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Nel comune di Puertollano sarà realizzata una centrale fotovoltaica da 100 MW dotata di batterie agli ioni di litio e un elettrolizzatore da 20 MW e L’idrogeno solare prodotto sarà utilizzato per sintetizzare ammoniaca

Il più potente impianto di idrogeno solare industriale d’Europa? Quello che vedrà la luce a Puertollano, nel centro della Spagna. Non a caso, qui sorge uno dei 16 siti industriali di Fertiberia, il produttore di fertilizzanti numero uno nel Paese; l’azienda ha siglato in questi giorni un accordo con la compagnie energetica Iberdrola per dotarsi di un nuovo rifornimento energetico verde per la sua attività. Il progetto, del valore di 150 milioni di euro, intende realizzare un maxi impianto di idrogeno solare per uso industriale, che dovrebbe entrare in funzione dal 2021.

L’installazione consisterà in una centrale fotovoltaica da 100 MW, un sistema di batterie agli ioni di litio con una capacità di accumulo di 20 MWh e uno dei più grandi sistemi di elettrolisi al mondo (20 MW). L’idrogeno solare così ottenuto sarà impiegato per sintetizzare ammoniaca nello stabilimento di Fertiberia di Puertollano. “L’iniziativa – si legge in una nota stampa – genererà fino a 700 posti di lavoro ed eviterà emissioni di 39.000 tCO2 l’anno”.

L’importanza di una filiera dell’idrogeno solare industriale

Il progetto contribuirà a far progredire la maturità tecnologica dell’idrogeno solare industriale, trasformandolo in una soluzione efficace per la decarbonizzazione a medio termine di settori difficili da “ripulire”. E al tempo stesso rinverdirà il tradizionale rifornimento di questa risorsa. Solo in Spagna, spiega Iberdrola, si stima una produzione annua di idrogeno di 0,5 Mt, utilizzato come materia prima nelle industrie della raffinazione, chimica e dei fertilizzanti. La maggior parte è di origine fossile e genera circa 5 Mt di CO2 l’anno.

“Oggi lanciamo il primo grande progetto di idrogeno verde in Europa, dimostrando che grazie alle energie rinnovabili e all’innovazione tecnologica è possibile continuare a rispondere alle esigenze di elettrificazione e decarbonizzazione del nostro settore”, ha commentato Ignacio Galán, Presidente di Iberdrola. “L’iniziativa mostra il percorso e le opportunità offerte dalla transizione energetica per sviluppare progetti innovativi al centro dell’industrializzazione e dell’occupazione nel nostro paese”.

 

Fonte: https://www.rinnovabili.it

E’ quanto emerge da uno studio del MIT: durante il lockdown la produzione di energia dei pannelli fotovoltaici a Delhi è aumentata dell’8% grazie alla diminuzione dell’inquinamento.

La pandemia che ci ha costretti tutti a casa per lungo tempo, come sappiamo ha avuto un impatto molto pesante sull’economia a livello globale, a causa del blocco dei viaggi e delle attività commerciali, ma contemporaneamente, come dimostrato da diversi studi, il coronavirus ha abbattuto le emissioni di CO2, regalandoci cieli più puliti e un’aria migliore da respirare.

Ora un nuovo studio firmato dai ricercatori del MIT – Massachussetts Institute of Technology – segnala però un altro importante impatto legato alla diminuzione dell’inquinamento a causa del Covid-19: durante il lockdown la produzione di energia elettrica dei pannelli fotovoltaici a Delhi è aumentata dell’8% grazie ai cieli più limpidi. Da tempo si parla della correlazione tra inquinamento e produzione solare, ma si tratta del primo studio che dimostra e quantifica tale impatto. Le straordinarie condizioni scatenate dalla pandemia, con l’improvviso blocco delle normali attività, insieme con i dati sull’inquinamento dell’aria di una delle città con i valori di smog più alti del mondo, hanno permesso di misurare il migloramento della produzione di energia dei pannelli fotovoltaici.

I risultati dello Studio, che è in realtà un aggiornamento delle precedenti ricerche che il team ha condotto a Delhi per diversi anni – sono stati pubblicati in un articolo sulla rivista Joule, a firma del professore di ingegneria meccanica del MIT Tonio Buonassisi, del ricercatore Ian Marius Peters e di altri ricercatori a Singapore e in Germania. Le ricerche guidate da Peters sono iniziate dal 2013, indagando sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla produzione di pannelli solari in 18 giorni di foschia a Delhi, che hanno dimostrato che le prestazioni di alcuni tipi di pannelli solari sono diminuite, mentre altre sono rimaste invariate o sono leggermente aumentate. Questa distinzione si è rivelata utile per distinguere gli effetti dell’inquinamento da altre variabili che potrebbero essere in gioco, come le condizioni meteorologiche. Partendo da qui i ricercatori hanno cercato di studiare gli effetti reali dell’inquinamento sulla produzione di pannelli solari, grazie ai dati raccolti annualmente dall’Ambasciata degli Stati Uniti a Delhi sull’inquinamento da polveri sottili, che hanno incrociato con i dati meteorologici sulla nuvolosità e quelli sull’irradiazione solare dei sensori.

I ricercatori hanno così identificato una riduzione complessiva di circa il 10% della produzione degli impianti solari a Delhi a causa dell’inquinamento. Durante l’emergenza sanitaria hanno confrontato i dati di pre e post lockdown dell’India del 24 marzo, e li hanno anche confrontati con i dati dei tre anni precedenti, rilevando che i livelli di inquinamento sono scesi di circa il 50% dopo la chiusura, mentre la produzione totale dei pannelli solari è aumentata dell’8,3% alla fine di marzo, e del 5,9% in aprile. “Un aumento dell’8 per cento della produzione potrebbe non sembrare molto, sottolinea Buonassisi, ma i margini di profitto sono molto piccoli per queste aziende. Se un’azienda si aspettava di ottenere un margine di profitto del 2% dalla produzione prevista di un pannello solare al 100%, e improvvisamente sta ottenendo il 108%, ciò significa che il suo margine è quintuplicato, dal 2 al 10 per cento”.

Si tratta di uno studio che apre importanti riflessioni sull’effetto che potrebbe esserci in futuro con la riduzione delle emissioni a livello globale, grazie anche alla sostituzione dei combustibili fossili che producono inquinamento atmosferico con le rinnovabili, che renderebbe questi pannelli sempre più efficienti. “Installare pannelli solari a casa propria, non aiuta solo se stessi, ma anche tutti coloro che li hanno già installati, così come tutti coloro che li installeranno nei prossimi 20 anni”.
Anche se l’attenzione si è concentrata su Delhi, dove gli effetti sono molto forti e facili da rilevare, i risultati dello studio “sono veri ovunque ci sia un qualche tipo di inquinamento atmosferico. Se lo si riduce, ci saranno conseguenze benefiche per i pannelli solari e l’ambiente”, dice Peters. Naturalmente gli effetti dipendono molto dall’intensità dell’inquinamento nelle singole zone: durante il lockdown cieli più limpidi sono stati osservati anche in gran parte dell’Europa e sono stati descritti livelli di produzione eccezionali dei parchi solari in Germania e nel Regno Unito, ma secondo i ricercatori si tratta di una coincidenza dovuta in gran parte alle belle giornate perché, secondo Peters “I livelli di inquinamento atmosferico in Germania e Gran Bretagna sono generalmente così bassi che la maggior parte degli impianti fotovoltaici non ne sono influenzati in modo significativo”.

l team di ricerca comprendeva C. Brabec e J. Hauch presso l’Helmholtz-Institute Erlangen-Nuremberg for Renewable Energies, in Germania, dove ora lavora anche Peters, e A. Nobre alla Cleantech Solar di Singapore. Il lavoro è stato sostenuto dal governo dello Stato bavarese.

 

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

Un gruppo di ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison ha creato una batteria a flusso solare altamente efficiente e di lunga durata. Un unico dispositivo in grado di generare, immagazzinare e fornire energia green

Il laboratorio Song Jin del dipartimento di chimica dell’Università del Wisconsin-Madison, in collaborazione con altre Università, ha sviluppato un’innovativa batteria a flusso solare altamente efficiente e di lunga durata che permette, in un solo dispositivo, di produrre, immagazzinare e fornire l’elettricità rinnovabile.

Il nuovo dispositivo, che unisce fotovoltaico e accumulo, è costituito da celle solari al silicio combinate con materiali solari avanzati integrati con componenti chimici progettati ad hoc, in modo da garantire efficienza, stabilità e lunga durata.

La batteria a flusso solare ha raggiunto un nuovo record di efficienza del 20%, superiore alla maggior parte delle celle solari al silicio disponibili in commercio utilizzate oggi ed è del 40% più efficiente del precedente modello a flusso solare sviluppato dal laboratorio Jin.

Nel 2018 il dipartimento ha creato una prima batteria a flusso solare che utilizzava un triplo strato di materiali solari efficienti, ma costosi, che ha raggiunto un’efficienza complessiva del 14%. I problemi di corrosione hanno però ridotto notevolmente la durata del dispositivo. I ricercatori hanno così utilizzato le perovskiti, un materiale più prestazionale per le celle fotovoltaiche: negli ultimi 10 anni l’efficienza di conversione solare di questi materiali è arrivata a oltre il 25%. Recenti studi stimano inoltre che la perovskite possa anche aumentare l’efficienza delle tradizionali celle solari al silicio catturando più energia dal sole.

I ricercatori hanno così realizzato le celle solari perovskite-silicone aggiungendo uno strato di protezione sulla superficie di silicio.

Per quanto le batterie a flusso solare siano oggi ancora molto lontane dalla commercializzazione, va sottolineato che hanno il potenziale per assicurare la produzione e l’immagazzinamento affidabile di energia elettrica per l’illuminazione, i telefoni cellulari o altri usi fondamentali, con sviluppi particolarmente interessanti per le aree remote.

Il dispositivo unisce i vantaggi delle celle fotovoltaiche, che convertono la luce del sole in elettricità, con quelli delle batterie a flusso, che utilizzano serbatoi di prodotti chimici liquidi per immagazzinare l’energia, che possono reagire per produrre elettricità ed essere ricaricate dalle celle solari.

Rispetto alle batterie al piombo o agli ioni di litio, le flow batteries sono meno costose, ma anche meno potenti, e potrebbero diventare una scelta ideale per l’immagazzinamento dell’elettricità. Il team di ricerca sta continuando a lavorare per diminuire i costi, aumentare ulteriormente l’efficienza e sviluppare soluzioni per l’accumulo anche su grande scala.

La ricerca è stata recentemente pubblicata sulla rivista rivista Nature Materials. Il laboratorio Jin ha collaborato con ricercatori della University of New South Wales e della University of Sydney in Australia, della Utah State University, della King Abdullah University of Science and Technology in Arabia Saudita e della City University of Hong Kong.

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

La riduzione dello smog, determinata dalle politiche di blocco, ha avuto un effetto netto sulla generazione solare. Un nuovo studio ne ha misurato l’impatto

La crisi del Covid-19 ha determinato più di un impatto sul settore energetico: ha ridotto i consumi, fatto precipitare il prezzo del greggio, scombussolato il mercato delle commodity e ritardato la costruzione di nuove centrali. Ma soprattutto ha involontariamente dato alle rinnovabili uno spazio per dimostrare la loro affidabilità. E in questo stesso spazio alcune tecnologie hanno performato meglio di altre. È il caso della produzione fotovoltaica che ha saputo giovare delle nuove condizioni atmosferiche innescate dal lockdown.

L’interruzione di spostamenti, trasporti e buona parte dell’economia mondiale, ha determinato un calo sensibile dell’inquinamento atmosferico, di cui hanno beneficiato direttamente i moduli fotovoltaici. A dimostrarlo è oggi un nuova ricerca del MIT, pubblicata oggi sulla rivista Joule.

Che cieli più limpidi portassero ad un incremento della produzione fotovoltaica non è certo una sorpresa. Tuttavia questa è la prima volta che viene quantificato il beneficio. L’effetto si applica agli impianti solari in tutto il mondo, ma normalmente sarebbe molto difficile misurarlo dal momento che l’output varia naturalmente per una lunga lista di fattori, dalle nuvole alla polvere che si deposita sopra i pannelli. Lo studio, condotto dal professore di ingegneria meccanica del MIT Tonio Buonassisi, il ricercatore Ian Marius Peters e altri tre colleghi provenienti da Germania e Singapore, si è concentrato su Delhi, la megalopoli indiana.

Il lavoro è partito dai risultati di precedenti ricerche, elaborate dallo stesso team, sul calo della produzione fotovoltaica a causa dell’inquinamento atmosferico nella metropoli indiana. Per capire come i blocchi imposti in risposta alla crisi sanitaria, avessero influenzato le installazioni solari cittadine, hanno confrontato il prima e il dopo attraverso strumenti matematici sviluppati ad hoc. Il gruppo ha così scoperto che i livelli di smog sono diminuiti di circa il 50% durante il lockdown. E che, la produzione totale dei pannelli solari è aumentata dell’8,3% a fine marzo e del 5,9% ad aprile. “Queste deviazioni – sottolinea Peters – sono molto più grandi delle variazioni tipiche che abbiamo” all’interno di uno stesso anno o di anno in anno. Il valore è fino a quattro volte maggiore. “Quindi non possiamo spiegarlo con semplici fluttuazioni”.

Un aumento dell’8% nella produzione fotovoltaica potrebbe non sembrare molto, spiega Buonassisi, ma “i margini di profitto sono molto piccoli per queste aziende”. Se una società solare si aspettava di ottenere un margine di profitto del 2% da un rendimento del pannello al 100%, e improvvisamente il rendimento è 108%, significa che il suo margine è aumentato di cinque volte.

Fonte: https://www.rinnovabili.it/

I 27 leader europei trovano finalmente un accordo sul fondo di recupero dal coronavirus ma attraverso un sacrificio d’eccellezza, quello del Just Transition Fund

Durante le negoziazioni tra i leader dell’Unione Europea sui piani per la ripresa post-covid, il presidente del Consiglio dell’UE, Charles Michel, ha presentato una proposta ai 27 Stati membri che ha permesso loro di trovare un comune accordo sul Recovery Fund. Ma lo ha fatto ritoccando uno degli strumenti chiave del Green Deal Europeo.

La proposta del presidente Michel vedrebbe crescere la percentuale del bilancio settennale 2021-27 dedicata agli obiettivi climatici dal 25% al 30%. Al tempo stesso, manterrebbe invariate le risorse del fondo di recupero da 750 miliardi di euro, le cui spese dovranno rispettare il principio del “non nuocere” così da permettere all’UE di allinearsi ai principi dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, l’accordo sul Recovery Fund ha previsto un sacrificio: la riduzione delle dimensioni del Just Transition Fund, il principale strumento individuato dalla Commissione Europea per supportare la decarbonizzazione dell’euroblocco e, soprattutto, permettere alle cosiddette regioni carbonifere come Germania e Polonia di abbandonare l’uso di combustibili fossili.

Seguendo la proposta del presidente del Consiglio dell’Unione Europea, il Just Transition Fund riceverà un totale di 17,5 miliardi di euro provenienti dal fondo di recupero e dal bilancio dell’UE, in calo rispetto ai precedenti 37,5 miliardi individuati nella proposta iniziale avanzata dall’esecutivo europeo. Per accedere al denaro, gli Stati membri dovranno impegnarsi a raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. Tale clausola è rivolta soprattutto alla Polonia, che a dicembre dello scorso anno si era tirata fuori dall’accordo pur essendo il paese che avrebbe ricevuto la fetta più grande del fondo di transizione, pari a 2 miliardi di euro. Ma la proposta di Michel non riguarda solo i tagli al Just Transition Fund. Anche InvestEU, un fondo per sostenere le piccole e medie imprese nel raggiungimento degli obiettivi climatici, subirà dei tagli sostanziali, con una dotazione inferiore a 4 miliardi di euro, in calo rispetto agli oltre 31 miliardi previsti in precedenza.

Secondo gli osservatori, dunque, la “partita climatica” si giocherà tutta sulle condizioni “verdi” al Recovery Fund, da cui dipenderanno le garanzie per fare in modo che le risorse finanziarie siano investite per tecnologie verdi e non per l’industria fossile. Tuttavia, nonostante la spesa per il clima prevista in bilancio sia aumentata del 5%, alcuni ritengono che continui a non essere all’altezza del 40% necessario per raggiungere gli obiettivi climatici dell’UE. Secondo Andrea Graf, esperto di politica energetica europea presso il think tank Agora Energiewende, qualsiasi percentuale al di sotto del 40 “comporterà un onere notevolmente più elevato per i bilanci nazionali e ulteriori misure di riforma della regolamentazione per colmare il conseguente divario di investimenti”.

L’accordo sul Recovery Fund, pur vedendo invariata la somma di 750 miliardi di euro, ribilancia il rapporto tra sovvenzioni e debiti, con 360 miliardi di euro in prestiti e 390 miliardi di euro in sovvenzioni. Date le condizioni iniziali e, soprattutto, le posizioni apertamente critiche dei cosiddetti paesi frugali (Olanda in testa), Michel ha dichiarato che l’accordo “è un buon affare, l’affare giusto per gli europei adesso. Credo che questo sarà un momento cruciale nel viaggio dell’Europa”.

Alle parole di Michel hanno fatto eco quelle del ministro dell’Ambiente Sergio Costa, secondo cui l’accordo sul Recovery Fund “oltre a segnare una svolta nel rapporto tra i Paesi europei, è per il nostro Paese un risultato storico. Abbiamo adesso una enorme opportunità e responsabilità”, ha sottolineato il ministro, “quella di traghettare l’Italia verso una ripresa economica più sostenibile e inclusiva”.

Fonte: https://www.rinnovabili.it/

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