News & Eventi

Un’analisi condotta dal Climate Accountability Institute degli Stati Uniti ha calcolato quanta Co2 hanno diffuso direttamente o indirettamente in atmosfera i colossi petrolchimici tra 1965 e 2017.

Hanno sfruttato incessantemente le riserve mondiali di petrolio, gas e carbone e sono responsabili di oltre un terzo di tutte le emissioni di gas serra registrate in oltre mezzo secolo. Un’analisi condotta dal Climate Accountability Institute degli Stati Uniti i cui risultati sono stati pubblicati dal quotidiano inglese Guardian rivela i nomi delle 20 compagnie che operano nel settore petrolchimico e che hanno causato, direttamente e indirettamente, il 35% di tutte le emissioni globali di anidride carbonica e metano dal 1965 al 2017. Non lo hanno fatto da sole, però. Dei 20 colossi, dodici sono a controllo statale. Prima assoluta della lista è la compagnia energetica pubblica dell’Arabia Saudita, la Saudi Aramco. Al secondo posto l’americana Chevron (privata), seguita dalla russa Gazprom (statale).

La storia sembra ripetersi senza insegnare nulla. Il 1965, infatti, non è un anno a caso: rappresenta un punto che avrebbe potuto essere di svolta, in quanto – secondo gli esperti – se già negli anni Cinquanta le aziende petrolchimiche erano consapevoli degli effetti della continua produzione di combustibili fossili sui cambiamenti climatici, alla metà degli anni Sessanta ne erano a conoscenza anche i politici, soprattutto negli Stati Uniti. Tanto che a novembre del 1965, il presidente Lyndon Johnson pubblicò un rapporto scritto dalla Commissione per l’inquinamento ambientale del suo Comitato consultivo scientifico, che esponeva il problema. Non ci fu nessun seguito e tuttora nella lista delle compagnie principali responsabili delle emissioni ci sono molte società statali.

I dati

Le emissioni di cui sono responsabili le prime 20 compagnie della lista elaborata nello studio, condotto da Richard Heede, co-fondatore dell’istituto, ammontano a 480 miliardi di tonnellate di CO2, sui 1.354 miliardi di tonnellate prodotti complessivamente nel periodo preso in esame. Le aziende ne sono responsabili direttamente o indirettamente. Ad oggi, precisa infatti il Guardian, il 90% delle emissioni è dovuto all’utilizzo dei prodotti che derivano dai combustibili fossili da parte dei consumatori (come nel caso della benzina) e il 10% può essere attribuito alle attività di estrazione, raffinazione e trasporto dei prodotti.

I 20 colossi nella lista

Adottando questo criterio il risultato è che la compagnia nazionale saudita Saudi Aramco ha prodotto, in 52 anni, il 4,38% delle emissioni (più di 59 miliardi di tonnellate di anidride carbonica), la multinazionale statunitense Chevron il 3,2% (43,3 miliardi di tonnellate) e la società statale russa Gazprom il 3,19% (43,2 miliardi di tonnellate di CO2). Queste tre società sono responsabili da sole di oltre il 10% delle emissioni generate in tutto il mondo. Al quarto posto troviamo la statunitense ExxonMobil (3%), seguita dalla statale National Iranian Oil Co. (2,6%), dalla britannica Bp (2,5) e dalla multinazionale dei Paesi Bassi Royal Dutch Shell (2,3%). All’ottavo posto la Coal India (1,7%), seguita dalla messicana Pemex (1,6%), da Petroleos de Venezuela (1,1%) e da PetroChina/China Natl Petroleum (1,1%), tutte e quattro statali. Sono ancora nella lista le statunitensi Peabody Energy e ConocoPhillips (entrambe private), le statali Abu Dhabi (Emirati Arabi), Kuwait Petroleum e Iraq National Oil Company, la francese Total Sa (privata), l’algerina Sonatrach (statale), la privata Bhp Billiton (Australia) e la statale Petrobras (Brasile). Nella lista di questi venti Paesi non compaiono compagnie italiane, anche se per il proprio fabbisogno energetico l’Italia si affida, per esempio, alla Gazprom, tramite Eni e Snam.

Il principe, la vision 2020 e gli investimenti della Saudi Aramco

Ma se i dati raccolti nello studio arrivano fino al 2017, occorre chiedersi quali siano le intenzioni di questi colossi del petrolchimico e, nei casi di compagnie statali, quelle dei governi che le controllano. Si scopre così che non mancano contraddizioni. Come quella che riguarda proprio la prima compagnia della lista, la Saudi Aramco, secondo gli annunci prossima a quotarsi in borsa. Perché il principe ereditario Mohammed Bin Salman sarà anche fautore del programma Vision 2030, che prevede di ridurre la dipendenza dal petrolio, ma la compagnia statale ha un piano di investimenti da 500 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni, la maggior parte dei quali sono destinati a rafforzare le attività petrolchimiche e ad aumentare la produzione e la capacità di estrazione di gas, per poi, in futuro, poterlo esportare. Pare, inoltre, che ci sia proprio la volontà di risollevare le sorti del petrolio (i tagli alla produzione vanno avanti dall’inizio del 2017 e sono di molto superiori a quelli dei Paesi dell’Opec e della Russia) dietro la decisione di sottrarre la presidenza di Saudi Aramco al ministro dell’Energia, Khalid Al Falih.

2 americane tra le prime 5

Al secondo posto della lista c’è la Chevron Corporation, che proprio nei giorni scorsi ha comunicato di avere raggiunto un accordo per acquisire da Royal Dutch Shell il 40% di tre giacimenti nelle acque del Golfo del Messico. Al quarto posto c’è la statunitense ExxonMobil (3%), la più grande compagnia petrolifera quotata in borsa. Dal 2017 amministratore delegato e presidente è Darren W. Woods, grande sostenitore dell’accordo di Parigi, tanto da scrivere personalmente una lettera a Trump per chiedergli di non fare uscire gli Usa dall’accordo sul clima. Eppure, secondo un rapporto di InfluenceMap pubblicato all’inizio del 2019, la ExxonMobil ha speso 41 milioni di dollari all’anno per bloccare le politiche di lotta ai cambiamenti climatici. La compagnia è indagata in diversi Stati Usa con l’accusa di non aver reso pubbliche le informazioni in suo possesso sui rischi legati al riscaldamento globale. E, secondo un’inchiesta del Guardian, basata su documenti interni all’azienda, negli anni Novanta la compagnia petrolifera Mobil (che poi si è fusa nel 1999 con Exxon) finanziò università e gruppi di ricerca per indebolire le misure in difesa dell’ambiente.

La Russia entra nell'accordo di Parigi ma resta nei Mari del Nord

La terza compagnia della lista è la società statale russa Gazprom (3,19% delle emissioni di CO2 in 52 anni), guidata dal vice ministro dell’Energia Alexei Miller. Nel 2013 è stata la prima azienda a pompare petrolio dalla piattaforma artica presso il campo di Prirazlomnoye, dove la produzione è appena ripresa dopo un periodo di manutenzione. E mentre al recente summit sul clima che si è svolto a New York il primo ministro russo Dmitri Medvedev ha annunciato di aver firmato la risoluzione per la ratifica dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, il gigante non molla la rotta del Nord, accelerando anche le operazioni a Chayandinskoye, uno dei più grandi giacimenti di condensa petrolifera e di gas della Russia. Non è un caso se, quando gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita hanno subito attacchi, a settembre scorso, il ministro dell’Energia Alexander Novak era già pronto a incrementare la produzione per colmare il vuoto di approvvigionamento.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it

Lo afferma uno studio di Bloomberg New Energy Finance: vale anche in Italia, secondo Paese Ue dopo la Spagna per progetti fotovoltaici che si sostengono solo con le logiche di mercato.

Le energie rinnovabili non hanno più bisogno di incentivi. O quasi. Lo afferma uno studio di Bloomberg New Energy Finance: gli impianti per la produzione di elettricità da sole e vento sono ormai in grado di ripagarsi vendendo sul mercato e i casi di successo di Spagna, Italia e Portogallo lo dimostrano. Smentendo gli scettici sulla sostenibilità delle fonti alternative, a partire dal presidente Usa Donald Trump. Il merito, secondo la ricerca, è proprio dei sussidi: hanno funzionato e ora consentono alle società dell’energia eolica e fotovoltaica di camminare con le proprie gambe. In Italia però questo è vero solo per una parte degli impianti fotovoltaici ed eolici più grandi. Per raggiungere entro il 2030 gli obiettivi fissati dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, avvertono gli addetti ai lavori, continueranno a essere necessari meccanismi di incentivazione diretti o indiretti.

La Spagna leader in Europa per potenza installata

Per Bloomberg la Spagna (che pure ha dovuto ridimensionare gli aiuti, che avevano innescato un crollo dei prezzi sul settore termoelettrico) resta leader indiscussa in Europa con un totale di 2.484 Megawatt in impianti fotovoltaici realizzati o in costruzione senza sostegno dei sussidi pubblici. L’Italia segue con 569 Megawatt, il Portogallo è terzo con 330 MW. Solo quest’anno in Spagna, Italia e Portogallo saranno immessi nella rete elettrica circa 750 MW di energia prodotta da solare e eolico senza il sostegno degli incentivi: quanto basta per servire 330mila edifici residenziali. I più recenti dati di Anie indicano che, nei primi sette mesi del 2019, le nuove installazioni di fotovoltaico, eolico e idroelettrico raggiungono complessivamente circa 727 MW (+86% rispetto al 2018). Si conferma, in particolare, il boom per il fotovoltaico: i nuovi 55,8 MW installati nel mese di luglio portano il totale a circa 287 MW (+30% rispetto allo stesso periodo del 2018) e risulta in aumento anche il numero di unità di produzione connesse (+24%) frutto principalmente, sottolinea Anie, delle detrazioni fiscali per il cittadino. Anie considera positiva la reintroduzione del super-ammortamento nel Decreto Crescita in vigore dal 1 maggio 2019, così come l’assegnazione di contributi in favore dei Comuni per la realizzazione di interventi di efficientamento energetico, compresa l’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Il ritorno sull’investimento ora arriva in 10-15 anni

Quello che gli analisti americani sostengono è che le rinnovabili sono diventate un affare redditizio anche senza sussidi. Il ritorno sull’investimento è più veloce: 15, in alcuni casi anche solo 10 anni, contro i 20-25 anni di una decina di anni fa. Lo ha ribadito Michael Milken, presidente del think tank americano Milken Institute, una no-profit bipartisan che ha tenuto nei giorni scorsi a Singapore il suo evento annuale sulle energie pulite. La svolta si lega all’abbassamento dei costi di produzione. Quelli dell’eolico si sono dimezzati: oggi servono 50 dollari per generare un Megawattora da un impianto che sfrutta il vento contro i 100 dollari del 2010, calcola Bloomberg. I costi del fotovoltaico si sono addirittura ridotti dell’85%. Uno studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT) pubblicato dalla rivista Energy Policy un anno fa già sottolineava che, grazie ai progressi tecnologici e ai sussidi, il costo del fotovoltaico è sceso del 97% tra il 1980 e il 2012. In particolare, la crescita del mercato stimolata dal sostegno statale attraverso le economie di scala è responsabile del 60% del calo dei costi. Bloomberg prevede ancora un calo dei costi nei prossimi anni per moduli solari e turbine eoliche, cosicché produrre elettricità dal sole costerà nel 2050 il 63% in meno rispetto ad oggi, mentre l’eolico costerà il 48% in meno.

In Cina e Usa il sorpasso è vicino

In Cina il governo a inizio anno ha annunciato un piano per sviluppare 20,8 Gigawatt di progetti con le rinnovabili (di cui 14,8 GW di capacità solare e 4,5 GW di capacità eolica) che dovranno ripagarsi solo vendendo sul mercato a un prezzo uguale o minore del carbone. Negli Stati Uniti, anche se le aziende delle rinnovabili chiedono un prolungamento degli sgravi fiscali federali, il più rapido ritorno sugli investimenti incoraggia comunque a proseguire nel business, tanto più che molti degli Stati Usa obbligano le società elettriche a inserire quote crescenti di rinnovabili nel loro mix energetico. Secondo l’istituto di ricerca Energy Innovation, nel 2025 l’energia eolica e solare prodotta negli Usa sarà sufficientemente economica da rimpiazzare l’86% di quella prodotta dal carbone, facendo scendere i prezzi dell’elettricità in tutto il paese. Generare elettricità dal carbone ha il pieno sostegno del presidente Donald Trump ma, calcola Energy Innovation, nel 75% dei casi costa più che produrre dal sole e dal vento. Lo scorso aprile – una prima assoluta per gli States – le fonti rinnovabili hanno fornito una quota di elettricità più alta rispetto al carbone sul totale mensile (23% contro 20%, dati della Energy Information Administration) e per gli analisti il trend proseguirà, con o senza incentivi pubblici.

In Italia il mercato sta in piedi da solo

Per gli operatori italiani, tuttavia, la situazione è più complessa di come viene descritta da Bloomberg, come sottolinea Alberto Pinori, presidente Anie Rinnovabili (associazione parte di Federazione Anie). È vero, negli ultimi due anni in Italia sono sorte molteplici iniziative che sviluppano impianti eolici, e soprattutto fotovoltaici, senza alcun meccanismo incentivante. Queste iniziative, però, non coinvolgono l’intero comparto ma principalmente impianti di tipo “utility-scale”, quelli di taglia molto grande. Queste installazioni sono più grandi di quelle residenziali e godono di economie di scala, ma non sempre possono fare a meno di incentivazione: l’eolico ha la difficoltà di reperire aree ventose e nel fotovoltaico occorre realizzare impianti a terra che occupano suolo. Tempi di autorizzazione lunghi, volatilità dei prezzi dell’energia elettrica, cambiamento delle regole sul mercato elettrico sono ulteriori fattori di rischio. Senza contare che, anche nel caso della taglia utility-scale, la potenza in Italia è in media un decimo di quella di impianti realizzati in Spagna, Cina e Usa, dove siamo nell’ordine delle centinaia di MW.

Per raggiungere gli obiettivi al 2030 servono incentivi

Per Davide Chiaroni, vicedirettore Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, il punto è distinguere tra “normale” sviluppo di mercato e crescita “straordinaria”, come quella richiesta dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima secondo il quale nel giro di pochi anni la produzione da fotovoltaico dovrà triplicare e quella da eolico raddoppiare. Nel primo caso, “lo sviluppo di mercato delle rinnovabili è possibile senza sistemi di incentivazione, pur con qualche differenza non piccola tra le diverse fonti”, ma nel secondo, in cui “si sta chiedendo al mercato di ‘correre’ più di quanto normalmente avrebbe fatto, è evidente che un sistema di incentivazione diviene indispensabile. Non si tratta più di incentivare una tecnologia per farle raggiungere un livello adeguato di sostenibilità economica, come è stato fatto in passato, bensì di stimolare la domanda”, conclude.

D’accordo il presidente Anie Rinnovabili: se l’obiettivo per l’Italia è realizzare 30 GW di nuovi impianti fotovoltaici e 10 GW di nuovi impianti eolici al 2030, riducendo l’occupazione di suolo e sfruttando le coperture e i tetti, per Pinori “non si può rinunciare in questa fase a meccanismi di incentivazione diretti come il decreto ministeriale sulle Fonti di energia rinnovabile o indiretti come le detrazioni fiscali ed il super ammortamento, oltre che alla normativa sull’autoconsumo”. Anche gli altri paesi europei seguono questa linea, continuando a incentivare le fonti rinnovabili ai fini della transizione energetica.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it

Il Centro di Ricerca della Commissione europea mostra i nuovi dati sul potenziale energetico delle green energy e rivela: sole e vento potrebbero fornire il 100% dei consumi energetici

Nessuno degli Stati membri europei sta attualmente sfruttando tutto il suo potenziale in termini di produzione di energia rinnovabile. Neppure Germania e Italia, le due nazioni in cima alla classifica dei Paesi del G20 per le quote di fer non programmabili nella generazione elettrica. Ma, al di là delle innegabili sfide che che il comparto si trova ancora oggi ad affrontare, c’è chi si chiede quanto l’Europa possa spingersi in là con le green energy.

A rispondere è in questi giorni un nuovo set di dati elaborato dal Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea. Il lavoro è partito da una semplice domanda: se l’energia rinnovabile fosse la principale fonte energetica nell’UE, i pannelli fotovoltaici e turbine eoliche sarebbero costretti a ricoprire ogni metro quadrato di suolo?

Secondo gli scienziati del Centro, la risposta è no. A voler essere esser precisi un futuro di green energy al 100% sarebbe molto meno ingombrante di quanto si possa immaginare. Basterebbe usare il 3% della terra per gli impianti solari e fino al 15% per le turbine onshore per riuscire a coprire la domanda totale di energia dell’UE esclusivamente con fonti rinnovabili. E la conversione di appena l’1% della terra con fattorie solari sarebbe già sufficiente per soddisfare il fabbisogno elettrico comunitario.

I dati arrivano da uno studio puntuale di 276 regioni europee attraverso l’ENSPRESO (ENergy System Potentials for Renewable Energy Sources). “Abbiamo anche scoperto che, contrariamente all’opinione popolare, esiste anche un grande potenziale per l’energia solare nelle parti settentrionali dell’Europa e un grande potenziale per la produzione di energia eolica in molti paesi che non si trovano nella parte nord-occidentale del Continente”, ha affermato il ricercatore Wouter Nijs. Tuttavia, i primi 5 paesi con il più grande potenziale eolico offshore sono Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Germania.

“Il set di dati mostra inoltre che ci sono molte regioni dell’Europa orientale – ad esempio Lituania, Romania, Ungheria, Bulgaria e Polonia – che hanno vaste aree coltivabili abbandonate, che potrebbero essere utilizzate per colture energetiche in rapida crescita”, ha aggiunto il collega Pablo Ruiz. Nel complesso, il set di dati mostra come raggiungere la neutralità climatica al 2050, utilizzando solo una frazione del potenziale effettivo di energia rinnovabile; quota che consentirebbe un aumento di 100 volte del fotovoltaico installato e di 20 volte le attuali capacità del vento.

Fonte: http://www.rinnovabili.it

Design contemporaneo, acustica curata nei minimi dettagli, 1.300 posti, sistema di raccolta dell’acqua piovana e alimentazione ad energia solare. È la concert hall della città di Ostrava.

Un nuovo edificio che richiama la forma di una lacrima, con design moderno, perfettamente integrato con lo stile classico dell'adiacente Centro Culturale di Ostrava. È la nuova concert hall della città di Ostrava, nella Repubblica Ceca, progettata dagli studi Steven Holl Architects e Architecture Acts di New York, vincitori di un concorso internazionale indetto dalla città. I lavori di realizzazione della concert hall dovrebbero iniziare entro il 2022 e terminare entro il 2024. "La forma liscia e ricoperta di zinco della concert hall contrasta con i materiali utilizzati per gli interni, fatti di cemento e legno d’acero. Lo stile interno e le geometrie utilizzate si rifanno alla teorie del tempo del famoso compositore ceco Leoš Janáček, così come i pannelli acustici”.

La sala da concerto alimentata dall’energia solare

La nuova concert hall di Ostrava avrà una forma del tutto particolare, allungata, simile ad una lacrima. Realizzata in collaborazione con Nagata Acoustics, l’edificio sarà in grado di ospitare 1.300 posti e sarà dotato di un’acustica perfetta, il luogo ideale per le esibizioni della Janáček Philharmonic Orchestra, la principale orchestra ceca di musica contemporanea. Il rumore del traffico urbano viene ridotto al minimo posizionando la sala sul retro dell’edificio, di fronte al parco urbano esistente, mentre un nuovo ingresso sulla strada principale, grazie ad una doppia scalinata, accompagna gli ospiti in una grande hall illuminata dall’alto. Dall’ ingresso principale, il nuovo edificio sembra galleggiare sul Centro Culturale, creando un contrasto drammatico tra vecchio e nuovo. La facciata dell’edificio ha una forma tondeggiante, rivestita in zinco, dotata di un particolare sistema anti-smog in ossido di titanio e punteggiata da finestre con triplo vetro, termicamente isolanti.

Altro aspetto progettuale da non sottovalutare è l’impatto energetico: per ridurre al minimo il fabbisogno del nuovo edificio, la sala sarà interamente alimentata da pannelli solari installati sul tetto dell’edificio. Un sistema di raccolta di acqua permetterà di intercettare l’acqua piovana dai tetti del Centro Culturale e del nuovo edificio per poi essere trattata e raccolta in un laghetto artificiale posto in un giardino circostante, così da creare un microclima rinfrescante intorno a tutta la struttura.

 

18346183481834918350

 

Fonte: https://www.infobuildenergia.it

Da un lato l’offerta di modelli è in costante aumento, dall’altro i prezzi continuano a calare. Sullo sfondo, un contesto sempre più favorevole.

Auto elettrica, stavolta ci siamo davvero. Al momento, escluso qualche “early adopter”, cioè chi è aperto al cambiamento, anche nei consumi, l’auto a batterie è guardata con molta diffidenza, frenata sì da limiti oggettivi, ma anche da pregiudizi. Prezzo d’acquisto elevato, autonomia limitata, scarsità di colonnine di rifornimento e tempi lunghi di ricarica sono i principali. Ora, però, qualcosa sta cambiando. Qualcosa che si vede, si può toccare con mano e pesare nel portafoglio. Insomma, la rivoluzione elettrica di cui tanto si parla è avviata. Non si può dire compiuta, ma il percorso è segnato. Ecco perché.

Sempre più modelli

Nei giorni scorsi si è chiuso il Salone dell’auto di Francoforte. Fra le novità – in verità non tantissime – presentate dalle case automobilistiche, alcune spiccavano su tutte le altre. Non tanto, non ancora almeno, per i volumi di mercato che saranno capaci di generare, bensì per la loro portata simbolica. Auto diversissime fra loro e di cui vi abbiamo già scritto tutto in un articolo dedicato, ma con due punti in comune: essere elettriche e prossime alla commercializzazione. A queste vanno aggiunte le non poche vetture a batteria di introduzione sul mercato nell’ultimo anno, anno e mezzo. Insomma, l’offerta di modelli si sta allargando non solo dal punto di vista strettamente numerico ma anche da quello delle fasce di mercato. In altre parole, l’auto elettrica non è più soltanto un vezzo per ricchi, ma un’alternativa vera di mobilità. Qui sotto vi spieghiamo perché.

Colonnine: anche in Italia stanno aumentando

Facile dire colonnine, ma poi ce ne sono di tanti tipi diversi. Un elemento molto importante è la loro potenza, legata a filo diretto con il tempo necessario per la ricarica. In Italia la situazione è migliore di quanto si possa pensare, soprattutto perché i punti di ricarica al di sopra degli 11 kW di potenza sono in deciso aumento. Detto questo, come al solito, la situazione è a macchia di leopardo. In questo rapporto di Legambiente ci sono tutti i numeri di dettaglio, che mettono in luce un trend indiscutibilmente positivo. Se si prendono infatti i punti oltre gli 11 kW – quelli meno potenti, dato l’aumento di capacità dei pacchi batteria delle ultime elettriche, non vale molto la pena tenerli in considerazione – sono aumentati un po’ ovunque. In Lombardia sono passati dai 519 del 2018 ai 1.134 del 2019 (anno peraltro ancora non finito…). In Emilia Romagna da 239 a 464, in Piemonte addirittura da 86 a 488, in Trentino Alto-Adige da 354 a 709. Al sud? Da 7 a 48 in Abruzzo, da 0 a 79 in Calabria, da 31 a 104 in Campania, da 24 a 126 in Sicilia, per citare alcuni esempi. Detto questo, le criticità restano comunque numerose. Per esempio, l’offerta di punti di ricarica è nettamente sbilanciata in favore delle città e dei punti di transito come i centri commerciali.

Costi di utilizzo in discesa

Il prezzo di acquisto dell’auto è un concetto per molti versi 1.0, superato. Oggi, e soprattutto domani, si parlerà sempre di più di formule di utilizzo. Versi una determinata cifra su base mensile, in cambio ottieni l’auto e una serie di servizi. Pacchetti commerciali interessanti in modo particolare per l’auto elettrica, dal momento che il suo utilizzo implica (non per forza, ma facilmente sì) l’adeguamento della rete elettrica domestica e l’installazione di una colonnina nel box, “complicazioni” che spesso le Case si prendono in carico per il cliente. Non solo: a oggi, nessuno sa prevedere quale sarà il valore residuo di un’auto elettrica fra 3/5/10 anni. Ecco perché, per esempio, il Gruppo PSA per la Opel Corsa-e offre un canone mensile particolarmente basso: per la versione Edition sono richiesti 279 euro al mese per 48 mesi. Cifra nella quale sono compresi 15.000 km all’anno di percorrenza, assicurazione RC, furto/incendio, Kasko, copertura conducente e tutela legale, manutenzione ordinaria e straordinaria e assistenza stradale h24. Non meno importanti, il caricatore da 11 kW di potenza e Opel Connect, anch’essi compresi nel prezzo. Alla base di questa offerta c’è la scelta di PSA di assumersi il rischio di un eventuale forte deprezzamento della Corsa-e, cosa che con diesel e benzina non accade, perché il costo del canone è formulato – fra le altre cose – anche sul valore residuo presunto, che per le alimentazioni tradizionali è facile da prevedere (in quanto esiste uno storico). Insomma, avrete capito il perché del titolo di questo paragrafo: se si parla di pura convenienza, non si può pensare di comprarla, un’elettrica. La scelta migliore è il pay-per-use.

Ha ancora senso parlare di “ansia da autonomia”?

L’ansia da autonomia è storicamente un altro forte fattore limitante per la diffusione dell’auto a batterie. Le distanze tra una ricarica e l’altra, però, negli ultimi pochi anni si sono decisamente allungate. Inoltre, sempre più spesso le aziende offrono pacchi batteria differenziati (a costi, ovviamente, conseguenti). Su uno stesso modello si può avere un’autonomia compresa fra poco più di 300 e oltre 500 km. Anche questo è un modo per avvicinare l’auto elettrica alle esigenze delle persone.

Incentivi e agevolazioni

A tutto ciò si aggiunge l’Ecobonus statale: per le auto con emissioni fino a 20 g/km di CO2 (in pratica solo le elettriche) è di 4.000 euro. 1.500 euro, invece, per le vetture con emissioni fra 21 e 70 g/km (ciclo NEDC). L’Ecobonus è riservato a tutte le persone fisiche e giuridiche che immatricoleranno (le due condizioni sono obbligatorie ai fini dell’erogazione) un’auto nuova con CO2 al di sotto dei limiti sopra esposti, e non più costose di 61.000 euro, entro il 31 dicembre 2021. La misura, questo è molto importante, vale anche per i leasing. Alle cifre di cui sopra si aggiungono, rispettivamente, 2.000 e 1.000 euro (per un totale di 6.000 e 2.500 euro) nel caso si rottami un’auto Euro 1, 2, 3, 4 (stranamente non una Euro 0). Altro elemento molto importante è che gli incentivi statali si possono cumulare con quelli regionali e provinciali: in alcuni casi limite, dunque, si può usufruire di un bonus – per le auto a zero emissioni – pari a 11.000 euro totali. Questo accade in Friuli Venezia-Giulia, nelle province di Trento e Bolzano e in Emilia Romagna.
Auto elettrica, scelta ideale per tutti?

Fino a qui, abbiamo visto tutto ciò che spinge in direzione dell’auto elettrica. Una soluzione, è bene specificarlo, da adottare dopo aver ben valutato le proprie esigenze di mobilità, in funzione anche di dove si vive. Ad esempio, chi percorre tanti km ogni giorno (di cui buona parte in autostrada) e chi abita in zone a bassa densità di punti di ricarica, potrebbe forse trovare risposte migliori alle proprie esigenze nei motori endotermici. Ma lo sviluppo del settore elettrico è in rapida evoluzione, e tutto lascia pensare che in tempi brevi anche questi limiti saranno superati, a vantaggio di tutti.

 

Fonte: https://www.lifegate.it

Cerca