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Le Agenzie europee dell’ambiente riunite per discutere di inquinamento dell’aria e di prevenzioni dalle catastrofi naturali.

Un recente studio condotto da Ispra in collaborazione con l'Istituto per la Conservazione e il Restauro dei Beni (Iscr) mostra che, solo a Roma, circa 3.600 monumenti di pietra calcarea e 60 opere di bronzo sono a rischio di deterioramento e che la perdita di materiale a causa dell'inquinamento dell'aria a Roma è stimato tra 5,2 e 5,9 micron l'anno per il marmo e tra 0,30 e 0,35 micron l'anno per il bronzo. Recentemente, uno studio eseguito su cinque monumenti inclusi nella World Heritage List dell'Unesco, situati in diverse città europee, ha evidenziato una diminuzione complessiva del deterioramento, pari al 50% negli ultimi 30 anni, a seguito di miglioramento della qualità dell'aria, facilitato dalla Convenzione Unece (United Nations Economic Commission for Europe) sull'inquinamento atmosferico transfrontaliero.

L'impatto degli inquinanti atmosferici sui monumenti di valore storico-artistico, approfondito da un rappresentante dell'Ispra, è solo uno dei temi che è stato trattato nel corso dei due giorni dedicati alla 28° riunione plenaria dell'Epa (Environment Protection Agencies) Network, la rete europea che riunisce i direttori delle agenzie nazionali per la protezione dell'ambiente e delle istituzioni pubbliche equivalenti. Gli altri argomenti discussi nel corso delle due giornate sono le modalità con cui le agenzie ambientali europee possono sostenere le Nazioni Unite per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals), le differenze tra il monitoraggio ambientale a livello nazionale e quello internazionale, lo sviluppo e le metodologie per il sistema di monitoraggio e reporting ambientale.

L'incontro, presieduto dal direttore generale dell'Ispra Stefano Laporta, è organizzato dall'Ispra e si tiene alla presenza di 30 organizzazioni ambientali di tutta Europa, del ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, del vicesindaco di Roma Luca Bergamo e del direttore generale per l'ambiente della Commissione Europea Daniel Calleja Crespo. "Le Agenzie europee per la protezione dell'Ambiente hanno un compito fondamentale nell'attuazione delle politiche green del futuro. Il lavoro più complesso che spetta loro è definire meccanismi di misurazione degli impegni degli Stati per raggiungere gli obiettivi ambientali concordati alla Cop21", ha detto il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti. "A Parigi si è proceduto con la definizione di obiettivi dal basso, cioè dalle scelte autonome di ciascun Paese che definisce i suoi contributi nazionali. Questo richiede uno sforzo attuativo di carattere scientifico: occorre dunque individuare metodi inattaccabili per rendere comparabili azioni e interventi molto diversi, misurare progressi e battute d'arresto. Compito delle agenzie è svolgere ricerca ambientale innovativa e anticipatoria. Epa Network, con le nostre agenzie per la protezione dell'ambiente, potrà dare un contributo decisivo, confermando la leadership europea nell'impegno per la tutela delle risorse naturali del pianeta".

Altro tema discusso è stato il ruolo delle Agenzie rispetto alla riduzione dei rischi legati ai disastri naturali (terremoti, incendi, frane, alluvioni) in relazione agli obiettivi di sviluppo sostenibile e alle misure che possono contribuire alla implementazione e al raggiungimento di tali obiettivi. In Italia nel 2016 abbiamo assistito a 4.793 incendi che hanno interessato 47.929 ettari di superficie, di cui il 45% costituita da boschi, +15% di superficie percorsa da incendi rispetto al 2015 (Fonte: Corpo Forestale dello Stato). Per ciò che riguarda frane e alluvioni, le aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata ammontano a 23.929 km2, pari al 7,9% del territorio nazionale. La superficie complessiva delle aree a minore pericolosità e le aree di attenzione per frana è invece pari a 58.275 km2 (19,3% del territorio nazionale). Le aree a pericolosità idraulica media, ossia le aree che possono essere inondate con tempo di ritorno fra 100 e 200 anni, ammontano a 24.411 km2 (8,1% del territorio nazionale). La popolazione a rischio frane e alluvioni è pari a 7.146.923 abitanti, dei quali oltre 1 milione vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata e quasi 6 milioni in zone a pericolosità idraulica media. (Fonte: Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio, Ispra)
Istituita nel 2003, l'Epa Network si è man mano allargata fino a includere i capi delle agenzie ambientali dei Paesi Ue e non-Ue (tra cui Svizzera, Norvegia e diversi Paesi balcanici). Il network opera in stretta cooperazione con la direzione generale Ambiente della Commissione Europea e con altre reti.

 

Fonte: http://www.e-gazette.it/

Il governo continua a trattare le rinnovabili come un “lusso” che non è possibile concedersi. Anche se i sussidi pubblici alle fonti “ambientalmente dannose” sono costantemente superiori a quelli erogati a favore di quelle “favorevoli”

Con l’accordo tra i capi di Stato di quasi 200 Paesi del mondo, alla COP21 di Parigi, le fonti fossili sono state relegate “dalla parte sbagliata della storia”, rendendo ineludibili e urgenti tanto la necessità di contenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto la soglia critica dei 2 °C, quanto l’improrogabilità di un radicale cambio di strategia energetica, a livello globale.
Inutile negare quanto il passaggio di testimone tra il più grande paladino del contrasto ai cambiamenti climatici che abbia mai abitato la Casa Bianca e forse il più odioso dei tardivi negazionisti costituisca un fattore di profonda preoccupazione, in particolare per il rischio di destabilizzazione del processo avviato che porta con sé, proprio nel momento in cui i singoli Stati dovrebbero impegnarsi nella costruzione e implementazione delle necessarie politiche.

Eppure in molti segnalano quanto l’era Trump sia iniziata “troppo tardi” per arrestare un processo ormai radicato in maniera profonda in luoghi realmente impensabili solo qualche anno fa (uno su tutti, la Cina), i cui risvolti economici (ben rappresentati persino nel business advisory council di Trump) sono divenuti troppo evidenti per essere nuovamente sottostimati. In questa situazione molto dinamica, l’Europa, a fronte di un consolidato settore dei “greenjobs” in costante crescita negli ultimi 15 anni (con 4,2 milioni di addetti nel 2013 contro i 2,4 dell’industria automobilistica), sembra aver smarrito il ruolo di leader e traino di tutta la comunità internazionale, così ben giocato con le storiche direttive 20-20-20 per il contenimento dei cambiamenti climatici. Un ruolo che sembra sia stato sostituito da un atteggiamento più conservativo e addirittura pavido sul fronte energetico, per gli impegni relativi al 2030 e 2050.

La Strategia Energetica Nazionale italiana

Nel frattempo, del tutto analogamente, la SEN, la nuova strategia nazionale energetica a cui sembra lavorare il Ministro Calenda e di cui si hanno alcune sommarie anticipazioni, sembra prescindere da alcune considerazioni fondamentali, specie se osservate in chiave “COP21”:

•    Anche se in molti l’hanno cercata per lustri, non esiste “la” soluzione che permetterà di procedere con la stessa strategia di sviluppo che ci ha portato fin qui, che ha fatto mostra spudoratamente di tutti i suoi limiti: non bastano “ritocchi”, affrontare davvero la crisi climatica (che poi è anche ambientale, economica e sociale), richiede un ripensamento complessivo del sistema dei consumi, dei trasporti, della produzione di beni e servizi, dell’approvvigionamento dell’energia, della sua produzione, del modo in cui viene distribuita e gestita.
•    Il gas metano, pur essendo il meno inquinante della famiglia, fa parte di quei combustibili fossili che in tempi relativamente brevi non potranno essere più estratti (i 2/3 dei quantitativi attualmente noti dovranno restare nel sottosuolo). Pur essendo evidente il ruolo chiave nella transizione ad un nuovo modello, pensare che l’Italia debba trovare un ruolo internazionale trasformandosi in un “hub del gas” vuol dire mancare di lungimiranza e non voler capire che diversi investimenti strutturali non avrebbero modo di ripagarsi se al 2050 i consumi soddisfatti a partire da risorse fossili non potranno che essere marginali e ridotti a pochi punti percentuali dei consumi totali.
•    E’ del tutto forviante continuare a trattare le rinnovabili e l’efficienza energetica come un “lusso” che non è possibile concedersi per i costi troppo elevati, fingendo di non conoscere il dato ormai ufficializzato dal Ministero dell’Ambiente per il quale i sussidi pubblici alle fonti “ambientalmente dannose”, pari a più di 16 miliardi di €/anno nel 2016, sono costantemente superiori a quelli erogati a favore di quelle “ambientalmente favorevoli".
•    Non può che risultare inefficace che il Ministero dello Sviluppo Economico lavori ad un “piano energia” tiepido e conservatore (peraltro in maniera assai discutibile penalizzando il ruolo di Ispra, ENEA, RSE, CNR a favore di consulenti privati), mentre a quello dell’Ambiente viene affidata la redazione del “piano clima”, in assenza di una cabina di regia coraggiosa e integrata, direttamente gestita dalla Presidenza del Consiglio, che coinvolga dicasteri cruciali come quello delle Infrastrutture, dell’Agricoltura e del Tesoro.

Il recepimento della Direttiva sull’Economia Circolare

Un piano serio e completo per l’energia e il clima al 2050, ad esempio, non potrebbe prescindere dall’integrare le indicazioni che verranno dal recepimento della Direttiva sull’Economia Circolare (la cui completa definizione è attesa per la fine del 2017), per la quale si è espresso proprio pochi giorni fa il Parlamento Europeo con l’approvazione di un pacchetto di misure ambizioso che si stima produrrà in Europa 600 mld/anno di risparmio per le imprese, un taglio netto delle emissioni climalteranti (pari al 2-4% circa) e almeno 580.000 nuovi posti di lavoro.

Secondo la Ellen MacArthur Foundation e il McKinsey Center for business and Environment, il pacchetto vale il 7% del PIL europeo. I principali temi trattati:

•    gestione dei rifiuti sempre più virtuosa, con obiettivi vincolanti per le percentuali di materia differenziata e inviata a riciclaggio e abbandono sistematico delle discariche;
•    potenziamento dell’efficienza nell’uso delle risorse, in sinergia con la direttiva sulla progettazione sostenibile (eco-design);
•    potenziamento della riparabilità dei prodotti e messa al bando dell’obsolescenza programmata;
•    lotta allo spreco alimentare.

Un mondo, quello dell’economia circolare, che, specie se cavalcato in anticipo a partire dalle eccellenze nostrane nel mondo dell’innovazione e della tecnologia potrebbe vedere l’Italia protagonista sul piano internazionale, con un indotto in termini di nuovi posti di lavoro prossimo ai 200.000.

Il dibattito politico sulla fiscalità ambientale

La sensazione, però, tornando alla politica, continua ad essere quella dell’assenza di coraggio e di visione. Di un gioco troppo conservatore e al ribasso, che pretende di camuffare strategie asfittiche e di auto-preservazione dei poteri acquisiti, piuttosto che liberare le nuove energie del Paese. Un esempio su tutti? Negli Stati Uniti, recentemente, ha fatto notizia la proposta degli ex ministri del tesoro di Nixon, Reagan e Bush a favore di una tassa da 40 $ a tonnellata di CO2 prodotta (una vera e propria Carbon Tax, applicata da tempo con successo in Paesi come Canada, Svezia, Svizzera, UK) che consentirebbe di ridurre le emissioni di gas serra e distribuire alle famiglie 2.000 dollari all’anno. Non parliamo certo di ambientalisti o progressisti per definizione, ma di rappresentanti di mondi che hanno compreso il risvolto epocale (ed economico) delle sfide di cui si parla, accettando di riflettere su proposte che arrivano ormai direttamente dalla Banca Mondiale e dall’Agenzia Internazionale dell’Energia.

In Italia il dibattito politico sulla fiscalità ambientale, che, rispondendo al principio “chi inquina paghi”, mira ad internalizzare i costi sanitari e ambientali legati all’uso dei combustibili fossili e  più in generale allo sfruttamento di beni naturali non riproducibili, non riesce ad emergere a sufficienza, pur affacciandosi di tanto in tanto, a partire dagli anni '90. Il Kyoto Club ha avanzato, in tal senso, una proposta per l’Italia, costruita in una rigorosa logica di neutralità fiscale. Ipotizzando un livello iniziale di 20 €/t, le entrate (dell’ordine di 8 miliardi di euro), consentirebbero di tagliare del 10% le bollette elettriche, ridurre il costo del lavoro e favorire interventi sul contenimento delle emissioni. In sintesi, non una proposta “spot”, ma uno strumento strutturale in grado di dare un contributo favorevole anche al tanto attuale (quanto cronico) dibattito sul contenimento del deficit nazionale e di rianimare una così importante discussione nell’Europa tutta, alle prese con una revisione del sistema ETS (Emissions Trading System), assolutamente insufficiente a raggiungere gli obiettivi attesi.
Uno strumento coerente con gli accordi di Parigi, che, lungi dall’essere sufficiente, segnerebbe finalmente un necessario e urgente cambio di passo.

E ad un primo passo non potranno che seguirne altri, e non potranno che essere svelti, se l’Italia e l’Europa tutta (nell’era di Trump, schiacciati tra la Russia di Putin, il nord Africa e il medio-oriente) vorranno recuperare sia centralità nei processi internazionali, sia indipendenza ed autonomia dalle risorse e dal ricatto di Paesi troppo instabili o governati in assenza di diritti civili e sia, in ultimo, reale sicurezza, che certo non potrà venire da formule protezionistiche e nazionalistiche, ormai del tutto inadeguate a sostenere le sfide dei giorni che verranno.

 

Fonte: http://sbilanciamoci.info/

ANIE Rinnovabili ha effettuato un'analisi per simulare l’impatto nel caso di impianti installati su coperture di fabbricati: il payback time si riduce di qualche anno

ANIE Rinnovabili ha accolto molto positivamente la circolare 4/E pubblicata lo scorso 30 marzo dall’Agenzia delle Entrate che ha confermato che l'impianto fotovoltaico sia considerato un bene mobile per le aziende e l’applicabilità del super-ammortamento – ovvero considerare ai fini della deduzione delle quote di ammortamento una maggiorazione del costo di acquisizione di beni materiali strumentali nuovi pari al 40% – per gli impianti sia fotovoltaici che eolici. Grazie a questo chiarimento si apre un percorso alternativo per il futuro sviluppo delle fonti rinnovabili che a differenza del passato non incidono totalmente, sul sistema elettrico.
 
ANIE Rinnovabili ha realizzato una simulazione dell’impatto della misura del super-ammortamento su business plan di impianti fotovoltaici realizzati sulle coperture di fabbricati di PMI che ha evidenziato che il payback time può diminuire di 1-2 anni a seconda dei casi, ipotizzando che l’azienda generi un imponibile fiscale per usufruire del beneficio del super-ammortamento, con un ritorno dell’investimento in tempi ragionevoli per le logiche di un’azienda. L'Associazione sottolinea che la misura va meglio definita e sarebbe importante permettere anche alle altre tecnologie di generazione elettrica - come l’idroelettrico, le biomasse, il solare termodinamico ed il geotermoelettrico – di poter usufruire in futuro del super-ammortamento.

Una simulazione realizzata da Anie rinnovabili relativa al comparto del mini-idroelettrico evidenzia che la misura del  super-ammortamento potrebbe garantire l'avvio di nuovi investimenti, ma non se attuata come unica leva in quanto non sufficiente. In uno di questi casi, in cui si è applicato il super-ammortamento e l’iper-ammortamento rispettivamente sul 25% e sul 13% del valore di un investimento di 4 mln € per la realizzazione di un impianto idroelettrico ad acqua fluente di 1 MW installato, l’Associazione ha verificato che il beneficio fiscale del combinato disposto delle due misure di maggiorazione dell’ammortamento - ammesso che l’azienda abbia un imponibile fiscale maggiore di zero - copre circa l’8% del valore dell’investimento nel suo periodo di ammortamento; tale valore si riduce al 5% attualizzando i flussi; mentre il payback time si riduce di qualche mese rispetto al medesimo business plan senza applicazione di maggiorazioni sull’ammortamento.

Infine ANIE Rinnovabili ritiene opportuno un ulteriore approfondimento sulla possibilità o meno di cumulare le misura del super ed iper ammortamento con le tariffe incentivanti dei nuovi impianti rientranti nel DM 23 giugno 2016. Ciò aiuterà a far chiarezza tra gli operatori di settore.

 

Fonte: http://www.infobuildenergia.it/

La scelta delle nuove lampadine per casa nostra è un gesto semplice che può determinare un risparmio prezioso, notevole e davvero significativo.

La bolletta dell’energia elettrica è la bolletta della “luce” per antonomasia in quanto, in origine, l’unica cosa che nelle case funzionava ad elettricità era appunto la luce: le lampadine. Oggi, è finalmente vietata la commercializzazione delle vecchie lampadine a incandescenza. Gettare via una vecchia lampadina al tungsteno significa tre cose. Una, toccarla con mano e scottarsi – è bollente, il 95% dell’energia che brucia se ne va in calore, mentre solo il restante 5% diventa luce. Uno spreco. Due, significa avere l’occasione per farlo sempre meno spesso, perché se al loro posto si mettono le lampadine fluorescenti che costano un po’ di più ma consumano l’80% in meno, queste durano in media 10.000 ore, contro le 1.000 delle vecchie incandescenti. Tre, significa risparmiare moltissima energia e molti soldi.

In Italia, secondo i dati dell’Enea (Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente), il 13% del consumo totale di energia elettrica nel settore domestico è dovuto all’illuminazione. Sostituendo i due terzi di tutte le lampadine italiane, stiamo ottenendo un risparmio di 7 miliardi di kilowattora all’anno, pari all’energia prodotta da due centrali elettriche di media grandezza, secondo le stime del Ministero per lo Sviluppo Economico.

Le lampadine a risparmio energetico

Le nuove lampadine a risparmio energetico fanno luce con un miscuglio di gas illuminante e vapori di mercurio. Al confronto, la lampada a incandescenza è preistoria, ormai. Tanto che il quotidiano “The Mercury News” di recente ha titolato che la gloria di Thomas A. Edison e del suo Stato natale, il New Jersey, ha imboccato la strada della macchina da scrivere, del giradischi, della carrozza a cavalli… La lampadina a incandescenza, inventata da Edison per l’uso di massa alla fine del 19esimo secolo, è ormai stata del tutto soppiantata proprio nella sua patria dalle lampadine a risparmio, anzi, addirittura messe fuori legge. Il deputato del New Jersey Larry Chatzidakis, che per primo propose di mettere nuove lampadine in tutti gli uffici pubblici entro tre anni, era conterraneo di Edison, e per spiegare questa mossa usò quasi un tono di scusa: “La lampadina a incandescenza è stata inventata molto tempo fa, e molte cose sono cambiate da allora… Ovviamente onoro e rispetto la memoria di Edison, ma quello di cui abbiamo bisogno ora è di usare meno energia”.
Facendo due conti col puntiglioso giornalista ambientalista tedesco Andreas Schlumberger, “supponiamo che abbiate optato per una versione ‘de luxe’ da 11 W: paragonato ai 75 centesimi per una lampadina a incandescenza, la differenza di prezzo sembra una follia. Ma già in termini di vita utile del prodotto la lampadina a risparmio energetico guadagna terreno, sopravvivendo a ben dieci lampade a incandescenza e arrivando quindi a costare solo il doppio. E in termini di consumi, la lampada a risparmio energetico batte nettamente quella a incandescenza. Mentre questa in 10.000 ore d’impiego consuma elettricità per 90 euro, la lampadina a risparmio energetico resta ferma a 18 euro producendo 78 chilogrammi di CO2, contro i 390 di una lampadina a incandescenza. A parità di prestazioni, quindi, con una lampadina a incandescenza spendiamo, nell’arco della sua durata, 98 euro, mentre con una a risparmio energetico la spesa scende a 33 euro. Ben 65 euro in meno. Facciamo il conto delle lampadine che abbiamo in casa!”.

L’illuminazione di casa a led

Le lampadine a led fanno spendere fino al 50% in meno in bolletta rispetto a quelle a risparmio energetico. Per calcolare davvero quanto si risparmia, Italia Led ha effettuato una ricerca analizzando la spesa necessaria per illuminare un ambiente di medie dimensioni per 50.000 ore (circa 5 anni e mezzo), pari alla vita media di una lampadina a led. In partenza, quelle a led costano di più rispetto a quelle a risparmio energetico — se per queste ultime bastano 4 euro a lampadina, per le prime servono almeno 15 euro . Tuttavia, se per 5 anni e mezzo basterà una sola lampadina a led, di quelle a risparmio energetico ne serviranno 6, cosa che porta la spesa a 24 euro. Per quanto riguarda i consumi, a una lampadina a led serviranno solo 500 kW per 50.000 ore di illuminazione, mentre quella a risparmio energetico consumerà almeno 1.150 kW, che si traducono rispettivamente in una spesa in bolletta di 100 euro e 230 euro.

Complessivamente quindi, per illuminare una stanza per 5 anni e  mezzo si spenderanno 122 euro con una lampadina a led e 254 euro con una a risparmio energetico. Inoltre, le luci a led sono bellissime, emettono una luce molto più piacevole e sono meno impattanti a fine vita.

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Fonte: http://www.lifegate.it/

Non c’è stata alcuna dichiarazione congiunta al termine del G7 Energia tenuto a Roma il 9 e 10 aprile. Dagli Stati Uniti stop sui cambiamenti climatici.

L’ombra dell’amministrazione di Donald Trump si allunga una volta ancora sulla lotta che il mondo intero sta cercando di portare avanti contro i cambiamenti climatici e in difesa dell’ambiente. Lunedì 10 aprile i ministri dell’Energia del G7, riuniti a Roma, non sono riusciti a trovare un’intesa per una dichiarazione comune al termine del summit: a bloccare il testo sono stati proprio gli Stati Uniti, secondo quanto riferito dal ministro dello Sviluppo economico italiano, Carlo Calenda (che presiedeva la riunione).

A marzo lo stop al Clean power plan

La politica di Donald Trump in materia di energia, d’altra parte, è stata già ampiamente svelata con la decisione intervenuta alla fine di marzo di cancellare il Clean power plan, ovvero l’insieme di norme voluto dal suo predecessore Barack Obama con l’obiettivo di limitare le emissioni di CO2 nel settore. “È ora di porre fine alla guerra al carbone”, ha dichiarato senza mezzi termini il miliardario americano subito dopo la firma del decreto.
Lo stesso Calenda, nel corso della conferenza stampa di fine evento, ha affermato che gli Stati Uniti stanno “rivalutando la propria posizione” in merito agli impegni che erano stati assunti in precedenza da Washington, durante la presidenza democratica, con la firma dell’Accordo di Parigi, al termine della Cop 21 tenuta in Francia nel 2015. Il ministro italiano ha tuttavia gettato acqua sul fuoco aggiungendo che il dialogo con la delegazione americana è stato “costruttivo”.

Greenpeace consegna un termometro gigante al G7

Al di là delle diplomazia, però, ciò che resta è la sensazione di un percorso decisamente in salita per il futuro. “Stiamo esaminando le questioni legate all’Accordo e contiamo di arrivare a prendere delle decisioni entro il prossimo G7 di fine maggio, se non prima”, ha dichiarato Sean Spicer, portavoce dell’esecutivo americano. “Il ministro Calenda – ha commentato Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima e energia di Greenpeace Italia – ci ha confermato che c’è la volontà di rispettare gli impegni presi a Parigi e che l’Italia farà la sua parte, ma questo non basta. Se davvero vogliamo limitare l’aumento di temperatura entro i 2 gradi centigradi, o ancor meglio sotto la soglia degli 1,5 gradi, occorre fare molto di più. E l’Italia deve dare l’esempio, non limitandosi a fare i compiti a casa ma facendo pressione su chi non sembra prendere sul serio i cambiamenti climatici”.

Proprio in occasione dell’apertura del secondo e ultimo giorno di lavori al G7 energia, alcuni attivisti di Greenpeace sono entrati in azione a Roma consegnando ai ministri delle sette potenze mondiali un gigantesco termometro, simbolo della temperatura del Pianeta che continua a salire. Ricevuti dalla presidenza italiana del summit, i militanti ambientalisti hanno ribadito la necessità di “isolare le posizioni negazioniste e anti-scientifiche della nuova amministrazione di Donald Trump”.

 

Fonte: http://www.lifegate.it/

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