiungere un accordo, infatti, Londra minaccia di rispedire indietro i rifiuti radioattivi esteri. E anche l’Italia riceverà la sua parte.

Proviamo a spiegarci. La Brexit segna l’uscita dell’Inghilterra anche dell’Euratom, ovvero dalla Comunità europea per l’energia atomica, che regola lo sviluppo dell’energia nucleare e il suo commercio nei Ventotto. L’Inghilterra, una volta fuori, si troverebbe ad affrontare nuovi e maggiorati costi, a causa della necessità di riorganizzare le norme di sicurezza per la fornitura e il trasferimento di combustibili nucleari. Le conseguenze immediate si ripercuoterebbero sulle  forniture all’interno dei confini nazionali di carburante per i reattori.

È necessario (ed urgente, secondo la Camera dei Comuni di Londra) siglare un accordo preventivo con l’UE provando ad ottenere le stesse condizioni di coloro che sono dentro, anche se è fuori. Ed è per questo che la Gran Bretagna ha deciso di minacciare l’Europa: se i negoziati non dovessero concludersi positivamente, allora Londra sarà in diritto di “restituire i rifiuti radioattivi al suo paese d’origine”.

Quanti sono i rifiuti che potrebbero essere restituiti ai diversi mittenti? Ben oltre 120 tonnellate di materiali nucleari. E anche l’Italia potrebbe essere coinvolta.

E Bruxelles? Chiede a Londra, per un accordo di favore sul nucleare, di riconoscere la competenza della Corte europea di giustizia. Sulla questione, però, Theresa May non sembra disposta a cedere. Difficile prevedere come finirà.

 

Fonte: http://energiaoltre.it/

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