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La nuova versione rivede le modalità di comunicazione di installazione dei Sistemi di accumulo da parte del Soggetto Responsabile, e aggiorna gli algoritmi di calcolo dei benefici erogati dal GSE

Quali sono le condizioni per l’installazioni dei sistemi d’accumulo connessi a impianti di produzione? Quali le modalità di comunicazione al GSE e i costi dell’istruttoria? Come si determina l’energia elettrica che ha diritto agli incentivi? A queste e altre domande rispondono le Regole tecniche curate dal GSE. A più di tre anni dalla prima pubblicazione (giugno 2017), il Gestore aggiorna il documento contenente le indicazioni riservate a Operatori di settore e ai Soggetti Responsabili. L’obiettivo rimane lo stesso: fornire uno strumento valido per muoversi all’interno delle disposizioni vigenti per la gestione di sistemi di accumulo. Ovviamente quelli integrati con gli impianti di produzione di energia elettrica gestiti dal GSE.

La nuova versione delle Regole Tecniche include le ultime modifiche normative compresi gli aggiornamenti delle norme CEI 0-16 e CEI 0-21 effettuati dal Comitato Elettrotecnico Italiano. Le principali novità riguardano l’aggiornamento gli algoritmi di calcolo dei benefici erogati dal Gestore e le modalità di comunicazione da parte del Soggetto Responsabile. Sono inoltre definiti nuovi algoritmi per i regimi di incentivazione istituiti successivamente alla pubblicazione della precedente versione.

Nel dettaglio, le Regole tecniche illustrano:

- il contesto normativo e regolatorio di riferimento;

- gli schemi di connessione alla Rete dei sistemi di accumulo così come definiti dal CEI;

- i requisiti da rispettare per l’installazione dei sistemi di accumulo integrati in impianti di produzione alimentati da fonte rinnovabile, che accedono agli incentivi o alle garanzie di origine ovvero, nell’ambito del ritiro dedicato, ai prezzi minimi garantiti;

- i requisiti per il mantenimento degli incentivi o benefici già riconosciuti agli impianti di produzione alimentati da fonti rinnovabili nei casi in cui vengano installati sistemi di accumulo;

- le modalità di gestione delle comunicazioni relative all’installazione di sistemi di accumulo integrati in impianti di produzione gestiti dal GSE;

- gli algoritmi utilizzati dal GSE per la quantificazione dell’energia elettrica prodotta o immessa in rete e le modalità di erogazione, sia in acconto che a conguaglio, degli incentivi ovvero dei benefici riconosciuti agli impianti di produzione, a seguito dell’installazione di sistemi di accumulo.

Scarica qui le nuove regole tecniche per i sistemi di accumulo

 

Fonte: https://www.rinnovabili.it

Enea: l’obiettivo è quello di realizzare «moduli flessibili, integrabili in elementi architettonici e in prodotti industriali, grazie all’utilizzo esclusivo di elementi non tossici e abbondanti in natura»

Custom-art è un progetto finanziato dal programma europeo Horizon 2020 ed è nato per sviluppare i pannelli fotovoltaici di domani: moduli flessibili, integrabili in elementi architettonici, costruiti in modo più sostenibile grazie all’utilizzo di elementi non tossici e abbondanti in natura. Partecipano al progetto 16 partner provenienti da 10 Paesi Ue, con il nostro Paese chiamato a rivestire un ruolo importante: due dei partner sono italiani, ovvero la Eco Recycling srl e l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea).

Ed proprio l’Enea a spiegare più nel dettaglio il progetto Custom-art, che si propone di portare la tecnologia dei moduli in kesterite – che è un composto semiconduttore formato da rame, stagno, zinco, zolfo e selenio – ad un grado più elevato di maturità, attraverso efficienze di conversione molto competitive (20% a livello di cella e 16% a livello di modulo ) e di lunga durata (oltre 35 anni ), ad un costo di produzione ridotto (inferiori a 75 €/mq). Inoltre il progetto prevede lo sviluppo di moduli flessibili sia opachi (su supporti di acciaio o polimerici) che semitrasparenti (su supporto polimerico) ingegnerizzati in modo da rendere il loro ciclo di vita compatibile con un approccio di economia circolare.

«I moduli flessibili saranno basati su materiali semiconduttori con la struttura cristallografica delle kesteriti, tra i materiali più promettenti – sottolinea Alberto Mittiga, referente Enea del progetto – per la realizzazione di moduli fotovoltaici inorganici a film sottile contenenti elementi chimici non tossici. La possibilità di essere depositati su substrati flessibili oltre alle buone efficienze di conversione, stabilità nel tempo e bassi costi di produzione, rende questi dispositivi un prodotto ideale per sostituire gli elementi passivi nei settori dell’architettura, della mobilità e dell’arredo urbano e contribuire alla realizzazione dei Near zero energy buildings e Net zero energy districts». Si tratta di una potenziale buona notizia non solo per il mondo della ricerca, ma in prospettiva per quello industriale.

Anche durante gli anni d’oro delle rinnovabili nel nostro Paese – quando le installazioni di nuovi impianti procedevano piuttosto spedite, ovvero prima del 2014 – l’Italia soffriva infatti un deficit di competitività a livello internazionale sulle tecnologie low-carbon. A parte alcune filiere dove il know-how italiano è da sempre a livelli d’eccellenza globale, come nel caso della geotermia, il ricorso all’import era e resta massiccio. Così degli incentivi nazionali hanno finito per beneficiare industrie estere, in primis tedesche e cinesi. Un problema che si sta riproponendo oggi con la filiera dell’auto elettrica. Essendo ormai pressoché impossibile colmare il divario di produttività per quanto riguarda le opzioni tecnologiche più mature, l’ipotesi di dar vita a una filiera nazionale nel settore fotovoltaico vive tutta sul fronte dell’avanzamento tecnologico.

 

Fonte: https://www.greenreport.it

Il seleniuro di antimonio è un semiconduttore in grado di riparare i legami rotti formandone di nuovi, “come una lucertola a cui ricresce la coda”

Esistono diversi percorsi per ridurre i costi del fotovoltaico. I più battuti sono quelli che mirano ad aumentarne l’efficienza di conversione, a facilitarne le tecniche produttive o a impiegare materiali economici. La squadra di fisici guidata dal professor Keith McKenna, dell’Università di York, ha scelto una strada alternativa. Il gruppo sta lavorando su materiali solari autorigeneranti, ossia in grado di riparare da soli eventuali danni. Un soluzione che costituisce una promessa eccezionale per le applicazioni fotovoltaiche e fotoelettrochimiche. I risultati del lavoro svolto dal gruppo, potrebbero permettere di progettare celle e pannelli capaci “auto-ripararsi e, in futuro, anche durare più a lungo degli attuali 25-30 anni.

Nel lavoro, pubblicato su Advanced Electronic Materials, gli scienziati riportano i risultati ottenuti con il seleniuro di antimonio (Sb2Se3), materiale già noto alla ricerca fotovoltaica. Questo composto è stato già testato nella produzione di celle solari a film sottile dove ha raggiunto un’efficienza di conversione della luce in elettricità del 9,2%. L’aspetto più interessante – al centro delle nuova ricerca – è, tuttavia, la sua capacità di ricostruire i legami spezzati.

Spiega Mckenna: “Il processo mediante il quale questo materiale semiconduttore si auto-guarisce è abbastanza simile al modo in cui una salamandra è in grado di rigenerare gli arti quando uno di questi viene reciso. Quando danneggiato, il seleniuro di antimonio ripara i legami rotti formandone di nuovi. Questa capacità è tanto insolita nel mondo dei materiali quanto nel regno animale e ha importanti implicazioni per le applicazioni in optoelettronica e fotochimica”.

L’articolo riporta come la rottura dei legami in molti altri materiali semiconduttori di solito si traduca in scarse prestazioni. I ricercatori citano come esempio un altro semiconduttore, il CdTe, che deve essere trattato chimicamente per risolvere il problema.

Il professor McKenna ha aggiunto: “Abbiamo scoperto che il seleniuro di antimonio e un materiale strettamente correlato, il solfuro di antimonio, sono in grado di guarire velocemente i legami rotti sulle superfici attraverso ricostruzioni strutturali, eliminando così gli stati elettronici problematici. Questa scoperta, aggiunge lo scienziato, troverà applicazioni in “elettronica, fotochimica, fotovoltaico e optoelettronica”.

 

Fonte: https://www.rinnovabili.it

Le fonti rinnovabili superano il gas e il carbone nella produzione di elettricità dell’UE. Lo rivela una nuova analisi condotta da Ember e Agora Energiewende. L’Europa spinge dunque sull’acceleratore delle energie pulite.

Eolico, solare, insieme a idroelettrico e biomasse lo scorso anno hanno fornito il 38% dell’elettricità ai paesi dell’Europa, contro il 37% prodotto dalle fossili. Un numero importantissimo. Numeri alla mano, il 2020 è stato l’anno in cui è stata prodotta più energia elettrica pulita. Ma non solo. Per la prima volta, l’elettricità generata dalle rinnovabili ha superato quella prodotta da combustibili fossili.

Secondo l’analisi, il cambiamento è stato guidato dalla rapida crescita della produzione di energia eolica e solare, quota quasi raddoppiata dal 2015 in soli 5 anni. Nel 2020, un quinto dell’elettricità dell’UE proveniva già da sistemi di energia eolica e solare. Le percentuali più elevate sono state registrate in Danimarca (61%), Irlanda (35%), Germania (33%) e Spagna (29%).

 

eolico fotovoltaico 2020

 

Contrariamente alla crescita delle rinnovabili, la produzione di energia a carbone si è dimezzata dal 2015. Solo nel 2020 è scesa di un quinto e tali centrali hanno fornito solo il 13% dell’elettricità all’Europa. Al contrario, la produzione di elettricità dal gas naturale è diminuita solo del 4% lo scorso anno.

Uno sviluppo irregolare dovuto anche all’aumento del prezzo dei certificati di emissione. Di conseguenza, le centrali elettriche a gas relativamente rispettose del clima spesso producevano l’elettricità più economica rispetto a quelle a combustibili fossili. Germania, Polonia e Repubblica Ceca, per la prima volta hanno addirittura ridotto la produzione di energia basata sulla lignite per alcuni mesi.

La domanda europea di elettricità è diminuita del 4% nel 2020 e ha toccato un minimo ad aprile durante la prima ondata di Covid-19. Ma la crescita delle energie rinnovabili è stata forte nonostante la pandemia. Un ulteriore calo dei combustibili fossili è stato frenato dall’aumento della domanda di elettricità nel corso dell’anno e dalla produzione di energia nucleare al di sotto della media.

Il maggior ricorso alle rinnovabili si è fatto subito sentire nella produzione di Co2 legata all’elettricità, scesa drasticamente rispetto ai numeri del 2015 (-29%). L’intensità di emissione di anidride carbonica della produzione di elettricità europea ha raggiunto il minimo record di 226 grammi di CO2 per chilowattora nel 2020 .

Nel 2015, ogni chilowattora di elettricità utilizzata ha prodotto circa 317 grammi di anidride carbonica. Ora, quella stessa quantità di elettricità crea “solo” 226 grammi di CO2.

 

Fonte: https://www.greenreport.it

Christine Lagarde: «La prima dimensione lungo la quale ci aspettiamo rapidi progressi è l'inclusione del vero costo sociale e ambientale del carbonio nei prezzi»

Gli strumenti di politica monetaria messi in campo dalla Banca centrale europea (Bce) rappresentano ad oggi uno strumento essenziale – soprattutto nell’attesa che divenga operativo il Next Generation Eu – per la tenuta economica del Vecchio continente falcidiato dalla pandemia, alle cui spalle continua però a crescere una crisi ancora più grande e complessa da affrontare: quella del cambiamento climatico. Una realtà che anche la Bce sta iniziando a prendere molto sul serio, presentando oggi un nuovo Centro che possa rafforzare e mettere a sistema gli sforzi della Banca centrale europea sul clima.

«Il centro sul cambiamento climatico fornisce la struttura di cui abbiamo bisogno per affrontare la questione con l’urgenza e la determinazione che merita», spiega la presidente Bce Christine Lagarde. La nuova unità, composta da una decina di dipendenti, sarà resa operativa nei primi mesi di quest’anno e darà forma all’agenda sul clima della Bce.

«Le banche centrali – ha ricordato Lagarde – non sono responsabili della politica climatica e gli strumenti più importanti necessari non rientrano nel nostro mandato. Ma il fatto che non siamo al posto di guida non significa che possiamo semplicemente ignorare il cambiamento climatico, o che non abbiamo un ruolo nel combatterlo».

D’altronde le conseguenze della crisi climatica, affiancata dalla più lenta ma ormai avviata transizione delle relative politiche, sono ormai palpabili anche per la Bce. Entrambe queste tendenze «hanno implicazioni macroeconomiche e finanziarie, e hanno conseguenze per il nostro obiettivo primario di stabilità dei prezzi», ha precisato Lagarde.

I dati a supporto non mancano: come ha riportato la presidente della Bcer, a livello globale gli ultimi sei anni sono i sei più caldi mai registrati e il 2020 è stato il più caldo d’Europa; anche che il numero di disastri causati da pericoli naturali è in aumento, con conseguenti danni per 210 miliardi di dollari nel 2020 (altre stime sono giunte a identificare perdite economiche dirette da eventi meteo estremi pari a 2.908 miliardi di dollari tra il 1998 e il 2017). Niente di tutto questo è un caso:l’aanalisi di oltre 300 studi peer-reviewed sui disastri naturali ha rilevato che quasi il 70% degli eventi analizzati sono stati probabilmente causati, o resi più gravi, dai cambiamenti climatici causati dall’uomo.

Per affrontare il cambiamento climatico «la prima dimensione lungo la quale ci aspettiamo rapidi progressi è l’inclusione del vero costo sociale e ambientale del carbonio nei prezzi pagati da tutti i settori dell’economia», afferma Lagarde, aggiungendo che la modellizzazione Ocse e della Commissione europea suggerisce che attualmente è necessario «un prezzo effettivo del carbonio compreso tra 40 e 60 euro (a tonnellata, ndr), a seconda di quanto siano rigorose le altre normative».

Un valore che peraltro potrebbe essere più semplice introdurre adesso, con in prezzi petroliferi depressi dalla pandemia, alimentando un percorso di sviluppo sostenibile anche nel nostro Paese e ricavando risorse utili per una redistribuzione delle risorse verso le fasce sociali più sofferenti.

«Il cambiamento climatico – conclude Lagarde – è una delle maggiori sfide affrontate dall’umanità in questo secolo e ora c’è un ampio consenso sul fatto che dovremmo agire. Ma quell’accordo deve essere tradotto più urgentemente in misure concrete. La Bce contribuirà a questo sforzo nell’ambito del suo mandato, agendo in tandem con i responsabili della politica climatica».

Una strategia che si annuncia di tipo win-win anche per l’andamento economico. «Le economie avanzate – osserva nel merito Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo della Bce – sono state a lungo caratterizzate da un elevato livello di risparmio e investimenti insufficienti. La crescita della produttività è contenuta, mentre i tassi di interesse e l’inflazione sono a livelli storicamente bassi. Lo shock pandemico ha compresso la capacità di spesa di famiglie e imprese e ha causato una diffusa incertezza, accentuando queste tendenze. L’uscita dalla crisi richiederà un sostegno prolungato da parte delle politiche economiche, sia monetarie che fiscali, e un aumento significativo degli investimenti produttivi. I progetti di investimento sostenibile possono svolgere un ruolo cruciale nel contribuire a riassorbire i risparmi in eccesso e aumentare il potenziale di crescita, definendo anche un percorso di crescita che riduce le vulnerabilità sociali e contrasta il clima e altri rischi ambientali […] La Bce ha iniziato a riflettere su come può contribuire allo sviluppo responsabile. Una banca centrale che sia sensibile alle esigenze dei cittadini – sia presenti che futuri – ha il dovere di essere attenta alle esigenze di sviluppo sostenibile al fine di garantire la stabilità in tutte le sue forme: stabilità monetaria prima di tutto, ma anche finanziaria, ambientale e sociale».

 

Fonte: https://www.greenreport.it

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